Zimbardo e l’effetto Lucifero: un esperimento estremo

L’effetto Lucifero fa riferimento a una delle questioni più intriganti della psicologia sociale: come è possibile che persone comuni, in determinate circostanze, possano commettere azioni deplorevoli? Lo psicologo Philip Zimbardo esplorò questo enigma in modo approfondito attraverso uno degli esperimenti più controversi e discussi nella storia della psicologia sociale: l’esperimento della prigione di Stanford. L’esperimento della prigione di Stanford Nel 1971, Philip Zimbardo, professore di psicologia presso l’Università di Stanford, condusse un esperimento volto a esplorare gli effetti del ruolo e dell’ambiente sul comportamento umano. L’obiettivo era di capire come individui comuni, privi di tendenze criminali, avrebbero reagito in un contesto che simulava la vita carceraria. L’esperimento coinvolse 24 studenti universitari, selezionati tra un gruppo di volontari per la loro apparente stabilità psicologica e fisica. Questi furono divisi casualmente in due gruppi: guardie e prigionieri. Una prigione fittizia fu creata nel seminterrato del dipartimento di psicologia di Stanford, con celle, corridoi e un’area per l’osservazione. L’inizio dell’esperimento Il primo giorno dell’esperimento, i partecipanti assegnati al ruolo di prigionieri furono arrestati nelle loro case dalla polizia locale, ammanettati e trasportati alla “prigione” di Stanford. Questa procedura intendeva creare una sensazione di realtà e di sconcerto. Una volta arrivati, furono spogliati, spruzzati con spray disinfettante, e rivestiti con uniformi da prigionieri con un numero identificativo, per deumanizzarli ulteriormente. D’altro canto, le guardie ricevettero uniformi militari, occhiali da sole a specchio per evitare il contatto visivo e manganelli, conferendo loro un’aria di autorità e potere. L’evoluzione delle dinamiche di potere Già dal secondo giorno, le dinamiche di potere cominciarono a emergere in modo evidente. Le guardie, inizialmente riluttanti, cominciarono a esercitare il loro potere in modo sempre più coercitivo e abusivo. L’umiliazione, le punizioni arbitrarie e le privazioni divennero la norma. Questi comportamenti non erano il risultato di ordini espliciti da parte dei ricercatori, ma piuttosto una manifestazione dell’ambiente e dei ruoli assunti. Le guardie si trasformarono rapidamente da persone comuni a perpetratori di abusi, mentre i prigionieri divennero passivi e sottomessi. Questi ultimi, d’altra parte, svilupparono rapidamente sintomi di stress, ansia e depressione. Le dinamiche di potere e l’anonimato associati ai ruoli assegnati portarono a una deumanizzazione delle vittime, trasformando le guardie in aguzzini e i prigionieri in esseri sottomessi e privati di dignità. La fine prematura dell’esperimento L’esperimento della prigione di Stanford era previsto per durare due settimane, ma si interruppe dopo soli sei giorni a causa del deterioramento delle condizioni psicologiche dei partecipanti. Christina Maslach, una collega di Zimbardo, quando visitò la prigione sperimentale convinse, infatti, Zimbardo a terminare l’esperimento. Le implicazioni psicologiche e la teoria dell’effetto Lucifero L’esperimento della prigione di Stanford ha sollevato importanti questioni etiche e psicologiche. Ha dimostrato come le situazioni e i ruoli sociali possano influenzare profondamente il comportamento umano. Le persone, in certe circostanze, possono compiere azioni che mai avrebbero immaginato in condizioni ordinarie. Zimbardo chiamò questo fenomeno “Effetto Lucifero”, riferendosi alla trasformazione di Lucifero da angelo a demonio nella tradizione cristiana. L’effetto Lucifero non suggerisce che le persone siano intrinsecamente malvagie, ma piuttosto che le situazioni possono facilitare comportamenti malvagi. Questo effetto si basa su tre concetti chiave: la deindividuazione, la deumanizzazione e la diffusione della responsabilità. Deindividuazione: quando gli individui perdono il senso della propria identità personale in un gruppo, tendono a comportarsi in modi che non rispecchiano la loro moralità individuale. Nell’esperimento di Stanford, le uniformi e gli occhiali a specchio delle guardie contribuirono a una perdita di identità personale, facilitando comportamenti disinibiti. Deumanizzazione: questo processo implica vedere gli altri come meno che umani, spesso come oggetti o numeri. Le guardie carcerarie deumanizzarono i prigionieri, vedendoli non come individui con emozioni e diritti, ma come soggetti da controllare e punire. Diffusione della responsabilità: in un gruppo, gli individui spesso sentono che la responsabilità delle loro azioni è condivisa, riducendo il senso di colpa individuale. Nell’esperimento, le guardie sentirono meno responsabilità personale per le loro azioni crudeli perché erano parte di un gruppo che agiva allo stesso modo. Le critiche e le riflessioni L’esperimento della prigione di Stanford portò con sé critiche per differenti ragioni, incluse le sue problematiche etiche e metodologiche. Inoltre, la mancanza di un’adeguata supervisione e di protezioni per i partecipanti ha sollevato preoccupazioni etiche significative. Nonostante queste critiche, l’esperimento ha avuto un impatto duraturo sulla psicologia e sulla nostra comprensione del comportamento umano. Ha portato, inoltre, a una maggiore attenzione sull’importanza dell’etica nella ricerca psicologica e ha evidenziato come il contesto sociale e i ruoli possano influenzare profondamente il comportamento. Conclusione L’effetto Lucifero e l’esperimento della prigione di Stanford rappresentano una potente lezione sulla natura umana e sul potere delle situazioni. Sebbene l’esperimento abbia sollevato questioni etiche significative, ha anche fornito preziose intuizioni su come e perché le persone possono comportarsi in modi estremi sotto certe condizioni. Riconoscere e comprendere questi meccanismi è fondamentale per costruire società più giuste e compassionevoli, in cui il potere sia esercitato con responsabilità e integrità.
