Ossessione dai social e notizie negative: il Doomscrolling

Nei precedenti articoli abbiamo osservato come la pandemia ha fortemente influenzato il rapporto con i social networks. In particolare abbiamo parlato di dipendenza, iperconnessione e FOMO, ma c’è un ulteriore fenomeno molto importante: il Doomscrolling. Il neologismo inglese deriva dalla parola “scroll” (che indica il tipico scorrimento delle notizie del feed social), e la parola “doom”, letteralmente destino avverso, rovina o sventura. Il Doomscrolling si caratterizza dall’ossessione della ricerca e fruizione di notizie negative attraverso i social media. Una tendenza che si è manifestata prepotentemente con la pandemia Covid-19, toccando il suo apice durante il primo lockdown. Perchè facciamo Doomscrolling?Questa risposta è strettamente collegata al nostro istinto di sopravvivenza: quando viviamo una minaccia il nostro cervello si mette in allerta per ripristinare controllo e sicurezza. La raccolta di informazioni rappresenta un tentativo di controllo su una determinata situazione. In quest’ottica il Doomscrolling si configura come un atteggiamento protettivo che attiviamo in una situazione di crisi o incertezza. C’è da aggiungere che grazie ai social media e alla moderna tecnologia, oggi ogni cittadino ha libero accesso ad una mole infinita di informazioni. Come funziona il Doomscrolling?Il Dooscrolling è dannoso perchè alimenta un circolo vizioso fatto di ansia e frustrazione. L’utente, preoccupato da una situazione di minaccia, ricerca informazioni sul web nella speranza di sentirsi rassicurato. Al contrario, reperisce notizie negative che contribuiscono ad incrementare il suo stato di ansia ed incertezza. A questo punto, per placare la preoccupazione l’utente è spinto a ricercare sempre più informazioni, nella speranza che siano positive. Si attiva così una spirale ossessiva che trascina l’individuo in uno stato di paura e forte stress. Il nostro cervello si trova a fare i conti con un sovraccarico di informazioni e di sensazioni negative che non riesce a fronteggiare, da questa condizione scaturiscono panico, insonnia e talvolta addirittura depressione e burnout. Come fermare il Doomscrolling?Per fermare questo vortice ossessivo il primo step, il più difficile, è quello di accettare ciò che non possiamo controllare. Seppure la ricerca di informazioni viene recepita dal nostro cervello come un qualcosa di utile e proficuo, si tratta di una sensazione illusoria. L’aggiornamento costante ci rende più informati e consapevoli, ma va fatto con la giusta misura.Il secondo step prevede un graduale distacco dalla tecnologia: occorre darsi un tempo massimo per la fruizione delle notizie e l’utilizzo dei dispositivi elettronici per non cadere nel baratro della dipendenza.Il terzo step, infine, consiste nel ristabilire il giusto equilibrio tra la vita online e la vita offline, riappropriandosi degli autentici momenti di contatto e calore umano, vivendo i rapporti in maniera piena e totalizzante, condividendo le proprie emozioni e anche le proprie paure.
Osservare e comunicare per includere in Didattica a Distanza

di Maria Anna Formisano e Maria Cristina Oliva da Psicologinews Scientific Introduzione La Didattica a Distanza – DaD – lanciata con la fase della pandemia da Covid-19 e prevista dal Dpcm dell’8 marzo 2020 per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, si è rivelata uno strumento molto utile, non solo per rispondere alle esigenze psicopedagogiche generali, ma anche per garantire e implementare pratiche inclusive psicoeducative per tutti, nessuno escluso. Già l’Art.3 della Costituzione assicura uguaglianza formale e sostanziale a tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di opinioni politiche, in virtù del fatto che tutti hanno diritto a conseguire esperienze di crescita individuale e sociale, poiché l’uguaglianza è il valore d e l l a d i v e r s i t à . A l l a b a s e del l ’ inclusione vi è l ’ impegno psicopedagogico dell’intera comunità scolastica, che si attiva sinergicamente per garantire la piena partecipazione individuale e collettiva di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali. Ciò suggerisce, dunque, la necessità di progettare learning environments virtuali che permettano a tutti gli alunni, tenendo conto delle loro diverse caratteristiche sociali, biologiche e culturali, non solo di sentirsi parte attiva del gruppo di appartenenza ma anche di raggiungere il massimo livello possibile in materia di apprendimento. In questo ripensamento di pratiche psicopedagogiche inclusive si rende necessario la valorizzazione di una “pedagogia del