Ogni anno alla stessa ora: il corpo che ricorda, la mente che rimuove

Ci sono date che tornano a bussare. A volte non ce ne accorgiamo subito: un’inquietudine sottile, un malessere che non trova “cause”, un sogno ricorrente, un evento che arriva “sempre nello stesso periodo dell’anno”. È come se qualcosa intorno a noi ricordasse. Nella prospettiva sistemico-relazionale, questi segnali non vengono letti come coincidenze o fragilità individuali, ma come possibili tracce di una memoria più ampia, che attraversa le generazioni. Nel lavoro clinico, la sindrome dell’anniversario ci invita a spostare lo sguardo dal tempo cronologico al tempo relazionale. Il calendario, in questo senso, non è solo una sequenza di giorni ma una trama simbolica: ogni data può diventare un nodo in cui il passato torna a farsi presente. Il corpo e la mente sembrano ricordare ciò che la coscienza, spesso, ha cercato di dimenticare. Quando un lutto, un trauma o un evento familiare rimane non elaborato, il sistema tende a mantenerne viva la traccia — come se attraverso la ripetizione di sintomi, incidenti o coincidenze, il non-detto trovasse una via per essere riconosciuto. Si tratta di quella che, nel linguaggio sistemico, potremmo chiamare una lealtà invisibile (Minuchin): una forma di fedeltà a ciò che è rimasto sospeso, che cerca attraverso la ripetizione un modo per essere simbolizzato. Rendere visibile l’invisibile Il lavoro terapeutico, in questi casi, consiste spesso nel ricostruire la linea temporale personale e familiare, individuando le date, i legami e i significati impliciti che si attivano. Quando la connessione tra presente e passato diventa consapevole, si apre uno spazio di libertà: ciò che prima veniva agito può finalmente essere pensato, detto, ritualizzato. Come scriveva Schützenberger, “siamo a volte fedeli a storie che non conosciamo”. Dare parola a queste storie, riconoscere la loro presenza nel nostro calendario interiore, significa riconnettere il tempo alla vita. Dal ricordo alla continuità Riconoscere una sindrome dell’anniversario non significa patologizzare la memoria, ma legittimare il bisogno umano di continuità e di significato. Ogni ricorrenza può diventare, allora, occasione di integrazione: un punto di passaggio in cui ciò che è stato può essere riconosciuto e restituito alla propria storia. Quando il tempo smette di ripetere e torna a fluire, il passato può finalmente appartenere al passato e il presente tornare ad aprirsi al futuro.