VIVERE LA VITA: COME CONNETTERSI AL QUI E ORA

Come praticare la connessione con le esperienze piacevoli della vita Tutti noi esseri umani troppo spesso siamo costantemente agganciati a pensieri negativi. Quello che tendiamo a fare è focalizzarci su ciò che ci manca, confrontandoci con i nostri amici o familiari. Allora ci concentriamo sul non essere sposati, sull’essere single, sul non avere un figlio, su “com’era bello il passato” o su “quanto preoccupa il futuro”. Tutto vero. I pensieri hanno il potere di prendere il sopravvento, facendoci dimenticare il presente. Questi pensieri sono utili? Questa è la domanda più importante che ci possiamo porre nei momenti in cui i pensieri negativi ci sovrastano. Certo non è cosi semplice e scontato, ma, avendo chiaro ciò che conta, potremmo riuscire ad essere presenti praticando la connessione. Cosa significa? Significa essere pienamente consapevoli della nostra esperienza nel qui e ora, tirandoci fuori dal passato e dal futuro. Se non lo facciamo, è come se guardassimo il nostro film preferito indossando gli occhiali da sole. E per arricchire la nostra vita e renderla significativa, è importante agire attraverso azioni efficaci e che ci permettano di muoverci in una direzione che abbia valore. Alcuni esercizi di connessione Nei momenti in cui la mente inizia a portarti a spasso, prova innanzitutto a notarlo e riporta l’attenzione su uno dei seguenti esercizi: Nota tutto ciò che puoi vedere, toccare o sentire con l’udito, con il gusto o con l’olfatto. Com’è la temperatura? E la luce? Nota cinque suoni che puoi udire, cinque oggetti che puoi vedere. Nota la posizione del tuo corpo, come tieni le braccia, le spalle, le gambe. Esamina anche le sensazioni interne dalla testa fino alla punta dei piedi. Nota il tuo respiro, la cassa toracica che si alza e si abbassa e l’aria che entra ed esce dalle narici. Nota tutti i rumori che senti, quelli nella stanza e quelli fuori. Questi sono soltanto degli esempi di come ogni giorno possiamo allenare la capacità di essere presenti, semplicemente recuperando la concentrazione ogni volta che ci rendiamo conto di essere sconnessi.
Vivere gli ambienti naturali: quali effetti sulla salute dell’uomo?

Durante situazioni di vita stressanti, le persone hanno bisogno di recuperare energie e far fronte alle difficoltà. Spesso ci riescono rivolgendosi a risorse individuali, sociali e comunitarie per trovare speranza, significato e prospettiva nelle loro vite. Anche i fattori di stress della vita quotidiana influiscono sulla salute mentale e fisica delle persone che hanno bisogno di strategie benefiche e soluzioni efficaci. La percezione della natura, degli spazi verdi urbani, delle foreste e dei giardini, ma anche dei momenti di relax e riflessioni, può essere utile e apportare benefici alla salute. Numerose ricerche sottolineano l’importanza della connessione tra esseri umani e natura per la creazione e il mantenimento del benessere e dei benefici per la salute, fisica e mentale. In diversi studi è stato riscontrato come le immagini della natura, l’interazione con essa, l’attività fisica e l’immersione nella natura e persino il sentimento legato ad essa sono tutti benefici per la salute dell’uomo. Nonostante l’ampio lavoro pratico e la ricerca empirica che dimostrano la relazione positiva tra le esperienze con la natura e il miglioramento della salute e del benessere, le basi concettuali e teoriche di come le relazioni persona-ambiente naturale possono supportare la salute e il benessere sono limitate (Brymer, Araújo, Davids e Pepping, 2020). Tuttavia, la relazione uomo-natura è complessa. Ecological Dynamics Brymer e colleghi (2020) hanno analizzato la relazione uomo-natura e come la natura stessa possa migliorare la salute e il benessere della persona attraverso la prospettiva teorica della Ecological Dynamics. Tale prospettiva è un framework che integra le idee chiave derivanti dalla psicologia ecologica e dalla teoria dei sistemi dinamici e le applica per approfondire la comprensione della salute e del benessere. Secondo l’approccio dell’Ecological Dynamics, l’individuo fa parte del più ampio sistema ecologico. L’Ecological Dynamics considera il sistema persona-ambiente come la scala principale di analisi e rifiuta l’assunzione dualistica e separata tra corpo e mente, tra ambiente e animale, promuovendo l’accettazione olistica dell’unione di una persona e dell’ambiente, della mente e del corpo. L’approccio Ecological Dynamics richiede inoltre una rivalutazione del bias intrinseco nella ricerca di spiegazioni del comportamento umano e delle esperienze basate su meccanismi interni e referenti. Di contro, viene considerata la mutualità del sistema persona-ambiente. Piuttosto che promuovere una comprensione del comportamento come derivante dalla mente, nell’approccio Ecological Dynamics il comportamento emerge dalla relazione uomo-ambiente, dall’essere radicato dell’uomo in un ambiente. La prospettiva Ecological Dynamics assume come primaria scala di analisi il rapporto individuo-ambiente. Tale approccio inoltre sottolinea l’osservazione che gli individui esistono negli ambienti e sono vincolati dalle caratteristiche interagenti di entrambi. Ci sono tre idee concettuali chiave all’interno del quadro dell’Ecological Dynamics: affordances, form of life e niche construction. Affordances: La nozione di affordances ha origine nella psicologia ecologica (Gibson, 1979) e si riferisce a come l’ambiente è percepito in termini comportamentali (non in termini neutri come tempo e spazio), cioè ciò che l’ambiente offre, combinando la natura dell’ambiente con la natura di un individuo. Nei sistemi ambientali individuali, il comportamento che risulta dal collegamento individuo-ambiente è complesso e dinamico: non è un’interpretazione dell’individuo o una risposta a uno stimolo ma una proprietà emergente di questo sistema persona-ambiente naturale. Un ambiente descritto in termini di affordances cambia l’enfasi da una descrizione di forma strutturale, neutra per l’individuo, a una descrizione attiva e funzionale, in termini comportamentali. Form of life: Il concetto di “forma di vita” ha origine da Wittgenstein (1953) e descrive come un gruppo specifico di esseri umani o altri animali interagisce nel e con il mondo che lo circonda. Cioè, la forma di vita descrive sia il potenziale che le possibilità comuni disponibili nei sistemi dell’ambiente individuale. Ciò potrebbe manifestarsi, ad esempio, come una tendenza sociale o culturale o modelli di comportamento. È più probabile che la forma di vita umana prosperi in presenza di condizioni di salute e benessere umane. Niche construction: sia l’individuo che l’ambiente sono responsabili della co-costruzione e della progettazione delle affordances. L’azione e l’influenza dell’individuo (o gruppo di individui) sono coinvolti nella costruzione dell’ambiente quotidiano. Questa nozione di co-progettazione estende l’idea evolutiva che gli ambienti hanno un impatto sull’uomo, dotando la persona di capacità di azione rilevanti per abitare un particolare ambiente. In questo modo, la costruzione di nicchia (niche construction) supporta l’agency dell’uomo e il suo impatto sulla percezione, l’utilizzo, la creazione e la distruzione dell‘affordances. Quali implicazioni? Una delle implicazioni dell’approccio Ecological Dynamics è la consapevolezza che i sistemi persona-ambiente sono interdipendenti. Questo significa che gli esiti di salute sperimentati da un individuo derivano dalla relazione tra abilità e caratteristiche individuali (storia, cultura, emozioni, fisiologia) e caratteristiche ambientali funzionali o affordances. Da questa prima interdipendenza animale-ambiente deriva l’implicazione che gli interventi e gli ambienti di salute e benessere devono essere progettati per fornire un’ampia gamma di possibilità di arricchimento comportamentale per la salute e il benessere. In sintesi, tale quadro ecologico enfatizza la relazione persona-ambiente come scala appropriata per l’analisi e la concettualizza come esplicativa dei benefici per la salute delle relazioni uomo-natura. Le implicazioni di questo approccio, dal punto di vista della salute e del benessere, suggeriscono come siano necessari progetti ambientali che supportino e tengano conto di salute e benessere e che sfruttino la ricchezza degli ambienti naturali. Bibliografia Brymer E, Araújo D, Davids K and Pepping G-J (2020) Conceptualizing the Human Health Outcomes of Acting in Natural Environments: An Ecological Perspective. Front. Psychol. 11:1362. doi: 10.3389/fpsyg.2020.01362 Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach To Visual Perception. Houghton: Mifflin and Company. Wittgenstein, L. (1953). The Philosophical Investigations. Oxford: Oxford Blackwell.