controllo” o Mastery Learning (Bloom e Carroll,1974), fondata sul presupposto che la maggior parte degli allievi può raggiungere un alto livello di capacità di apprendere, a patto che si affronti l’insegnamento con sistematicità e sensibilità, che si aiutino gli allievi quando presentano difficoltà di apprendimento, che si dia loro il tempo sufficiente a conseguire la padronanza cognitiva e si stabilisca un cr i ter i o chiar o s u cosa s ia la padronanza (Bloom,1974). Per fare questo è necessario che gli insegnanti credano fermamente che la classe virtuale sia una Community of Learners, così come affermano A. Brown e J. Campione (1984), basata sulla condivisione delle risorse didattiche, morali ed intellettuali, sulla natura dialogica e distribuita dell’acquisizione della conoscenza e sul rispetto e la promozione delle d i f f e r e n z e , n e l l ’ o t t i c a dell’”inclusiveness”, dove tutti mostrano un atteggiamento positivo e lavorano fin dall’inizio sulla base di una motivazione intrinseca e una comunicazione efficace. P o i c h é l e p r o f e s s i o n i d i insegnamento devono affrontare richieste in rapida evoluzione, agli educatori sono richieste competenze sempre più ampie e sofisticate rispetto al passato. A livello internazionale sono s tat i svi luppat i numeros i strumenti progettuali e osservativi per aiutare gli insegnanti ad identificare i bisogni formativi degli allievi al fine di prendere in considerazione anche le difficoltà, di vario genere, presenti nelle nostre aule. Ne scaturisce l’esigenza di una progettazione formativa esplicita accurata, efficace ed efficiente, che vada oltre la mera visione strumentale dell’insegnamento. In altri termini, si tratta di predisporre il percorso didattico in piccole unità di studio (microcontents), piccole attività didattiche (microactivities) e porzioni di tempo ridotte (microtimes), al fine di risvegliare la curiosità intellettuale, il senso critico e l’autonomia di giudizio degli allievi. Per sos tenere tale ideologia p r o g e t t u a l e è n e c e s s a r i o c h e l’approccio psicoeducativo tenga conto di tutte le variabili che si inseriscono nel processo di insegnamento-apprendimento e che possono, in alcuni casi, compromettere il buon esito del percorso di formazione (successo formativo). Ogni persona e ancor più quella con bisogni educativi speciali, non può essere presa in considerazione come se fosse una monade ma va considerata all’interno di trame, di relazioni e di contesti comunicativi, che consentono un permanente dispiegarsi di autonomia/dipendenza intersoggettiva. Comprendere questo significa prestare attenzione al mondo dell’allievo, osservando il costruirsi della sua storia personale attraverso le dinamiche familiari, i luoghi di vita e la loro organizzazione, le figure significative, i codici comunicativi, i me d i a t o r i , l e r i s o r s e uma n e , economiche e psicologiche, la qualità di vita, i valori di riferimento, etc. (Pavone, 2014). A tal proposito appare lecito il principio psicopedagogico dell’accomodamento ragionevole, secondo cui le modifiche e gli adattamenti necessari non devono imp o r r e u n c a r i c o d i d a t t i c o sproporzionato o eccessivo, ma il riconoscimento delle potenzialità dell’allievo in quanto entità fisica e psicologica con peculiarità cognitive, affettive e sociali. In questo difficile compito è utile che il docente conosca i l potenziale di apprendimento dell’alunno con bisogni educativi speciali, al fine di definire con chiarezza i contenuti didattici, i traguardi formativi e gli obiettivi di apprendimento, controllando che le informazioni didattiche siano recepite da tutti gli allievi in maniera chiara, nell’ottica del dialogo educativo, della relazione comunicativa e della prospettiva osservativa. Per poter operare in questa direzione è necessario promuovere in DaD discussioni aperte e interattive rispetto alle tradizionali lezioni frontali (Katz e Lazcano Ponce,2008), poiché anche lo spazio virtuale è spazio relazionale, di espressione affettiva ed emozionale che rimanda ai differenti stati d’animo provati. Bisogna rieducare all’attenzione, alla concentrazione e anche alla relazional i t à on l ine perché nell’individuo vi è intrinsecamente la motivazione emotiva di entrare in connessione con gli altri per creare nuove dimensioni psicosociali. Se spostiamo l’attenzione sulla gestione psicodidattica di una classe virtuale è da ritenere che la padronanza degli strumenti culturali di base avviene attraverso una gestione innovativa degli spazi, s e c o n d o i p r i n c i p i d e l l a p o l i f u n z i o n a l
Ortoressia: cos’è?