Oggi, 17 gennaio 2022, sarete tristi

di Francesca Guglielmetti Onestamente non saprei dirvi da cosa dipenderá la vostra tristezza ma so con certezza da quando ha iniziato a manifestarsi questa sorta di depressione collettiva e da chi dipende. Andiamo con ordine. Prima del 2005 quello di oggi sarebbe stato solo uno degli innumerevoli e faticosi lunedì a cui ognuno di noi è condannato; come dire un lunedì senza infamia e senza lode, un lunedì reo solo di essere tale. Proprio nel 2005 tuttavia Cliff Arnall, psicologo presso l’Università di Cardiff, attraverso una formula matematica riuscì ad incrociare alcune variabili (il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi a Natale, il calo di motivazione dopo le feste) che lo portarono ad individuare nel terzo lunedì del mese di gennaio (e quindi oggi!) il giorno più triste dell’anno. Tranquilli peró: la soluzione per annientare questa fastidiosa depressione esiste! Beat Blue Monday! ecco il motto con cui l’agenzia di viaggi britannica Sky Travel, desiderosa di infondere linfa vitale al mercato dei viaggi da sempre sotto tono nella seconda metà di gennaio di ogni anno, invogliava, sempre nel 2005, a liberarsi dalla tristezza di questo giorno infausto. Ossia: sappiamo che sei triste ma non ti preoccupare, non dipende da te ma dal Blue Monday e comunque se prenoti un viaggio il tuo umore cambierà. Ora però proviamo a fare un esame di realtà. Cliff Arnall risulta essere realmente uno psicologo (un “life coach” a voler essere precisi) rispetto alla sua posizione all’interno dell’Università di Cardiff so dirvi poco (ma in realtà poco è possibile sapere) dal momento che l’Ateneo pare abbia preso fin da subito le distanze sia da Arnall che dal Blue Monday. La formula di Arnall, del resto, di “accademico” ha proprio poco dal momento che, pur richiamando visivamente un’equazione matematica, non ne rispetta in alcun modo i criteri (non specifica le unità di misura necessarie per ciascun parametro ed accoglie al suo interno grandezze non quantificabili). Insomma il Blue Monday e la sua formula altro non sono che pseudoscienza ossia una bufala ben confezionata e caratterizzata da tre elementi fondamentali: 1) una certezza: oggi siamo tristi 2) un giudizio: essere tristi non va bene 3) una soluzione: la tristezza va sconfitta rapidamente magari effettuando un acquisto. Questi tre punti sicuramente hanno decretato il successo del Blue Monday pur trattandosi, contemporaneamente, di cattiva psicologia e psicologia cattiva. Il Blue Monday è “cattiva psicologia” perché non rispetta le regole metodologiche della professione che richiedono di utilizzare procedure verificabili o, quando ciò non è possibile, argomentazioni basate su prassi stabili e documentabili. Il Blue Monday è “psicologia cattiva” perché non rispetta nemmeno le regole etiche della professione dal momento che ci induce a focalizzarci su un’emozione facendola apparire patologica per poi offrirci una cura. In definitiva il Blue Monday tende ad amplificare o, ancor peggio, a sollecitare una sensazione di disagio per poi offrire una (illusoria per lo più) soluzione al disagio stesso. Perché il Blue Monday, pur essendo un chiaro esempio di pseudoscienza ha un così grande potere attrattivo? Perché, credo, come spesso accade per le pseudoscienze, si tratta di una post verità. Le post verità (e qui mi faccio aiutare dall’Accademia della Crusca e dagli Oxford Dictionaries) sono dei concetti in cui la verità, il fatto oggettivo, ha un peso decisamente minore rispetto agli appelli alle emozioni ed alle convinzioni personali. Il Blue Monday, come tutte le post verità, è attraente, poco faticoso poiché non stimola in alcun modo il senso critico e proprio per questo ci permette di definirci chiaramente ed altrettanto chiaramente ci permette di definire l’altro. Il Blue Monday, in quanto post verità, individua il bianco ed il nero ed esclude completamente la noia e l’indeterminazione del grigio, traccia un confine netto tra bene e male. Il Blu Monday, in definitiva, se da una parte ci rassicura, dall’altra ci impedisce di evolvere, di accedere alla fatica del cambiamento. Allora, se volete, proviamo a ridefinire tutta questa storia: oggi essere triste è una possibilità e non una certezza. Se ciò dovesse accadere concediamoci anche il lusso di questa spiacevole emozione, senza cercare soluzioni immediate. Solo in questo modo qualcosa cambierà perchè come ci insegna il buddismo “niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare”.

Odontofobia: storie familiari della paura del dentista.

odontofobia

L’OSM ha riconosciuto l’odontofobia o paura del dentista come disturbo fobico specifico. Si presenta come una paura irrazionale per tutto ciò che riguarda lo studio dentistico, dagli strumenti agli interventi, compreso il semplice controllo di routine. Migliorare il proprio sorriso è un passo importante per la propria autostima e per la socializzazione. L’ odontofobia sembra essere molto diffusa a livello mondiale, con un incidenza del 15% della popolazione. I sintomi evidenti sono tipici delle fobie: forte ansia, tachicardia, tremore e sudorazione eccessiva. A queste reazioni fisiologiche si aggiungono comportamenti disfunzionali. L’odontofobia arriva a far rimandare gli appuntamenti, procrastinare un controllo con conseguente compromissione della salute dentale. La paura del dentista spesso si manifesta sin dalla tenera età e nasce in seno alla famiglia. Spesso i genitori raccontano la loro esperienza anche davanti al bambino, soffermandosi sull’aspetto negativo e sul dolore provato. In questo modo, si trasmette la paura della visita dal dentista, l’ansia provata, al punto che i bambini la incamereranno come modello comportamentale da adottare. Proprio in virtù dell’idea del dolore e della paura, in alcune situazioni, gli stessi genitori minacciano i propri figli di portarli dal dentista. La visita odontoiatrica, quindi, nell’immaginario di un bambino, sarà vista come punizione, contribuendo ad aumentarne l’alone negativo. Anche da adulti si porteranno dietro un’informazione distorta del medico: prima di prenotare un appuntamento per risolvere un problema, faranno ricorso a tanti farmaci per alleviare temporaneamente il sintomo. Resta sempre opportuno sottolineare l’importanza del ruolo del dottore come promotore del benessere psico-fisico. Si può approcciare alle difficoltà parlando di eventuali preoccupazioni in modo da trovare insieme al professionista la strategia più efficace ed idonea.