Vittimizzazione secondaria: quando il sistema amplifica il dolore

Quando una persona subisce un reato, il trauma derivante dall’esperienza può essere aggravato da ulteriori sofferenze causate dal contesto sociale, istituzionale e mediatico. Questo fenomeno è noto come vittimizzazione secondaria e si verifica quando la vittima, anziché ricevere sostegno e tutela, subisce giudizi, colpevolizzazioni o trattamenti inadeguati da parte delle istituzioni, dei media e della società. Cos’è la vittimizzazione secondaria? La vittimizzazione secondaria si verifica quando una vittima di reato, oltre al danno subito, sperimenta ulteriori forme di sofferenza a causa delle risposte inadeguate di chi dovrebbe tutelarla. Questo fenomeno può manifestarsi in diversi modi: Nell’ambito giudiziario, attraverso domande invasive e ripetitive durante i procedimenti legali, atteggiamenti scettici da parte degli operatori della giustizia o una narrazione che mette in dubbio la credibilità della vittima; Nella società, con la tendenza a colpevolizzare la vittima, insinuando che il suo comportamento abbia contribuito al reato subito; Nei mass media e nei social media, con una rappresentazione distorta della vicenda, che spesso enfatizza dettagli privati e morbosi o dipinge la vittima in modo stereotipato, rafforzando pregiudizi e stigmatizzazioni. La vittimizzazione secondaria è particolarmente frequente nei casi di violenza di genere, abusi sessuali e maltrattamenti, ma può riguardare qualsiasi tipologia di reato in cui la vittima si trovi esposta a trattamenti ingiusti o insensibili. Gli effetti della vittimizzazione secondaria Subire vittimizzazione secondaria può avere gravi conseguenze psicologiche ed emotive. Tra gli effetti più comuni troviamo: Aumento dello stress e del disagio psicologico, che può aggravare il trauma iniziale e rendere più difficile il percorso di guarigione; Sfiducia nelle istituzioni, che può portare le vittime a evitare di denunciare futuri episodi di violenza o reati subiti; Isolamento sociale, dovuto al timore di essere giudicate o non credute; Senso di colpa e vergogna, soprattutto quando il contesto sociale e mediatico tende a responsabilizzare la vittima anziché l’autore del reato. L’impatto della vittimizzazione secondaria può essere duraturo e incidere sul benessere della persona, ostacolandone la ripresa e la possibilità di ottenere giustizia. Il ruolo dei media I mass media e i social media hanno un ruolo cruciale nella percezione collettiva delle vittime di reato. Spesso, la narrazione di alcuni casi nei programmi televisivi, nei giornali e nei dibattiti pubblici tende a spettacolarizzare la sofferenza delle vittime. Ciò potrebbe contribuire a trasformare la loro esperienza in un fenomeno mediatico o ad alimentare stereotipi dannosi. Tra essi possiamo citare, in ottica esemplificativa, il ritenere che certi comportamenti “giustifichino” le aggressioni subite. Sui social media, il problema è amplificato dalla diffusione virale di commenti e opinioni non filtrate, che possono portare a vere e proprie campagne di colpevolizzazione e cyberbullismo contro le vittime. In alcuni casi, le vittime sono esposte a una nuova forma di violenza attraverso insulti, minacce e giudizi che possono contribuire ad amplificare il trauma precedente. Come prevenire la vittimizzazione secondaria Prevenire la vittimizzazione secondaria richiede un cambiamento culturale e istituzionale, che coinvolga diversi livelli della società. Alcuni passi fondamentali includono: Formazione adeguata per operatori della giustizia e delle forze dell’ordine, affinché possano gestire le denunce con sensibilità, evitando interrogatori invasivi e scetticismo nei confronti delle vittime; Miglioramento delle procedure giudiziarie, riducendo la necessità di ripetere più volte la propria testimonianza e garantendo strumenti di protezione per le vittime durante i processi; Responsabilità mediatica, con una narrazione rispettosa e priva di sensazionalismo nei casi di cronaca che riguardano le vittime di reato; Educazione alla consapevolezza sociale, per contrastare pregiudizi e stereotipi che tendono a minimizzare o giustificare la violenza. Conclusione La vittimizzazione secondaria rappresenta un problema profondo che può avere conseguenze impattanti sulla vita delle persone che già hanno subito un reato. Affrontarla significa non solo migliorare il supporto alle vittime, ma anche promuovere una cultura della giustizia e del rispetto. Un cambiamento reale passa attraverso l’educazione, la responsabilità istituzionale e una narrazione mediatica più etica e rispettosa.