Il termine ortoressia, dal greco orthos che significa “corretto”, “sano” e orexis che vuol dire “appetito”, è stato coniato negli anni ’90 dal medico statunitense Steven Bratman, e si riferisce all’ossessione per un’alimentazione ritenuta salutare, che si traduce in un rigido complesso di regole e restrizioni alimentari. L’ortoressia è caratterizzata dal fatto che la ricerca di una salute ottimale attraverso una dieta estremamente controllata e “pura” si trasforma in un’ossessione che può compromettere significativamente la salute mentale e il benessere psicofisico. L’ortoressia ha molte caratteristiche dei disturbi alimentari (DCA) e dei punti in comune con il disturbo ossessivo compulsivo (DOC): possiamo dire infatti che rappresenta un incrocio tra queste condizioni patologiche. I disturbi del comportamento alimentare comprendono varie condizioni psicologiche legate all’alimentazione, tra cui anoressia e bulimia e il bingo eating demorder, e altre non inserite nei manuali ufficiali come la pregoressia e la dipendenza da cibo, che si caratterizzano per un’ossessione riguardo il peso, l’immagine corporea e il controllo del cibo. Sebbene, come abbiamo visto, l’ortoressia non sia classificata ufficialmente come DCA nei manuali diagnostici, nel panorama scientifico ci sono diverse ricerche che indagano se l’ortoressia debba essere annoverata o meno tra questi disturbi (l’ortoressia può anche configurarsi come disturbo ossessivo e desiderio di controllo ancorato al cibo e alla purezza degli alimenti) Le persone che soffrono di anoressia nervosa o bulimia nervosa condividono la preoccupazione per il peso e l’immagine corporea, e manifestano comportamenti di controllo del peso (come la progressiva riduzione del cibo o le condotte di eliminazione) che possono avere gravi conseguenze sulla salute. L’ortoressia, d’altra parte, si concentra sulla qualità del cibo con l’intento di raggiungere o mantenere la salute ottimale, ma può ugualmente portare a effetti negativi sulla salute fisica e mentale a causa di restrizioni alimentari eccessive. Sebbene l’ortoressia nasca dall’intenzione di migliorare la salute attraverso un’alimentazione estremamente controllata e salutare, può avere conseguenze sia fisiche che psicologiche significative. Tra le conseguenze fisiche dell’ortoressia possono esserci: carenze nutrizionali, problemi gastrointestinali, amenorrea, perdita di peso, squilibri elettrolitici che possono provocare problemi al cuore e al sistema nervoso, astenia. Tra le conseguenze psicologiche, invece si riscontrano: disturbi d’ansia, disturbi depressivi, vergogna, isolamento sociale e problemi nelle relazioni. I rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati se la persona è convinta che non sono più adatti al proprio stile alimentare. Il supporto psicologico per il trattamento dell’ortoressia mira a individuare le radici psicologiche del disturbo e ad aiutare l’individuo a sviluppare un rapporto più sano con il cibo e con il proprio corpo.
Orientamento scolastico strumento per la dispersione

Orientamento scolastico strumento per la dispersione
Orfani di femminicidio e tutele psicologiche

La violenza domestica è un problema sempre più diffuso che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Molti bambini vivono in ambienti violenti e subiscono traumi profondi. Le conseguenze possono essere gravi, portando a difficoltà emotive come ansia, depressione e mancanza di fiducia in se stessi. La violenza contro le donne è spesso causata da discriminazione, senso di superiorità, disturbi psicologici ed esclusione sociale. Recenti eventi di cronaca hanno mostrato quanto sia importante capire non solo chi commette questi crimini, ma anche il ruolo delle vittime. Secondo la teoria delle ‘finestre rotte’, se un bambino orfano viene trascurato, altri in situazioni simili potrebbero essere a loro volta abbandonati.