Obesità e disturbo narcisistico di personalità

di Antonia Bellucci Ho sempre pensato potesse esserci una correlazione tra il disturbo narcisistico di personalità e i disturbi del comportamento alimentare. Poi me lo sono ritrovato davanti. Uomo, 29 anni, alto, bello, figlio unico, affermato in una stabile attività lavorativa. La sua vita procedeva con regolarità fino a quando un problema familiare s i è stagliato violentemente come un fulmine a ciel sereno nella sua vita. Un problema serio ma che facilmente avrebbe attratto i giudizi negativi degli altri per cui, sotto i riflettori, l’immagine del narcisista si ridimensiona. Si chiude in casa, divora enormi quantità di cibo quasi a dover giustificare il suo stato di malessere interiore o a voler riempire quei vuoti scaturiti dal momentaneo isolamento s o c i a l e : sembra q u a s i coltivare un’obesità nostalgica e, per un periodo, l’obesità c o p r e e s o v e r c h i a i l narcisismo. Anche il lavoro inevitabilmente subisce dei r i d i m e n s i o n a m e n t i che innescano la rabbia del soggetto poiché palesemente esposto a critiche a cui non può replicare. L’impero narcisista si mostra in forme molteplici, forgia sintomi che definiscono identità forti, indiscutibilmente sicure sull’orlo di una condizione intollerabile. I l 6 p e r c e n t o d e l l a popolazione italiana soffre di un disturbo narcisistico, e il 75 per cento di queste persone sono maschi. Siamo circondati dai narcisisti. Abilissimi manipolatori, che esprimono una vera e propria cultura dell’io, dilagante in un’epoca nella quale tutti spingono molto sull’esibizione e sull’ autopromozione (complici anche i social) e sprecando anche quel minimo di senso del pudore che dovrebbe sempre accompagnare la nostra vita. NARCISISMO Il narcisismo viene classificato come un disturbo della personalità con tre elementi distintivi, molto evidenti. Innanzitutto un’eccessiva considerazione di sé, un senso di grandezza, che mette il narcisista su un piedistallo di superiorità, dal quale osserva e vede tutti dall’alto verso il basso. In secondo luogo c’è u n c o s t a n t e e r e i t e r a t o b i s o g n o d i ammirazione, di conferme al proprio io; e quanto più il narcisista avverte di essere osservato e apprezzato, tanto più il suo istinto di superiorità cresce in modo esponenziale. Terzo elemento: il narcisista non conosce l’empatia. Non gli interessa. Ha una tale scarsa considerazione degli altri, rispetto a se stesso, che non si cura minimamente di riuscire a trovare il canale giusto per un approccio umano, dove la diversità sia una ricchezza per entrambi. Si parla molto, a proposito delle cause del narcisismo, di fattori sociali, ambientali e familiari. In particolare i giovani sembrano più esposti a questa patologia, anche per effetto del dilagante uso d e l l e t e c n o l o g i e c h e incentivano il narcisismo. In un libricino molto efficace e c o m p l e t o , A r c i p e l a g o N . V a r i a z i o n i s u l narcisismo (edizioni Einaudi), lo psicoanalista Vit tor io Lingiardi distingue i narcisisti in due categorie. A “pelle spessa” e a “pelle sottile“. I primi sono più appariscenti, non hanno pudore e limite nel mostrare la loro arroganza e i continui tentativi di piazzarsi al cent ro del l ’at tenzione, di conquistare il cuore della scena. I secondi sono più silenziosi, quasi tormentati, angosciati del giudizio altri, ma comunque attizzati da fantasie di grandezza. Di fronte a q u e s t a p a t o l o g i a c ’ è i n n a n z i t u t t o l a s t r a d a della psicoterapia, ma prima ancora, e parallelamente, il vero contrasto al narcisismo si ridurrebbe ad uno sforzo individuale. Riconoscere l’altro. Uscire dalla prigione d e l l ’ i o . A c q u i s t a r e l a consapevolezza che l a persona umana è unica, ma tutti possiamo vivere solo dentro una relazione, un noi, un legame con chi ci circonda. E n o n c o n l o s g u a r d o inchiodato sullo specchio che riflette sul la nostra immagine. È comunemente plausibile pensare che il narcisista potrebbe apparire quello che meno ha caratteristiche psicologiche, energetiche e relazionali in comune con il sintomo obeso. Il falso sé del narcisista, basato sull’idea di essere il migliore, sembra avere poco in comune con il senso di nullità con cui si percepisce il paziente che soffre di obesità. In realtà questo stile caratteriale può essere letto attraverso la polarità grandiosità-indegnità. Johnson (1994, p. 193) afferma che, anche se la maggior parte delle descrizioni della personalità narcisistica si incentra s u l l ‘ a s p e t t o d i compensazione di questa polarità (mancanza di umiltà, incapacità di accettare il fallimento, paura di essere impotenti, manipolazione, lotta per il potere e enfatizzazione della volontà), molti individui narcisistici evidenziano, spesso nella prima seduta di psicoterapia, la polarità opposta. Possono confessare il loro profondo senso di i n d e g n i t à , i l p e t u l a n t e rammarico di non essere o non avere mai abbastanza, il bisogno di procurarsi un valore provvisorio e la profonda invidia per chi percepiscono sano e di successo. All’interno di questa confessione c’è spesso l’ammissione d i ingannare gli altri attraverso lo sfoggio di forza, competenza e felicità. I conflitti di base del narcisista e del soggetto che soffre di obesità sono dunque simili. Q u e s t ‘ u l t i m o v i v e costantemente nell’idea di essere inferiore a chiunque altro, di