VITTIME SILENZIOSE – LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

DI CINZIA SAPONARA La violenza assistita intrafamiliare rappresenta la seconda forma più diffusa di maltrattamento sull’infanzia con il 32,4% dei casi, subito dopo la patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei/delle minorenni in carico ai Servizi Sociali (II indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia; CISMAI e Terres des Hommes, 2021). Considerata come una delle possibili manifestazioni del maltrattamento psicologico, è oggi invece riconosciuta come un maltrattamento di tipo primario al pari del maltrattamento fisico, psicologico, dell’abuso sessuale e della trascuratezza.E’stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia), nel 2005. come: “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori, si include l’assistere a violenze messe in atto da minori su altri minori e/ o sugli altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici. Il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando essi avvengono nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore ne è a conoscenza), e/o percependone gli effetti”. Questo trauma, è stato definito con grande efficacia “il dolore degli impotenti” dalla psicologa psicoterapeuta Judith Herman (2005). E’importante sottolineare, che tale fenomeno è strettamente connesso con quello della violenza domestica, quest’ultimo è un fenomeno ampio, complesso e trasversale, non legato quindi solo a contesti caratterizzati da disagio materiale o da multiproblematicità, ma anche a contesti socio-culturali agiati e benestanti. Le radici della violenza domestica sono complesse affondano nel conflitto di genere, e sono connesse a dimensioni culturali e personali che si intrecciano fra loro. La violenza assistita viene il più delle volte sottovalutata, o addirittura ignorata, sia nelle sue dimensioni sia nelle conseguenze, perché spesso tendono a perdersi i nessi causali tra il clima di violenza circolante in famiglia e le conseguenze sullo sviluppo del bambino dal punto di vista psicologico (sia emotivo che cognitivo), fisico comportamentale e della socializzazione. Occorre, però, distinguere tra: conflitto e violenza in famiglia, questi ultimi non devono essere confusi fra loro perché hanno caratteristiche e conseguenze molto diverse: il primo prevede un dissidio anche grave, radicale, tra due persone, ma caratterizzato da una sostanziale parità tra le parti, dove l’identità di ciascuno è preservata, anche se si può creare in famiglia un clima violento e comunque malsano.La violenza domestica presuppone, invece, una relazione fortemente asimmetrica e di potere caratterizzata da sopraffazione, dominio e vittimizzazione di una parte sull’altra: un partner tratta l’altro, indifeso, con violenza, sul piano fisico e psicologico. La violenza domestica, inoltre, non è caratterizzata da episodi di violenza con carattere sporadico, ma si manifesta in una ripetizione sistematica di eventi che durano nel tempo e che presentano una graduale escalation sia in termini di danno prodotto che di pericolosità.Non sono rare purtroppo le situazioni di violenza intrafamiliare fra i partners che esitano in tentati omicidi e omicidi della donna, come spesso ci riportano le cronache, di cui a volte i minori sono testimoni. In Italia (Istat 2020) durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più rispetto al 2019, nel 64,1% si riportano anche casi di violenza assistita. Inoltre, tra gli orfani di femminicidio, il 17,2% dei figli sopravvissuti (di cui oltre il 70% minori) era presente durante il delitto e il 30% di loro ha ritrovato il corpo della madre, con danni devastanti sulle loro vite future. In quanto, figli della vittima e dell’omicida vivono un doppio trauma: la perdita della madre in modo drammatico e la «perdita» del padre.In generale le famiglie che sviluppano comportamenti violenti sono caratterizzate da una struttura interna relazionale piuttosto instabile. La relazione di coppia, fragile e conflittuale, tende a sfociare in gravi agiti, con manifestazione di esplosioni di violenza attiva, in genere nei confronti della donna. Il clima familiare è caratterizzato dalla continua instabilità affettiva e da conflitti agiti, durante i quali i figli sono spettatori passivi. La situazione relazionale della coppia non permette l’esercizio di una genitorialità adeguata ed attenta ai bisogni dei figli: i genitori, infatti, impegnati nel conflitto, diventano gravemente trascuranti, non prestano attenzione alle esigenze e necessità del figlio/a, che diventa così un bambino invisibile. Spesso coinvolto nelle relazioni adulte, costretto a prenderne parte, non avendo uno spazio come persona, il figlio diventa un “oggetto”, adultizzato con gravi conseguenze per il suo sviluppo emotivo. La violenza, dunque, intacca ed indebolisce le competenze genitoriali di cura e accudimento, nella donna/ madre, il maltrattamento, soprattutto se protratto nel tempo, può produrre un gran numero di disturbi assimilabili al disordine da stress post traumatico. Ancora, in colei che subisce violenza, si attivano in modo massiccio una serie di difese di evitamento, inizialmente dirette a mitigare l’impatto delle reiterate situazioni di pericolo, ma che poi restano sotto forma di disturbo e sintomo, fino ad inibire la capacità di esprimere i sentimenti, talvolta di percepirli e impedire una corretta valutazione degli eventi. Nella donna ciò oltre a determinare lo stato di isolamento tipico del maltrattamento, provoca un impoverimento generale di modalità di interazione con la realtà. Queste modalità influenzano fortemente la relazione con i figli e le capacità di accudimento e di attenzione verso i loro bisogni emotivi. La funzione genitoriale può, in questo contesto non svilupparsi coerentemente e venire fortemente compromessa; si parla infatti di: “madri maltrattate e danno alla genitorialità.” In tale contesto il bambino può manifestare dei comportamenti/atteggiamenti prevalenti, che vanno da quello timoroso, di vittima, ad atteggiamenti di tipo aggressivi, da “carnefice”. Nel gioco delle alleanze con l’uno o l’altro genitore il figlio infatti si può identificare con la vittima o con l’aggressore. I bambini che assistono alla violenza possono sviluppare, come già detto, comportamenti adultizzati, d’accudimento verso uno o entrambi i genitori e i fratelli ed avere continui pensieri su come prevenire la violenza. Essi tendono ad assumere atteggiamenti compiacenti, a dire bugie, ad adattarsi all’uno o all’altro genitore a
Vita privata e professionale ai tempi dello smartworking: un possibile connubio o una malinconica fusione?