Orfani di femminicidio e sfide psicoeducative

I bambini che perdono la madre a causa del femminicidio possono sentirsi molto tristi e arrabbiati. Possono anche sentirsi colpevoli e confusi. A volte, potrebbero avere paura del futuro e non fidarsi degli altri. È importante aiutarli con un approccio psicoeducativo che li aiuti a capire i loro sentimenti e ad affrontare i problemi.
Orbiting in Amore

Il termine orbiting deriva dall’inglese to orbit, che significa orbitare attorno a qualcosa. Si tratta di una pseudo tattica amorosa fondata sull’ambiguità e sulla totale assenza di comunicazione nella coppia o in quello che un tempo era una coppia. Un partner rimane attonito e l’altro orbita senza parlare. Una persona si crede partner di un’altra, ma l’altra orbita e non si fa mai avanti, mente, dissemina confusione e ambivalenza del fare e del sentire. La persona che fa orbiting ignora del tutto la richiesta di un chiarimento verbale da parte dell’altro partner: si nega, si sottrae al confronto per non perdersi, nel frattempo, non gli sfugge nemmeno una storia di Instagram o un post, infatti le visualizza per primo. Chi subisce l’orbiting, infatti, rimane in uno stato di sospensione dalla realtà, in una dimensione irreale e surreale. Nonostante faccia un esercizio di pazienza e alleni anche la speranza, il partner orbitante non diventa quasi mai risolto e nemmeno reale. L’orbiting è esattamente questo: una persona che dice di volersi allontanare da te, ma che continua a far sentire la sua presenza attraverso reazioni e commenti sui social, controllando la chat di Whatsapp, visualizzando le stories su Instagram, palesandosi digitalmente ma non nella vita reale. Lo scopo di chi fa orbiting è solo uno: manipolare. L’orbitante utilizza una sorta di messaggio-non messaggio senza contenuto alcuno tramite il quale fa credere interesse, nel tentativo di creare un legame che in realtà non vuole. Chi ha bisogno di controllare non sa amare. II controllo mistificato per amore contiene in sé il seme della manipolazione, dello stalking, della violenza psicologica e fisica. È l’inizio di una relazione al veleno, di quelle che ammalano e prosciugano energie psichiche. Bisognerebbe avere gli strumenti per decodificarla e smascherarla il prima possibile per scappare a gambe levate. Non si tratta di amori che regalano mistero e scintillio, sorprese ed emozioni, ma di non amori che manipolano e che regalano esclusivamente traumi e disagi. Alcune persone fanno orbiting perché amano il controllo e non possono farne a meno, questa è l’unica, triste verità. La vittima dell’orbiting, in una prima fase, si illude di poter iniziare una relazione e inizia a fantasticare a investire tra attese, cuori e like. In una seconda fase che non ritarda a manifestarsi, la vittima comprende che le belle parole e gli infiniti like non si trasformano in un incontro, in un appuntamento, in un bacio.
Orazio ci insegna l’importanza di festeggiare

Una delle locuzioni celebri del poeta latino Orazio, ” Nunc est bibendum”, è tradotta con l’espressione “Ora bisogna bere” . La frase fu pronunciata in occasione della morte di Cleopatra, come fine del pericolo rappresentato per Roma e invitava i Romani a gioire dell’avvenimento. L’approccio psicologico al brindisi, come momento di festeggiamento è da considerarsi suggestivo. Ai tempi di Orazio, ovviamente, lo spumante o lo champagne non esistevano ancora. Il poeta infatti inneggiava ad una coppa di vino come strumento di gioia e condivisione. Oggi, invece, per festeggiare un evento importante o semplicemente come momento di convivialità, in genere, ricorriamo alle cosiddette bollicine. Indipendente dalla cultura o dal territorio, il brindisi è accompagnato da frasi augurali per il futuro. Il nunc est bibendo di Orazio rappresenta quindi psicologicamente parlando, un tentativo per rallentare i ritmi frenetici della quotidianità. In una società moderna attuale, in cui tutto scorre alla velocità della luce, il brindisi diventa l’occasione per fermarsi un attimo e godersi il momento. Dietro il classico tintinnio dei bicchieri, i festeggiati hanno la possibilità di sperimentare emozioni piacevoli e concentrarsi sul presente. Il poeta Orazio, nella sua ode, suggerisce quindi di ricorrere ad un bicchiere di vino, da condividere con gli altri. Una coppa di buon vino diventa il simbolo di prosperità. La gioia provata nel brindisi, unita agli auguri che ci si scambia, generano una piacevole stato di benessere psicologico e fisiologico. Sensazione che possiamo tranquillamente interiorizzare e a cui possiamo attingere nei momenti bui della nostra vita. Il primo bicchiere è per la sete; il secondo, per la gioia, il terzo, per il piacere; il quarto, per la follia. (Apuleio)