Nostalgia e Psicologia: che cosa ci manca di più, della vita di prima?

Aspetti psicologici della sensazione di mancanza e una buona notizia sul ruolo della nostalgia. È passato circa un anno dall’inizio della nostra vita diversa, e sembra già un secolo. Conosciamo tutti la nostalgia: di un luogo, di un momento, di un amore del passato. Ma guardiamo da vicino questo sentimento complesso, di struggente bellezza. Il nome, dal greco, contiene “nostos” e “algos”. Coniato dal dottor Hofer alla fine del Seicento, è la combinazione di “ritorno a casa” e “dolore”. Descriveva la condizione dei soldati al fronte, che sentivano acutamente la mancanza dei luoghi natii. Siamo anni luce da allora, in termini di conoscenze psicologiche, arte e letteratura. Nostalgia oggi definisce tutto ciò che ci manca del passato: un cibo felice della nostra infanzia, una persona, un periodo, un sogno. È uno stato emotivo complesso, anche di perdita; ma la maggior parte delle volte non si associa a umore negativo. Anzi: ricordare esperienze condivise, crescita e risultati ottenuti sostiene il benessere psicologico. Numerosi esperimenti di induzione di nostalgia hanno evidenziato nei partecipanti un aumento dell’autostima, del sentimento di appartenenza sociale e persino dei comportamenti caritatevoli. In questo scenario pandemico, alla domanda “Cosa ti manca?”, ognuno pensa a tempi andati molto recenti. Esercitare la nostalgia oggi può essere uno straordinario modo per reagire: perché ci ricorda il nostro significato e valore. È molto più di un pensiero al passato: è un luogo sicuro, confortevole, accogliente, come un’abitudine buona. Da cui guardare verso il futuro. 

Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi.

Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi. Nello scorso articolo abbiamo parlato della difficoltà di fare richieste. Abbiamo descritto esempi critici e alcuni consigli pratici, premettendo che: “è un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no”. Ora siamo noi l’altro, e impariamo a dire di no! Per quanti di voi è difficile pronunciare questa parolina di dissenso? <<Se dico di no l’altro ci rimane male>> <<Ma poi mi sento in colpa!>> <<Pensa che non ci tengo a lui, litigheremo!>> E quanti bisogni personali avete già trascurato, per il timore di dire di no? Insomma, quando diciamo di no dobbiamo avere ben chiaro il nostro obiettivo. Come per il fare richieste, stiamo dicendo di no al soggetto della domanda, non stiamo effettuando un giudizio di valore all’altro! Non gli stiamo di certo dicendo, cioè, che non è importante per noi! Ecco quindi, alcuni consigli pratici per imparare a dire di “no” in modo assertivo: Pianifica i risultati. Cosa succederà se dici di no? È in linea con l’obiettivo che vuoi raggiungere? Prevedere la reazione dell’altro non deve scoraggiarti, deve aiutarti a trovare una buona strategia per la tua comunicazione! Riconosci il tuo diritto di definire i limiti e seguire i tuoi bisogni. Non ci stancheremo mai di dire che il “no” è un diritto! E voler bene ad una persona non significa sempre porre i propri bisogni in secondo piano… talvolta lo si vuole fare, talvolta proprio no! Capisci il punto di vista altrui. Sei sicuro di avere chiaro il bisogno dell’altro? Perché ti ha fatto quella richiesta? Se non sei sicuro di avere tutte le informazioni che ti servono, puoi fare domande di approfondimento mettendo in atto un ascolto attivo. Se ti senti a disagio o dispiaciuto puoi esplicitarlo. Potresti usare frasi del tipo <<Mi sento molto a disagio a dirti di no>>. Sii chiaro. Non tergiversare, e non attendere che l’altro ti comprenda in assenza di una comunicazione precisa. Spiega con chiarezza le tue ragioni. Utilizzare il verbo “non voglio/non me la sento”, rispetto al “non posso”! Quest’ultimo, infatti, sposta l’attenzione su impedimenti esterni, con un duplice risultato. Innanzitutto potrebbe spingere l’altro a rifare la richiesta in un contesto differente. Infine, rispecchia una scusante esterna: siamo noi a scegliere cosa fare e quando! Offri alternative. Se possibile, sforzati a pensare ad un punto di incontro da proporre che accontenti entrambi, una strategia del tipo win-win. Fai domande assertive. Successivamente alla proposta di un’alternativa, assicurati che all’altro stia bene con domande del tipo “va bene per te?”. Ad esempio, Giorgio mi chiede un passaggio per raggiungere le poste, che si trovano esattamente dalla parte opposta alla mia palestra. Come comunico il mio no? Un’idea potrebbe essere questa: <<Mi sento in colpa a dirti questa cosa, ma sai ci tengo davvero tanto a non arrivare in ritardo alla lezione in palestra. Se ti accompagnassi alle poste, farei ritardo, e non me la sento. Però, se per te può essere comodo, posso fare una deviazione più breve per me, e lasciarti alla fermata del pullman, dove sta per passare un bus che giunge proprio avanti alle poste! Che ne pensi?>> E ora, prova tu a dire quel “no” che hai sempre desiderato.