di Rita Tancredi Il protrarsi dell’attuale stato di emergenza sanitaria causato dalla pandemia COVID-19 non soltanto ha implicato una vertiginosa accelerazione del processo di trasformazione digitale e dei luoghi di lavoro – diffondendo la configurazione di nuove modalità, tra cui lo “smartworking” (anche definito “lavoro agile”) – ma ha anche reso maggiormente sfumati i confini fra vita professionale e vita privata. Se da un lato per aziende e dipendenti il sistema di smartworking si mostra particolarmente vantaggioso in termini economici e produttivi per le prime e in termini di equilibrio psico-fisico per i secondi, d’altra parte si delineano i confini di un efficace rendimento organizzativo e di una spiccata autonomia e gestione individuale. Perseguire il work-life-balance, al giorno d’oggi, costituisce una delle più grandi sfide a cui organizzazione e professionisti sono sottoposti, poiché con la facilità di accesso a dispositivi aziendali (quali pc, cellulari e tablet) e ai software e agli applicativi di lavoro (quali e-mail, Skype, Zoom e Webex, per citarne solo alcuni) diviene maggiormente complicato “disconnettersi”, circoscrivere i compiti professionali entro il perimetro dell’orario di lavoro stabilito ed evitare che uno squillo telefonico o un messaggio di posta elettronica possano invadere quegli spazi dedicati al tempo libero. Alla luce di questa prospettiva, è chiaro che il lavoro “flessibile” sta abbandonando le connotazioni tipiche degli obiettivi primari con cui è stato concepito anche pre-pandemia: non più come benefit di una specifica job position, capace di garantire una schedulazione lavorativa di carattere personale, bensì come stato in cui l’individuo è ostacolato nel raggiungimento di obiettivi personali e professionali con una combinazione straordinariamente soddisfacente; e ciò poiché, unitamente ad una flessibilità lavorativa spazio-temporale, spesso da parte di aziende e dipendenti si accompagna il verificarsi di una scorretta gestione dei necessari tempi di riposo. In tal senso, nell’era della quarta rivoluzione industriale e del Coronavirus piuttosto che parlare di work-life-balance sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di work-life-fusion: il connubio degli aspetti legati alla sfera lavorativa e a quella privata sembra assumere carattere illusorio e tradursi in una dilagante e malinconica fusione i cui effetti nel tempo vengono molto frequentemente sottovalutati. La gestione “da remoto” delle risorse umane, se non adeguatamente condotta, potrebbe evidenziare serie e critiche ripercussioni sul benessere psico-fisico dei lavoratori, dal momento che se non si considerano, ad esempio, il prolungato tempo trascorso al pc, il pensiero di dover essere potenzialmente sempre reperibili, l’assenza di una immediata condivisione con i colleghi e di una diretta supervisione da parte del responsabile, etc., nel lungo periodo potrebbero svilupparsi sintomi o disturbi da stress-lavoro-correlato. Di conseguenza potrebbero presentarsi contraccolpi aziendali poiché, piuttosto che configurarsi come la chiave per il successo organizzativo e per il welfare individuale, lo smartworking potrebbe rivelarsi in qualità di potenziale causa scatenante patologie, con eventi come l’elevato turn-over, l’incremento di assenteismo, la diminuzione della produttività, il mancato completamento degli obiettivi d’impresa. In sintesi, dunque, ciò che sicuramente emerge è: in primo luogo, una seria volontà da parte delle aziende di promuovere la salute e il successo organizzativo nonché la sostenibilità ambientale attraverso approcci quali il “lavoro agile”; in secondo luogo, una necessità sociale da parte dei dipendenti di bilanciare la propria vita, costellata dal lavoro, dalla famiglia e dagli impegni personali. Tuttavia, sebbene la rapida evoluzione digitale abbia di gran lunga agevolato il manifestarsi di condizioni favorevoli per entrambi gli attori, in realtà siamo ancora ben lontani dal panorama tanto atteso. Pervenire al desiderato traguardo di conciliazione individuale tra vita professionale e privata, senza cadere nella trappola della fusione, con il riflesso di performance organizzative ottimali, significa abbracciare il cambiamento culturale, affrontare concretamente la nuova modalità emergente di percepire l’azienda. In particolare, con riferimento allo scenario descritto, rivolgersi a professionisti del settore, esperti nella gestione delle risorse umane, si profila come possibile e significativa soluzionevolta afronteggiare le vulnerabili dinamiche che la modalità agile porta con sériversando reazioni sull’esperienza emotiva umana. Più precisamente, nella prospettiva di una mirata ed efficace formazione nei confronti dei manager in riferimento alla gestione dei team da remoto (rispettando tempi e pause) e dei dipendenti in merito alla predisposizione di un mindset focalizzato sulla responsabilizzazione e il networking, è più forte l’idea di uno smartworking che offra concreti e reciproci vantaggi: non bisogna dimenticare, infatti, che soltanto attraversando il benessere dei propri collaboratori sarà possibile giungere ad un’effettiva produttività, e dunque al successo economico dell’impresa. BIBLIOGRAFIA: Ricci F. (2012). Conciliazione vita lavorativa e vita privata. Pratiche di work life balance nelle organizzazioni. A.U.P.I WordPress. Higginbottom K.(2014). Workplace stress leads to less productive employees.Available online:https://www.forbes.com/sites/karenhigginbottom/2014/09/11/workplace-stress-leads-to-less-productiveemployees/#3b9b276931d. Messina P. (2020). Quali vantaggi dello smart working per le aziende? Scenari e opportunità di business. Palmieri G. (2021). Smart working e work-life balance: un connubio perfetto.