Operatori attraverso lo specchio: l’esperienza della supervisione come occasione di cambiamento per operatori e pazienti

di Giampaolo Carotenuto e Rosaria Ponticiello “Può accadere che al vissuto di disorientamento e di abbandono dei piccoli, alla rabbia e all’ angoscia di frantumazione rispetto alla perdita della continuità del legame, agli esercizi di prova del legame, faccia eco negli operatori un bisogno di riparazione di aspetti feriti di un sè bambino”lasciato in silenzio , oppure l’attivazione di modalità genitoriali “buone” competitive rispetto a quelle delle famiglie di origine, o ancora l’adesione rigida a regole di funzionamento che definiscono argini di contenimento rispetto all’angoscia e impotenza esperita delle storie dei propri piccoli.” Rosaria Ponticiello Premessa In questo lavoro descriveremo come l’esperienza gruppale di supervisione dell’ equipe di una comunità educativa per minori, diventa luogo privilegiato nel quale lavorare per riconnettere la trama interrotta di percorsi di vita dei piccoli ospiti, ma allo stesso tempo una preziosa opportunità per gli operatori di rivedere aspetti di sé attraverso lo specchio della relazione con il minore, amplificata dal lavoro di gruppo. Partendo dal resoconto della supervisione clinica indiretta di una operatrice dell’equipe, si delineerà il percorso di acquisizione progressiva di diversi gradi di consapevolezza delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali che si attivano a contatto con l’utenza. L’obiettivo ultimo, resta quello di promuovere un modus operandi da interiorizzare, per lavorare al meglio coi minori accolti nelle comunità. Ogni bambino che entra è una storia a sé I bambini accolti in comunità si trovano spesso collocati in maniera coatta e, senza che gli sia spiegato nulla, si trovano a dover cambiare radicalmente la propria vita. Il tempo di permanenza favorisce lo sviluppo della relazione di fiducia tra il bambino e gli operatori, mentre la stabilità d’equipe operante favorisce la familiarizzazione che riduce il senso di precarietà e di estraneità. Il bambino, che chiameremo Giulio, accede in struttura insieme al fratello, di due anni più piccolo, all’età di 11 anni. Vissuto in un contesto senza regole e accudimento, in una casa abusiva molto fatiscente, il bambino aveva l’autogestione totale della propria giornata, potendo decidere se e cosa fare senza che nessuno adulto decidesse al suo posto. Il padre per lavoro era sempre fuori casa, la madre con disturbo paranoideo di personalità con aspetti depressivi, si occupava poco fattivamente dei figli. Oltre loro c’è un fratello di 17 anni che dà l’allarme contattando il telefono azzurro. Giulio, perciò, entra in un contesto nuovo, fatto di regole da rispettare e nuove figure di accudimento. Giulio e suor Margherita allo specchio Il lavoro di supervisione, si focalizza sulla difficoltà di interazione tra un’educatrice e il nostro bambino. L’operatrice di riferimento di Giulio, Suor Margherita racconta la sua storia, ovvero entra in convento sin da piccola. La chiesa diventa il mondo che l’accoglie: orfana in fasce per un incidente che vede coinvolti i genitori e affidata a una zia, quest’ultima la inserisce in convento, l’unico luogo che le offre un tetto, dei legami di accudimento, dopo un duplice abbandono. Con l’ingresso in comunità, Giulio porta con sé il suo messaggio relazionale: “faccio ciò che voglio! non riconosco nessuno, perché comando io!”. Questa definizione relazionale si scontra con quello della comunità, espresso dalla suora: “qui ci siamo noi, le regole vanno seguite e rispettate!”