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost Ti è mai capitato di non riuscire ad abbandonare un piano, un obiettivo o una storia, anche quando risulta evidente che sia un investimento a perdere?. No, non c’è nulla che non va in te, sei probabilmente solo soggetto ad uno dei bias cognitivi più frequenti quando entra in campo la previsione di una perdita. Immagina di essere il direttore e proprietario di una società che produce aerei. Immagina che al momento ha speso 900 milioni di euro per completare il 90% di un progetto per la costruzione di un modello innovativo. Mancano altri 100 milioni di euro per completare la progettazione e cominciare a venderli. Tuttavia, ti viene detto che una società concorrente mette in vendita un aereo con caratteristiche nettamente migliori dei tuoi, e ad un prezzo concorrenziale. Cosa faresti? Sceglieresti di spendere altri 100 milioni di euro rischiando di fallire per completare il progetto, oppure decideresti di lasciar perdere e impiegare quei 100 milioni in qualcos’altro? Adesso invece, immagina di essere il direttore e proprietario della stessa società. Devi scegliere se investire o meno 100 milioni di euro per completare la progettazione degli aerei. Ti viene detto che la società concorrente mette in vendita un aereo migliore ad un prezzo concorrenziale.  Tuttavia, non hai già investito altro denaro prima. Che cosa sceglieresti di fare? Se la tua risposta è di investire i 100 milioni di euro alla prima condizione, e di non investirli nella seconda, hai agito sotto il fenomeno del sunk cost. Infatti, Tversky e Kaneman (1981) scoprono che generalmente i soggetti che erano sottoposti alla prima ipotesi sceglievano di finire il progetto, a differenza del gruppo ai quali viene specificata solo la cifra da dover ancora spendere (100 milioni) e non quella già investita (900 milioni). La persistenza in un investimento, quindi, dipende non solo da quanto ci si aspetta che possa andare bene, ma anche da quanto si è già investito. Il bias del sunk cost consiste nella tendenza a mantenere un investimento per il semplice fatto che ci abbiamo già investito tanto impegno e risorse personali. Si ha cioè l’impressione che abbandonare quel progetto equivalga ad abbandonare anche le risorse che vi sono già state spese. Questa convinzione è in parte legata alla illusione del cosiddetto “belief in a just world” (Lerner, 1980), cioè all’idea che l’aver investito tanto in un bene implichi il diritto a non perderlo. In questo modo, rinunciare al bene implicherebbe ammettere di meritare la perdita, cioè una vera e propria autosvalutazione. Insomma, questo fenomeno ci dice una cosa: il passato, per gli esseri umani, ha un valore in sé. Bibliografia Perdighe, Gragnani (A cura di), 2021, Psicoterapia cognitiva, comprendere e curare i disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, Roma.