Violenza Ostetrica: Cos’è e Come difendersi

Il termine “violenza ostetrica” fa riferimento agli abusi subiti dalle donne nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche: non viene agita solo dalle ostetriche, ma anche da ginecologi, infermieri o altri professionisti sanitari. Nella violenza ostetrica rientrano quindi tutte quelle pratiche di intervento non motivate da una reale esigenza clinica: atteggiamenti denigratori, pericolose manovre sulla pancia, attesa per ore in reparto senza assistenza, impossibilità di avere un’adeguata terapia per il dolore, cesareo senza consenso, interventi chirurgici non necessari. Il parto è un’esperienza intensa e importante, che molte donne definiscono trasformativa e fondante. Sicuramente è un’esperienza personale, unica, che ogni donna ha il diritto di vivere secondo il proprio modo di essere e di sentire. Per esempio alcune donne vorrebbero l’epidurale, altre il parto in acqua, o in casa, o in ospedale e tanto altro ancora. Per questo motivo i genitori dedicano molta attenzione e tempo alla scelta del luogo del parto. Il fatto che alcuni percorsi ospedalieri non prestino alcuna attenzione ai bisogni e alla volontà della donna, imponendole per esempio la posizione da assumere durante il travaglio e il parto, può provocare un effetto dannoso sulla salute di madre e neonato. In Italia ancora oggi manca una legge specifica sulla violenza ostetrica. L’11 marzo 2016 il deputato Adriano Zaccagnini ha depositato la proposta di legge “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”. Per supportare l’iter legislativo per la campagna #bastatacere, che ha raccolto centinaia di testimonianze di donne che hanno vissuto violenze durante il parto. Successivamente é nato l’Osservatorio sulla violenza ostetrica, che ancora oggi ha l’obiettivo di raccogliere i dati sull’abuso e la mancanza di rispetto nelle strutture ospedaliere e sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sul tema. Denunciare la violenza ostetrica è ancora complesso, perchè spesso non ci sono prove dell’accaduto, e inoltre intraprendere una causa implica alti costi e un certo coinvolgimento emotivo, per donne che spesso vorrebbero solo dimenticare l’accaduto. L’Osservatorio italiano sulla violenza ostetrica per questo chiede di potenziare i meccanismi di segnalazione interni agli ospedali e istituire sistemi di feedback del personale e delle utenti. Comunque, la responsabilità della violenza ostetrica non è solo dei singoli operatori sanitari: le condizioni di lavoro stressanti, la mancanza di personale e la carenza di formazione peggiorano il problema. Comunque oggi qualcosa sta cambiando, e diverse strutture sanitarie si stanno orientando verso una maggiore naturalità del parto. Nei consultori di diverse regioni, a seguire le donne con gravidanze fisiologiche sono le ostetriche e non più i ginecologi, e solo se subentra una patologia viene coinvolto un medico. Anche l’approccio del personale è sempre più attento alla sfera emotiva e psicologica della donna.
Violenza di genere, giovani e ricerca psicologica

La ricerca in psicologia ha evidenziato sia la prevalenza della violenza di genere tra i giovani di tutto il mondo sia l’impatto negativo che essa ha sulla salute mentale e fisica delle vittime. Nell’ultimo periodo, episodi di cronaca hanno spostato l’attenzione sempre più sulla violenza sulle donne e sulle giovani ragazze messe in atto da uomini giovani, anzi giovanissimi. Diventa così ancora più urgente analizzare e comprendere il fenomeno, al fine di intervenire in maniera efficace e mettere in atto interventi effettivi e sistematici. Dati e obiettivi riguardo la violenza di genere L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in relazione allo sviluppo sostenibile ha condiviso 17 obiettivi fondamentali per promuovere lo sviluppo e proteggere il pianeta. Uno di questi obiettivi, il numero cinque, si concentra sull’uguaglianza di genere e uno degli aspetti principali per raggiungere l’obiettivo è prevenire la violenza di genere. Nel report del 2023 viene riportato come “negli ultimi vent’anni, nonostante la crescente consapevolezza globale e le prove sull’efficacia delle strategie di prevenzione, i progressi nella riduzione della violenza sulle donne e le ragazze negli ultimi due decenni sono stati inadeguati. A livello globale, nel 2000, il 35% delle donne in una relazione con un partner, di età compresa tra i 15 e i 49 anni, aveva subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner o ex partner maschio nel corso della propria vita, mentre il 16% aveva subito questa forma di violenza negli ultimi 12 mesi. Nel 2018, queste cifre erano scese al 31% delle donne per la prevalenza una tantum e al 13% per la prevalenza nell’ultimo anno, ma rimane il dato che una donna su cinque tra i 15 e i 49 anni ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e che sono attualmente 49 i Paesi in cui non esiste una legge che tutela le donne da questo tipo di violenza. Inoltre, negli ultimi anni, le prove esistenti suggeriscono che la violenza contro le donne è stata esacerbata dalla pandemia”. È quindi un problema reale e quanto mai urgente. Il superamento della violenza di genere è una preoccupazione sociale globale che richiede soluzioni immediate ed efficaci. La ricerca psicologica riguardo la violenza sulle donne La ricerca in psicologia è stata e continua ad essere fondamentale per aiutarci ad affrontare la violenza di genere in tutto il mondo, in termini di stabilirne la prevalenza e sviluppare interventi di prevenzione. Grazie alle prove fornite dalla ricerca psicologica, sappiamo che la violenza di genere è un problema globale (Divisione Statistica delle Nazioni Unite, 2015) che colpisce donne di età diverse, provenienti da tutti i contesti socio-economici; inoltre, avviene sia nei rapporti stabili che in quelli sporadici. Uno dei primi studi che ha analizzato i dati sulla prevalenza della violenza da parte di un partner (intimate partner violence, IPV) su un campione di adolescenti e giovani donne in nove paesi, ha rilevato che le giovani donne hanno un rischio maggiore di subire IPV rispetto alle donne più anziane (Stöckl et al., 2014). L’entità di questo problema negli adolescenti è considerata allarmante. A livello psicologico, la ricerca ha riportato un rischio più elevato che le donne vittime di violenza manifestino sintomi di depressione, ansia e ideazione suicidaria, tra gli altri disturbi. Tra le conseguenze più comuni in termini di disturbi o problematiche comportamentali si riscontrano comportamenti non salutari come l’abuso di tabacco, droghe e alcol o lo sviluppo di disturbi alimentari (Racionero-Plaza et al., 2020). La ricerca è stata fondamentale anche nel sottolineare i fattori di rischio correlati ad una maggiore possibilità di essere vittima di violenza di genere, come l’influenza dei pari, l’abuso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento nei confronti della violenza. Altre ricerche interdisciplinari hanno dimostrato come la socializzazione che avviene attorno ad un discorso coercitivo dominante