. Il bambino con il suo fare aggressivo, anche violento verbalmente, mette l’equipe a dura prova e nel tentativo di contenerne l’angoscia, traduce il suo comportamento come prova del legame di fiducia, restituendo allo stesso una comprensione di ciò che gli accade. Cerca cioè di lavorare per favorire la mentalizzazione delle emozioni per prevenire l’acting. Allo stesso tempo questa modalità lavorativa, mette gli operatori nella condizione di dovere lavorare sulla consapevolezza della propria emotività, ovvero sulla capacità di gestire la provocazione e le paure legate alla propria storia personale. La supervisione clinica La supervisione dell’equipe accoglie la difficoltà vissuta da Suor Margherita nella relazione con Giulio. Da quanto emerso nel corso dell’incontro, tra i due si stabilisce una relazione simmetrica caratterizzata da oppositività, provocazione e rifiuto del rispetto delle regole imposte da Suon Margherita, che dal canto suo sente la frustrazione di non riuscire a “consolare” un bambino che le ricorda a tratti la sua di storia vita. La rabbia dell’educatrice si innesta sull’idea che al bambino “non manca niente” e il suo comportamento oppositivo non è motivato, seguendo così la logica e il copione delle cure e delle modalità di contenimento da lei ricevute da ragazzina dalla stessa congregazione. Quando il supervisore le fa notare che probabilmente anche Giulio protesta e pretende un accudimento da parte dei suoi genitori, e che verosimilmente per quanti sforzi gli educatori possano fare, la casa famiglia non potrà mai sostituire. Suor Margherita scoppia in un pianto liberatorio e si ricorda della sua protesta silenziosa e dispettosa messa in atto durante la sua infanzia. Le lacrime di suor Margherita, accolte dal supervisore e dall’intera equipe, sono quelle che “sciolgono” il nodo irrisolto dell’educatrice, il dolore negato di una storia difficile che la vede orfana affidata ad estranei che se ne prendono cura. Questa storia la porta a identificarsi particolarmente col dolore di Giulio, che risponde ai suoi tentativi di contenimento con sgarbo e dispetti, atteggiamenti oppositivi significativi di una rabbia che non può essere verbalizzata. Accade quindi che l’operatore porti con sé il proprio modello familiare e che lo stesso vissuto possa influenzare il lavoro coi bambini, creando intrecci biografici originali che diventano gravidi di risvolti anche riparativi reciproci. Il tentativo di Suor Margherita di curare la ferita di Giulio, è un estremo tentativo di trovare un rimedio al suo dolore, ma Giulio, con i suoi comportamenti da “ingrato”, si oppone alla speranza personale che la suora veicola col suo fare, ovvero che quel dolore è risolvibile. Giulio è come se sottolineasse che niente e nessuno può davvero alleviare il dolore di una perdita così grande, e che la vera elaborazione passa per l’accettazione di una ferita che deve essere vista nella sua “durezza” per poter essere riparata. Conclusioni La supervisione di gruppo funge, non solo da strumento meta, di deutero apprendimento, ma anche da sostegno mostrando accoglienza al vissuto
ONLINE DISINIBITION EFFECT: LA VIOLENZA VERBALE IN RETE

Il termine Disinhibition effect fa riferimento a quel fenomeno che determina “un allentamento o un totale abbandono delle restrizioni sociali quando comunichiamo con altri individui online.” Da questa definizione si evince dunque come la Disinhibition effect si riferisca alla trasgressione delle restrizioni sociali, quando ci troviamo a comunicare con gli altri, tramite dispositivi tecnologici. Questo effetto è stato ampiamente studiato in ambito psicologico: a tal proposito, è stato dimostrato quanto il mondo online porti il soggetto a sentirsi “meno vincolato” da tutta una serie di vincoli sociali imposti e che sono ancora presenti nel mondo offline. Ma perché ci sentiamo più disinibiti online? Quando siamo sul web funzioniamo in modo diverso, rispetto a quando siamo offline. I primi studi su cervello e tecnologia mettono in evidenza, oltre all’iperstimolazione della corteccia visiva, uditiva e somato-sensoriale, anche un cambiamento del profilo cognitivo delle persone che usano quotidianamente la tecnologia digitale. Per esempio, cambiano modi e tempi di lettura degli ipertesti, emerge la tendenza a delegare i processi della propria memoria di lavoro alla tecnologia digitale ecc. e per quanto riguarda l’effetto di disinibizione online, è interessante sottolineare che appare diminuire la capacità di attendere e di mentalizzare le assenze, cioè di rappresentarsele internamente, mentre aumenta la tendenza ad agire compulsivamente, cioè in modo impulsivo, non controllato. Suler (2004) ha cercato di rispondere alla domanda, individuando sei fattori che, interagendo tra loro, potrebbero spiegare l’effetto della disinibizione online. Oggi, potrebbero