Non la sostanza, ma il legame: una lettura sistemica della dipendenza

Cosa spinge una persona a rifugiarsi in una sostanza, in un comportamento compulsivo, in un’abitudine che diventa gabbia? Troppo spesso rispondiamo con concetti individualizzanti: fragilità, mancanza di volontà, bisogno di evasione. Eppure, in un’ottica sistemico-relazionale, la dipendenza racconta molto di più: si presenta come un tentativo di regolare la distanza emotiva, di dare voce a un dolore relazionale, di mantenere in equilibrio un sistema che non sa come comunicare. In tal senso, dunque, la dipendenza, non è solo un problema da risolvere, ma una forma di legame. E come ogni legame, può essere compresa solo all’interno delle relazioni che la generano e la sostengono. Quando si parla di dipendenze, il pensiero corre subito alla sostanza, al corpo che chiede, ciò di cui non si riesce più a fare a meno. Ma chi lavora in ambito clinico sa che dietro ad un comportamento compulsivo si cela un tentativo di dare forma a un dolore. La sostanza come “mediatore affettivo” Secondo la visione ecologica di Gregory Bateson, il comportamento dipendente viene definito come un atto comunicativo che svolge una funzione all’interno del sistema di appartenenza. Più che un segno di malattia, diventa un tentativo, spesso disperato, di mantenere coerenza e legame. Ogni comportamento ha, infatti, una funzione comunicativa e contestuale: è dentro il sistema che acquista un senso. Spesso la sostanza o il comportamento dipendente di qualsivoglia natura (gioco, cibo, tecnologia) entra in scena come “elemento terzo” in una relazione bloccata. E’ un modo per comunicare un bisogno, per proteggersi da un coinvolgimento troppo intenso o per colmare una mancanza che il sistema non è in grado di fronteggiare apertamente. In questo senso, la dipendenza non è solo individuale, ma è una soluzione relazionale (Watzlawick, Beavin & Jackson, 1967). Il sintomo diventa parte dell’equilibrio del sistema, anche quando porta dolore. È un linguaggio che ha senso solo se letto nella grammatica emotiva del sistema in cui si manifesta (Satir, V., 2019). Famiglie che “funzionano” intorno al sintomo In terapia capita di osservare dinamiche in cui il sintomo diventa centrale nella vita familiare. Tutti ruotano attorno alla dipendenza: chi cerca di controllarla, chi la nega, chi se ne sente responsabile. Il sistema si organizza intorno a essa, talvolta in modo invisibile. Sembrerebbe dunque che si sviluppano nuovi equilibri familiari in cui il sintomo funge da stabilizzatore. È qui che il lavoro dello psicoterapeuta sistemico-relazionale entra in gioco, spostando il focus dal comportamento “disfunzionale” alla funzione che quel comportamento svolge nel sistema stesso. (Lane & Ray, 1994). Il pensiero sistemico richiede, dunque, un cambio di prospettiva: non è l’individuo l’unità di analisi, ma la relazione. Come diceva Bateson, “l’unità evolutiva non è l’organismo, ma l’organismo-nel-suo-ambiente”. Allo stesso modo, il sintomo non è “nella persona”, ma nel sistema di significati e interazioni in cui quella persona è immersa. Questo approccio permette di vedere come la dipendenza possa funzionare come regolatore del sistema: mantiene distanze, copre conflitti, stabilizza ruoli. In alcune famiglie, il “problema” della dipendenza diventa il centro attorno al quale tutto ruota, consentendo paradossalmente al sistema di non affrontare altri nodi irrisolti. Curare il legame, non solo il sintomo Intervenire sulla dipendenza significa allora creare uno spazio di ascolto, dove il sintomo possa raccontare la sua storia. È necessario dare voce al dolore sottostante, ma anche comprendere quali relazioni lo sostengono e come trasformarle. Questo può significare coinvolgere il partner, i genitori, i figli, o semplicemente portare in seduta le storie di attaccamento, le aspettative familiari, le emozioni, i non detti (Cigoli & Scabini, 2000). La domanda che guida l’intervento non è “perché sei dipendente?”, ma “a che cosa serve questa dipendenza nel tuo mondo relazionale?”, “quali bisogni cerca di colmare?”, “quali ruoli sostiene o impedisce di trasformare?”. Il percorso terapeutico non punta solo all’astinenza, ma alla possibilità di costruire nuovi modi di stare in relazione con sé e con gli altri. Quando il legame diventa nutriente, autentico, non più giudicante o fuso, la dipendenza può iniziare a perdere la sua forza. Come ci ricorda Bateson (1979), il cambiamento non avviene agendo sull’individuo, ma trasformando le differenze nelle relazioni e nei significati che le governano. Bibliografia Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi Cecchin, G., Lane, G., & Ray, W. A. (1994). L’arte del terapeuta. Roma: Astrolabio. Cigoli, V., & Scabini, E. (2000). Il legame di attaccamento. Uno sguardo sistemico-relazionale. Milano: Raffaello Cortina. Satir, V. (1972). Peoplemaking. Palo Alto: Science and Behavior Books. Watzlawick, P., Beavin, J. H., & Jackson, D. D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio.

No, grazie: la scelta coraggiosa degli adolescenti

Gli adolescenti vanno educati anche a dire di no ad alcune regole del gruppo e ad alcuni giochi collettivi che possono compromettere il proprio benessere psicofisico. Anche lo psicoanalista Guy Corneau nel suo libro “Il meglio di se stessi” ci insegna che ognuno di noi nasce con una missione: realizzare la versione migliore di sé.Quando l’adolescente misura il proprio valore in base a quello che gli altri si aspettano da lui, commette un errore fondamentale: si scollega dalla parte più vera della sua persona. Tale atteggiamento porta l’adolescente a vivere per gli altri, invece di vivere con gli altri. Si finisce per recitare una parte o più parti, disconnettendosi dalla parte più vera del proprio essere.