secondo cui i maschi con atteggiamenti e comportamenti violenti sono presentati come sessualmente più attraenti, è anche una delle cause della violenza di genere tra gli adolescenti. Tale discorso coercitivo dominante è ampiamente diffuso dai media, dai gruppi di pari e da altri agenti di socializzazione (Stöckl et al., 2014). Tuttavia, nuove interazioni ed esperienze sociali possono portare verso l’apprendimento di nuovi modelli di attrazione in grado di indebolire il legame tra violenza e attrattiva e lo sviluppo di nuovi modelli mentali e affettivi in cui l’attrazione è associata al dialogo e al rispetto (Racionero-Plaza et al., 2020). Gli interventi preventivi, per essere più efficaci, devono aver luogo negli ambienti di socializzazione degli adolescenti, soprattutto la scuola e la comunità, devono coinvolgere adulti che hanno un ruolo chiave nella loro crescita, come insegnanti, genitori o altri membri della comunità. Poiché “la responsabilità di combattere la violenza contro le donne è collettiva, anche la risposta deve essere collettiva” (Wagner e Magnusson, 2005). Pertanto, durante l’infanzia e l’adolescenza, i contesti educativi sono spazi ideali in cui agire preventivamente. La ricerca in psicologia ha mostrato come l’adolescenza sia lo stadio di sviluppo in cui risulta più efficace un lavoro preventivo sulla violenza di genere. L’adolescenza e la preadolescenza rappresentano il periodo in cui si stabiliscono le prime relazioni affettive e quelle prime esperienze diventeranno la base per il successivo sviluppo di relazioni sane o meno. Inoltre, è nell’adolescenza che la differenziazione dei ruoli di genere si rafforza, modificando il modo di agire nei confronti dell’altro sesso e nelle relazioni. Proprio per questi motivi, interventi destinati ad adolescenti rappresentano una grande opportunità per lavorare sulla promozione di atteggiamenti volti a prevenire la violenza di genere (Racionero-Plaza et al., 2020). I programmi preventivi che intervengono su come i giovani agiscono nei confronti della violenza di genere e comprendono il fenomeno devono diventare una priorità a livello educativo, sociale e culturale. Sono necessari interventi relativi all’educazione all’affettività, alla comprensione e alla valorizzazione della diversità, all’inclusione, all’accettazione e alla comprensione dell’altro. Tutto ciò con il fine di fornire strumenti che consentano ai giovani di essere più critici nei confronti della violenza e di comprenderne conseguenze e ricadute su di sé, sugli altri e sulla società tutta. Bibliografia United Nations: Gender
VIOLENZA CONTRO GLI OPERATORI SANITARI: RIFLESSIONI SUL FENOMENO

di Cinzia Saponara PREMESSANell’ambito dei programmi di prevenzione, gli operatori sanitari devono poter ricevere una formazione sui rischi specifici connessi con l’attività svolta, inclusi i metodi di riconoscimento di segnali di pericolo o di situazioni che possono condurre ad aggressione e di metodologie per gestire i pazienti potenzialmente aggressivi e violenti. Ci sono alcuni interventi che si sono rivelati più efficaci, presentati da numerose Linee guida, che vengono insegnati durante i training di formazione: “Le tecniche di De-escalation”, sono fondate sul riconoscimento che alla base degli atti di aggressività vi è un’attivazione psicofisiologica (arousal) che comporta cambiamenti somatici e psicologici primariamente cognitivi, che si producono in relazione alla percezione di una minaccia. Si utilizzano tecniche di comunicazione, verbale e non, atte a modulare gli stimoli positivi e quelli avversativi, con interventi di desensibilizzazione progressivamente volti a ridurre e contenere lo sviluppo naturale del ciclo dell’aggressività.Aggressività è una parola multidimensionale, o parola valigia. La sua complessità la si può ritrovare nella radice etimologica, la parola deriva dal latino AD GRADIOR, il verbo Gradior indica non solo attaccare ma anche un andare verso, anche la preposizione AD significa contro ma anche verso, allo scopo di. Questi molteplici significati sottolineano non solo l’intento di aggredire ma anche la possibilità di intraprendere un’azione e di raggiungere un obiettivo. La Violenza, invece, può essere definita come un atto, un agito contro l’altro con l’intenzione di provocare un danno estremo. Esistono svariate Teorie del Comportamento Aggressivo, che possono essere divise in quattro grandi gruppi:· Teorie biologiche, focalizzano l’attenzione sui correlati anatomici, biologici e fisiologici del comportamento aggressivo: Amigdala, serotonina, testosterone.· Teoria delle pulsioni e degli istinti espresse dall’Etologia e dalla Psicoanalisi, che considerano l’aggressività un istinto presente nell’individuo fin dalla nascita, I comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale ed al mantenimento della specie. Sia l’approccio freudiano che quello etologico considerano dunque l’aggressività come “naturale” ed inevitabile.· La Teoria Comportamentale vede l’ipotesi frustrazioneaggressività (Dollar,1939), ovvero ogni situazione che ostacola la tendenza dell’individuo a raggiungere un obiettivo, diventa origine di aggressività e provoca una sequenza comportamentale la cui risposta è un’offesa di solito rivolta verso l’oggetto ritenuto causa dell’impedimento.· La Teoria dell’apprendimento sociale (Bandura, 1973): l’aggressività può essere il prodotto della frustrazione solo se sin da bambini essa è stata appresa come risposta ad un aumento della tensione. Si ipotizza che il comportamento aggressivo venga acquisito attraverso l’imitazione di modelli parentali, dei coetanei, della televisione. Le tecniche di DE escalation hanno come matrice di riferimento il Modello Teorico Cognitivo Comportamentale, i vantaggi di questo modello sono:o Non stigmatizza l’aggressore;o Sottolinea la soglia di tolleranza individuale ai fattori trigger1;o Si focalizza sulla comprensione dei significati alla base del comportamento aggressivo;o Consente, attraverso il tempestivo riconoscimento dei segnali tipici della De escalation, di bloccare l’evolversi del comportamento aggressivo;o Mettere in atto comportamenti e strategie che promuovono la sicurezza e riducono le conseguenze del comportamento aggressivo;o Non è rilevante chi ha torto o ragione, si è tutti vincitori quando nessuno si fa male. L’unico obiettivo è la sicurezza. Il ciclo dell’aggressività si compone di 5 fasi (le fasi 1 e 2 sono quelle della peraggressione), per ciascuna delle quali vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento, che devono essere tempestive. Fattore scatenante, stimolo (reale o presunto) considerato minaccioso, che può innescare una spirale di violenza. Per ciascuna di queste fasi vi è una particolare indicazione delle varie tecniche di intervento che devono essere tempestive• In fase di PREAGGRESSIONE bisogna:Osservare la presenza di segni prodromici, fare una rapida valutazione del rischio e prendere decisioni rapide;Affrontare la situazione contigente o con la tecnica del Time out o con le Tecniche di DE Escalation.Il primo obiettivo deve essere quello