SBADIGLIARE E’ CONTAGIOSO

Sbadigliare è un comportamento comune alla quasi totalità di noi umani. Lo psicologo Robert Provine definisce lo sbadiglio come un modello di azione stereotipata che dura circa 6 secondi, con una lunga ispirazione e un’emissione progressi più breve e piacevole. Si presenta in modo uguale tra uomini e donne. Si tratta di un movimento automatico in quanto anche i pazienti totalmente paralizzati e incapaci di compiere movimenti volontari del corpo possono sbadigliare normalmente. Quando sbadigliamo? 1. Sbadigliamo quando siamo annoiati In un esperimento, Provine fece vedere a un gruppo esempi di test in TV per 30 minuti, mentre il gruppo di controllo guardava un video musicale meno noioso. E’ emerso che i soggetti del primo gruppo sbadigliavano il 70% in più di quelli del secondo. 2. Sbadigliamo quando abbiamo sonno Ma questo non ci stupisce, anche se la cosa sorprendente è che si registrano più sbadigli nell’ora successiva al risveglio piuttosto che nell’ora prima di andare a dormire. Spesso ci svegliamo e ci stiriamo, sbadigliando. 3. Sbadigliamo quando gli altri sbadigliano Al fine di mostrare la contagiosità dello sbadiglio, Provine ha mostrato ai soggetti un video di cinque minuti di un uomo che sbadiglia ripetutamente. Il 55% degli spettatori sbadigliava. Una faccia che sbadiglia (presentata anche in bianco e nero e/o a rovescio) è uno stimolo che attiva un modello di azione stereotipata dello sbadiglio. La scoperta dei neuroni specchio indica l’esistenza di un meccanismo biologico che spiega perché i nostri sbadigli rispecchiano così spesso quelli degli altri. Per vedere quale parte di una faccia che sbadiglia è più contagiosa e potente, Provine ha mostrato una faccia intera, una faccia con la bocca nascosta, una bocca con la faccia nascosta e una faccia sorridente (situazione di controllo) La faccia che sbadiglia provoca lo sbadiglio anche con la bocca nascosta. Dunque, coprire la bocca quando si sbadiglia molto probabilmente non sopprime il contagio dello sbadiglio. Provine sostiene anche che il solo pensiero dello sbadiglio produce sbadigli. Un fenomeno che forse avete notato leggendo questo articolo! BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill

SAPIOSESSUALITA’

La parola sapiosexual è stata coniata nel 1998 dall’ingegnere Darren Stalder per descrivere il proprio orientamento sessuale, per essere poi successivamente utilizzata nel 2008 dalla scrittrice erotica Kayar Silkenvoice. Sapiosessualità è un vocabolo che nasce dall’unione delle parole “sapio” (deriva dalla  parola latina sapiens, che significa saggio, intelligente) e “sessualità”.  Cosa vuol dire sapiosessuale dunque? Per dare una corretta definizione di sapiosessuale, quindi, possiamo riferirci a una  persona che si sente attratta dall’intelletto e intelligenza dell’altro, prima ancora che dalle sue caratteristiche fisiche o sessuali.   Gli individui sapiosessuali provano una forte attrazione per “persone intelligenti” o, per meglio dire, per chi dimostra caratteristiche come una profonda cultura e conoscenza, capacità di conversazione approfondita. Questo termine è spesso utilizzato per descrivere una preferenza nell’ambito delle relazioni e delle attività sessuali. L’attrazione sessuale attraverso l’intelletto non è una parafilia né può essere considerata, come l’aromanticismo, un orientamento sentimentale, ma si annovera tra gli orientamenti sessuali. A differenza, per esempio, della bisessualità, che ha una bandiera rosa (attrazione per persone dello stesso sesso), blu (attrazione per persone del genere/sesso opposto) e viola (attrazione per entrambi i sessi),  l’orientamento sapiosessuale non ha una sua specifica bandiera. Per la persona sapiosessuale, vivere l’amore e l’attrazione si traduce nell’investire tempo ed energia in relazioni in cui si può condividere e approfondire la sfera intellettuale ed emozionale.   L’attrazione sessuale viene alimentata da quella per l’intelligenza, quindi si gioca su un piano tutto mentale, che diventa il fulcro delle dinamiche relazionali, consentendo di connettersi a livelli profondi e di sperimentare una forma unica di intimità.  Tuttavia, è importante considerare che ogni persona sapiosessuale è unica e può vivere queste esperienze in modi diversi.   Ci sono sapiosessuali che possono anche considerare l’aspetto fisico come parte integrante del loro interesse romantico, mentre altri danno peso esclusivamente alla sfera intellettuale ed emotiva.  Può accadere di vivere il proprio orientamento sapiosessuale con sentimenti di vergogna o paura del giudizio altrui. Una persona sapiosessuale che fatica a comprendere e accettare se stessa potrà trovare un supporto per per vivere sesso e amore con serenità e consapevolezza nel connettersi con altre persone che condividono lo stesso orientamento, magari partecipando a gruppi di supporto online o a eventi LGBTQ+ in cui si possano incontrare altre persone sapiosessuali o che possono comprendere e supportare questa esperienza. O consultare uno psicoterapeuta specializzato in tematiche LGBTQ+ o nella sessualità. Un professionista esperto può fornire un sostegno specifico e aiutare la persona a esplorare e accettare il proprio orientamento sessuale. È importante ricordare che il percorso di accettazione di un orientamento sessuale può richiedere tempo. Spesso, il sostegno di amici, familiari e professionisti può favorire un processo più fluido e positivo. 