News Fatigue: quando anche il cervello dice “basta così”

Apri il telefono “solo un attimo”. Vuoi dare un’occhiata veloce alle notizie. Due minuti, massimo cinque. Poi chiudi. Solo che non succede quasi mai così. Dopo qualche scroll ti senti già più teso. Magari un po’ irritato. Forse perfino svuotato. Non è successo nulla nella tua vita personale, eppure il corpo è contratto, la mente è affollata, l’umore è sceso di qualche gradino. Se ti riconosci in questa scena, potresti aver sperimentato la news fatigue: una forma di affaticamento psicologico legato al consumo continuo di notizie, diffusasi a partire dall’era del Covid. Viviamo immersi in un flusso informativo che non si interrompe mai. Notifiche, aggiornamenti in tempo reale, titoli allarmanti, commenti sui social, analisi, contro-analisi. Non esiste più il “momento del telegiornale”. L’informazione è permanente. Sempre disponibile. Sempre urgente. Il nostro cervello, però, non è progettato per restare in uno stato di allerta costante. Dal punto di vista evolutivo siamo programmati per dare priorità alle minacce. È un meccanismo di sopravvivenza: meglio accorgersi di un pericolo che ignorarlo. Ecco perché le notizie negative catturano più attenzione. Restano più impresse. Ci attivano di più. È il cosiddetto negativity bias. Il problema è che oggi le “minacce” non sono eventi occasionali. Sono contenuti mediatici ripetuti, amplificati, commentati, rilanciati. Ogni notizia drammatica attiva il nostro sistema di allerta. Un po’ di attivazione è normale. Ma quando l’attivazione è continua, il sistema si affatica. È come vivere con un allarme che suona in sottofondo tutto il giorno. A un certo punto non è più informazione: è sovraccarico! Molte persone iniziano allora a evitare volontariamente le notizie. E spesso si giudicano per questo. “Sto diventando superficiale.” “Dovrei essere più informato.” “Non mi importa più di nulla.”In realtà, molto spesso non si tratta di disinteresse. Si tratta di autoregolazione.Quando percepiamo che le informazioni sono troppe, ripetitive e soprattutto fuori dal nostro controllo, il nostro sistema psicologico cerca di proteggersi. Se non posso fare nulla rispetto a ciò che sto leggendo, continuare a espormi aumenta solo il senso di impotenza. L’evitamento, in questi casi, diventa una strategia per ridurre l’attivazione. La news fatigue non nasce dall’indifferenza. Nasce dall’eccesso di coinvolgimento senza possibilità di azione. È una forma di stanchezza emotiva che può manifestarsi con irritabilità, cinismo, senso di vuoto, difficoltà di concentrazione. Oppure con quella frase che sento spesso in studio: “È sempre tutto terribile.” Il punto centrale è proprio questo: il cervello tollera meglio lo stress quando possiamo agire. Quando possiamo solo assistere, l’energia mobilitata dalla minaccia non trova uno sbocco. E si trasforma in fatica. Questo non significa che dobbiamo smettere di informarci. Significa che forse abbiamo bisogno di una nuova forma di igiene mentale: un’igiene informativa. Scegliere quando informarsi invece di reagire a ogni notifica. Limitare il numero di fonti. Chiederci: “Posso fare qualcosa rispetto a questa informazione?” Se la risposta è sì, l’azione riduce l’impotenza. Se la risposta è no, forse possiamo concederci di non restare esposti per ore.Da una professionista attivamente impegnata nel sociale, ne sono convinta: mettere confini non è disimpegno civile. È preservare la propria capacità di restare lucidi, presenti, emotivamente disponibili. Perché quando siamo sopraffatti, non siamo più né consapevoli né efficaci. In un mondo che urla continuamente “urgente!”, forse la competenza emotiva più importante è scegliere quando ascoltare e quando spegnere. Se ogni tanto senti il bisogno di chiudere le app, respirare e tornare al tuo spazio personale, non stai scappando dalla realtà. Stai prendendoti cura del tuo sistema nervoso.E prendersene cura, oggi, è un atto profondamente consapevole. Bibliografia Soroka, S., Fournier, P., & Nir, L. (2019). Cross-national evidence of a negativity bias in psychophysiological reactions to news. PNAS, 116(38), 18888–18892. Ytre-Arne, B., & Moe, H. (2021). Doomscrolling, news avoidance and the emotional experience of news during the COVID-19 pandemic. Journalism Studies. de Bruin, K., de Haan, Y., Vliegenthart, R., Kruikemeier, S., & Boukes, M. (2021). News avoidance during the COVID-19 crisis: Understanding information overload. Digital Journalism.