sembrare fattori legati a modalità di stare online ormai del tutto o in parte superate, ma questi sei fattori potrebbero conservare alcuni aspetti, che sono centrali nella comunicazione umana e, pertanto, potrebbero ancora contribuire all’effetto di disinibizione quando siamo online. Anonimato dissociativo. Questo tipo di anonimato è uno dei principali fattori che creano l’effetto di disinibizione. Quando le persone hanno l’opportunità di separare le azioni online dal loro stile di vita e dalla loro identità personale, si sentono meno vulnerabili nel rivelare sé stessi e nell’agire. In un processo di dissociazione, il Sé virtuale diventa un Sé separato. Nel caso di ostilità espressiva o altre azioni devianti, la persona, attraverso il meccanismo del moral disengagement(disimpegno morale), può evitare la responsabilità di quei comportamenti, quasi come se le restrizioni morali del Sè fossero state temporaneamente sospese nella psiche online. Invisibilità. In molti ambienti virtuali, specialmente quelli che sono basati sulle chat, le persone non possono vedersi tra di loro. Questa invisibilità dà alla gente il coraggio di navigare in siti web e fare cose che altrimenti non farebbero. L’anonimato è l’occultamento dell’identità, che è diverso dal non essere visti. Nella comunicazione tramite email, chat, messaggistica istantanea e blog, la gente può sapere molto delle identità e delle vite degli altri. Tuttavia, non possono vedersi o sentirsi. Anche se l’identità di tutti è nota, l’opportunità di essere fisicamente invisibili amplifica l’effetto della disinibizione. Asincronicità. Nella posta elettronica, nelle chat e nelle bacheche, la comunicazione è asincrona. Le persone non interagiscono tra loro in tempo reale e il non dover far fronte alla reazione immediata di qualcuno, disinibisce le persone. Alcune possono anche sperimentare la comunicazione asincrona come “fuga” dopo un messaggio personale, emotivo o ostile. Ci si sente sicuri a metterlo “là fuori” dove può essere lasciato da parte. Immaginazione dissociativa. Consciamente o inconsciamente, gli utenti possono esperire che il proprio Sé virtuale viva in una dimensione fittizia, separata dalle richieste e dalle responsabilità del mondo reale. Essi dividono le attività online dai fatti offline. Emily Finch (2002), autrice e avvocato penalista che studia il furto d’identità nel cyberspazio, ha suggerito che alcune persone vedono la loro vita nel mondo virtuale come una specie di gioco con regole e norme che non si applicano alla vita quotidiana. Le persone, una volta che spengono il computer e tornano alla loro routine, credono di potersi lasciare alle spalle il ‘gioco’ e l’identità virtuale, abbandonando la responsabilità di ciò che accade in un mondo considerato fittizio. Di per sé, non si tratta di qualcosa di completamente negativo, anzi, questo effetto potrebbe rendere più semplice – per persone con un temperamento introverso – stringere nuove relazioni, o anche solo scambiare opinioni con altri videogiocatori. Tuttavia, Lo scienziato descrive alcune tipologie di disinibizione potenzialmente pericolose, e cerca di analizzarne i fattori: • Benign Disinhibition: le persone possono condividere informazioni personali, come segreti, emozioni, paure, desideri o mettere in atto gesti di gentilezza o generosità esagerati. • Toxic Disinhibition: il lato opposto di quello che possiamo immaginare come un continuum è rappresentato da comportamenti violenti, aggressivi, minacciosi che difficilmente sarebbero attuati nella vita di tutti i giorni. Questo tipo di disinibizione ci aiuta a comprendere il funzionamento di alcune community di giocatori online, in cui è “normale” insultare pesantemente gli avversari o prendere di mira compagni di squadra meno esperti, considerati responsabili del cattivo andamento di una partita. L’obiettivo della condivisione di questo modello non è quello di trasmettere l’idea che le interazioni online siano pericolose; al contrario, la miglior difesa contro i potenziali rischi derivanti da questi fattori sta proprio nella consapevolezza della loro esistenza: nella maggior parte dei casi, ricordarsi che al di là dello schermo o dietro il viso di un avatar ci sono delle persone come noi, è sufficiente per relazionarsi con il normale livello di cautela che farà si che l’interazione con gli altri sia un’esperienza piacevole e nello stesso tempo sicura.