SANREMO: un fenomeno psicologico collettivo

Ogni anno il Festival di Sanremo riesce in qualcosa di straordinario: fermare il Paese. Per una settimana, milioni di persone guardano le stesse esibizioni, commentano gli stessi momenti, discutono delle stesse polemiche. Ma cosa rende questo evento così potente dal punto di vista psicologico? Sanremo non è solo una gara canora, è un rito collettivo. E i riti, in psicologia sociale, hanno una funzione fondamentale: creano coesione, rafforzano l’identità e danno forma a una narrazione condivisa. Anche chi dice di “non guardarlo” finisce spesso per intercettarne frammenti, meme, discussioni. È quasi impossibile restarne completamente fuori, perché Sanremo non è solo un programma televisivo: è un’esperienza culturale sincronizzata. Sapere che milioni di persone stanno vivendo lo stesso momento nello stesso istante produce un senso di appartenenza. Si crea una comunità simbolica, un “noi” temporaneo che commenta, applaude, critica e si emoziona insieme. A livello individuale, il coinvolgimento passa spesso attraverso l’identificazione. Scegliamo un artista, una canzone, una “parte”. Le nostre preferenze diventano parte della nostra identità. In questo processo entrano in gioco diversi meccanismi cognitivi. L’effetto di mera esposizione ci porta a gradire di più ciò che vediamo e ascoltiamo ripetutamente. Dopo cinque serate, interviste, backstage e clip sui social, anche la canzone che inizialmente ci sembrava anonima può diventare familiare e quindi più piacevole. La familiarità genera una sensazione di vicinanza, quasi di relazione. I social network amplificano tutto. Il bias di conferma ci spinge a cercare contenuti che rafforzino la nostra opinione iniziale, mentre il bandwagon effect ci rende più inclini ad apprezzare ciò che percepiamo come già popolare. Se un artista diventa virale, cresce la probabilità che venga percepito come “oggettivamente” valido. In realtà, stiamo semplicemente assistendo a dinamiche di influenza sociale. Negli ultimi anni, poi, l’esperienza psicologica di Sanremo si è trasformata grazie al Fantasanremo. Con questo gioco parallelo, lo spettatore non è più soltanto osservatore: diventa giocatore. Sceglie la propria squadra, studia strategie, spera nei bonus e teme i malus. Anche eventi imprevedibili, come un outfit eccentrico, una gag sul palco, un gesto spontaneo, possono tradursi in punti. Dal punto di vista psicologico, il Fantasanremo introduce un elemento chiave: l’illusione di controllo. Pur non potendo influenzare realmente ciò che accade sul palco, il partecipante sperimenta una sensazione di partecipazione attiva. Inoltre, il sistema di punteggi legato a eventi spesso imprevedibili attiva un meccanismo di rinforzo intermittente: non sappiamo quando arriverà il “colpo di scena” che farà guadagnare punti, e proprio questa incertezza aumenta l’eccitazione e il coinvolgimento. La competizione tra amici aggiunge un ulteriore livello emotivo. Non si tratta più solo di “mi piace questa canzone”, ma di “spero che il mio artista faccia qualcosa che mi faccia vincere”. Forse il segreto della longevità del Festival di Sanremo sta proprio qui: nella sua capacità di adattarsi, di integrare nuovi linguaggi come il Fantasanremo, e di trasformare uno spettacolo televisivo in un’esperienza psicologica collettiva, partecipata e continuamente rinegoziata. Sanremo non è solo qualcosa che guardiamo. È qualcosa che, per una settimana, viviamo insieme.