di ridurre il livello della tensione in modo che sia possibile un minimo di dialogo. FASE 1 del Trigger = fattore scatenante, il ciclo inizia con un primo scostamento dal baseline psicoemotivo della condizione ordinaria.Comportamenti verbali e espressivi (mimici e comportamentali) rendono percepibile l’avvio del processo come uno stato di attivazione ed allerta. I fattori a cui il trigger è legato sono: – SPECIFICI: caratteristiche individuali dell’aggressore, disinibizione indotta dall’assunzione di sostanze, presenza di fattori di provocazione, CONTESTO: clima di tensione, atteggiamento degli operatori sanitari, attese prolungate, ELEMENTI STRUTTURALI: spazi privi di privacy , ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO è riconoscere e rimuovere il trigger, isolare la persona in ambiente neutro, con minori stimoli. FASE 2 della Escalation si manifesta con un aumento dello stato di agitazione psicomotoria con minacce ad alta voce, eloquio scurrile, gesticolazione vivace contro oggetti, arredamento o persone. Per gestire tali segnali premonitori e condurre ad azioni di de-escalation è necessario innescare uno stato di allerta volto a garantire la sicurezza del personale e di tutti i presenti per scongiurare le conseguenze di un eventuale atto violento improvviso.ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO Talk down: utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. FASE CRITICA FASE 3 Acting-out inteso come “rottura dell’equilibrio” sia a livello individuale (equilibrio tra forze interne e difese dell’Io), che relazionale con gli altri (equilibrio fino a quel momento relativamente stabile). ATTEGGIAMENTO OPPORTUNO utilizzo di un approccio verbale che utilizza una comunicazione diretta (diretta espressivamente alla persona, con l’uso del nome), specifica (si rimane sul tema portato, frasi brevi, termini semplici) e positiva (atteggiamento non giudicante o controaggressivo, volto a trasmettere disponibilità̀ a collaborare per la soluzione dei problemi, tramite il riconoscimento delle istanze). Trasformazione progressiva dei contenuti di violenza e minaccia in espressioni dialettiche. Quando le tecniche di de-escalation falliscono e il ciclo dell’aggressione raggiunge la fase critica, l’attenzione del personale sanitario deve essere focalizzata alla sicurezza e mirata alla riduzione delle conseguenze dell’atto violento. FASE 4 DEL RECUPERO POST CRISI In questa fase vi è una riduzione dello stato di agitazione, ma alta
Vincere il gioco!

Così come ufficialmente riconosciuto dall’American Psychiatric Association (APA) fin dal 1980, il gioco d’azzardo può connotarsi come un vero e proprio disturbo sfociando in forme di dipendenza (gioco d’azzardo patologico) o comportamenti a rischio (gioco d’azzardo problematico). Negli anni si sono susseguite varie definizioni di ludopatia, fino ad arrivare alla denominazione di “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, che viene ad essere collocato nella categoria delle dipendenze (APA – DSM V 2013). L’ICD-10 (International Classification Disease) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”. La sua diffusione negli anni è cresciuta a dismisura. I soggetti prevalentemente a rischio sono gli adolescenti. Per quel che riguarda il coinvolgimento degli adolescenti nel gioco d’azzardo, dallo studio ESPAD®2014 risulta che in Italia poco meno della metà (46,7%) degli studenti di 15-19 anni ha giocato almeno una volta somme di denaro e secondo il dipartimento delle Politiche antidroga, nella fascia d’età dai 15 ai 19 anni, circa il 10% delle ragazze e più del 20% dei ragazzi mostra comportamenti problematici nell’ambito della dipendenza da gioco. Una piccola distinzione Una connotazione a livello semantico va a differenziare i termini di “ludopatia” e “Gioco d’Azzardo Patologico”. Ludopatia è un termine inventato dall’industria del gioco, non riconosciuto a livello internazionale perché l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e le organizzazioni internazionali sanitarie che si occupano di questo fenomeno, utilizzano il termine Gioco d’Azzardo Patologico (GAP). Quindi sarebbe bene parlare di GAP perché avremmo lo stesso linguaggio riconosciuto dagli altri Paesi, oltre a poter definire con più chiarezza il fatto che il gioco d’azzardo è quello patologico, non è il gioco in sè. Il gioco, infatti, è libera espressione della creatività e delle emozioni, è un’oasi di gioia, è lo strumento di crescita per eccellenza. Non si smette mai davvero di “giocare”, per tutto l’arco della vita. All’interno del termine ludopatia questa distinzione scompare, a vantaggio delle industrie del gioco perché in qualche modo rende meno stigmatizzabile il disturbo. In linea di massima il contesto scolastico è “spettatore” di tali comportamenti e di conseguenza le figure di riferimento hanno il dovere di contrastare la potenza del fenomeno. Come ridurre questi comportamenti? Agire sulla conoscenza e sulla consapevolezza rispetto al gioco d’azzardo e ai rischi ad esso connessi, è uno degli obiettivi principali da porsi. Come farlo? attraverso l’utilizzo di una metodologia che prevede il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli studenti in un apprendimento dall’esperienza che si fa attivatore e veicolo di processi trasformativi. Spesso, infatti, capita che il ludopatico si illuda di cambiare abitudini che ha mantenuto per tutta la vita al fine di convincersi che potrebbe risolvere il proprio problema, attivando quindi un locus of control esterno. In tal senso, dunque, può capitare che lo studente tenda a cambiare spesso scuola, o addirittura classe, di cambiare le sue abitudini sportive, di costringere addirittura la famiglia a trasferirsi altrove. Come non farsi vincere dal gioco L’idea di fondo è quella di portare il “gioco responsabile” nelle scuole promuovendo il messaggio che “la misura è il modo migliore per giocare divertendosi”. Si potrebbe innanzitutto pensare di sensibilizzare i ragazzi non ancora maggiorenni sui rischi del Gioco Patologico, in particolar modo facendo “rete” con le istituzioni scolastiche ed i centri sportivi per generare in ognuno una “coscienza” del gioco legale e responsabile, facendo sì che ciascuno possa diventare un adulto in grado di comprendere che la misura è la migliore soluzione per giocare divertendosi ed evitare pericolose conseguenze. Bibliografia Battistelli F., “Sicurezza, sicurezze”, in Battistelli F., La fabbrica della sicurezza, Angeli, Milano, 2008 Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999. Beck U., La società globale del rischio, Asterios Editore, Trieste 2001 Douglas M., Risk Acceptability According to the Social Sciences, New York, Russel Sage Foundation; trad. it. Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio, Feltrinelli, Milano, 1991 Lavanco G., Varveri L., Psicologia del gioco d’azzardo e della scommessa : prevenzione, diagnosi, metodi di lavoro nei servizi, Carocci Faber, Roma, 2006 Lavanco G. (a cura di), GAP: il Gioco d’Azzardo Patologico. Orientamenti per la prevenzione e la cura, Pacini Editore, Pisa, 2013