SANREMO: UN FENOMENO COLLETTIVO

Ogni anno, il Festival di Sanremo si trasforma in un evento nazionale capace di catalizzare l’attenzione di milioni di persone. Non si tratta solo di una competizione musicale, ma di un vero e proprio rito collettivo che mescola tradizione, emozione e spettacolo. Ma cosa c’è dietro il fascino irresistibile di Sanremo? Sanremo non è solo musica, ma anche competizione. Il pubblico si schiera con passione a favore di un artista o di una canzone, generando un senso di appartenenza simile a quello che si vive nelle competizioni sportive. Questo fenomeno è spiegabile con la teoria dell’identificazione sociale. Scegliamo un gruppo con cui identificarci (ad esempio, i fan di un cantante) e difendiamo la nostra scelta con entusiasmo, come se fosse parte della nostra identità. Sanremo offre uno spettacolo multisensoriale che va oltre la musica: scenografie imponenti, abiti spettacolari e momenti di grande pathos emotivo. Secondo la psicologia delle emozioni, l’intensità delle esperienze sensoriali e affettive aumenta la memorabilità di un evento. Questo spiega perché certe performance o momenti clou rimangono impressi nella memoria collettiva per anni. Parte del fascino di Sanremo risiede nella sua ritualità. Ogni anno si ripetono schemi simili: le polemiche, le standing ovation, le critiche ai conduttori, il dibattito sulle canzoni. Questo rituale crea una sensazione di sicurezza e prevedibilità che la mente umana trova rassicurante. La ripetizione degli stessi schemi rafforza il senso di comunità e continuità culturale. Sanremo è profondamente legato alla storia italiana, rappresentando un appuntamento fisso che attraversa generazioni. La nostalgia gioca un ruolo cruciale: molti spettatori associano il festival ai ricordi della loro infanzia o adolescenza, creando un legame affettivo che va oltre la semplice esibizione musicale. Secondo la psicologia, la nostalgia aiuta a rafforzare l’identità personale e il senso di continuità nel tempo, offrendo conforto e stabilità emotiva. Negli ultimi anni, i social media hanno amplificato l’effetto Sanremo, trasformandolo in un evento interattivo. Le esibizioni vengono commentate in tempo reale, nascono meme virali e le discussioni si accendono su Twitter, Instagram e TikTok. Questo meccanismo stimola la cosiddetta “gratificazione immediata“, ovvero il bisogno di ricevere risposte e interazioni in tempo reale, rafforzando il coinvolgimento emotivo del pubblico. Sanremo è molto più di un festival musicale: la sua forza sta nel riuscire a coinvolgere milioni di persone attraverso emozioni, competizione e spettacolo, confermandosi ogni anno come un fenomeno di massa che va oltre la semplice canzone. Che si ami o si odi, Sanremo rimane un simbolo della cultura italiana, capace di unire e dividere, di emozionare e far discutere. E forse proprio in questo sta il suo potere psicologico più grande.

San-Pa: la doc-serie Netflix conquista e fa discutere

di Pierluigi Triulzio Fa discutere e conquista la figura di Vincenzo Muccioli e la creazione di un luogo chiamato “comunità”, ma la tossicodipendenza rimane una questione sospesa. Muccioli, malgrado non avesse nessuna competenza tecnica e tanto meno nessun attestato che comprovasse una qualche legittimità ad operare in quel campo, ha dato inizio ad un’impresa che non ha pari in Europa. Imprenditore lo era già e ha proseguito su quella strada, investendo con tutta la forza che disponeva per strappare quei giovani dalle loro dipendenze distruttive, costruendo anche attività economiche di successo con loro. Tutto ciò potrebbe essere già di per sé il successo di Muccioli e della sua impresa, che vive e prospera tutt’ora. Le contraddizioni, i metodi discutibili, gli eccessi usati per il trattamento dei tossicodipendenti, ben raccontati nel documentario “San-Pa”, sono il derivato di una certa esaltazione salvifica dei tossicodipendenti, tipica della cultura di quegli anni. La volontà di riuscita superava la complessità della realtà delle tossicodipendenze. Non escludo che il soggetto tossicomane parta dalla pretesa di essere salvato dall’altro, proprio perché egli stesso si è già esautorato nella propria competenza individuale, cioè nella possibilità di pensare una qualche forma di riuscita. Questo soggetto coscientemente ha scelto di “inserire nel suo organismo una sostanza chimica al fine di modificare le sue condizioni psichiche” (cfr. Giovanni Jervis). L’introduzione di tale sostanza, di per sé un’operazione meccanica e banale che rapidamente modifica uno stato psicologico, è tuttavia un atto autolesivo, che il tossicodipendente sceglie di ripetere in modo coatto. Questa operazione narcotizza le facoltà psichiche degli individui e la sedazione è il potere delle sostanze, che toglie ogni altro potere effettivo. Sorge spontanea la domanda: “Perché questa esigenza di anestesia?”, “Perché questo bisogno di obnubilamento del pensiero?”. La risposta va rintracciata nella deriva patologica cui soggetti di questo genere vanno incontro. L’operazione di esautorazione della propria facoltà psicologica produce inevitabilmente uno stato mentale di angoscia, che si coglie solo nel suo segno spiacevole (che certamente esiste) e non come risultato di un atto psichico contraddittorio.  L’aspirante tossico, è intenzionato o meglio determinato nel tempo ad invalidare le sue facoltà, al fine di eliminare la sua angoscia, tuttavia ciò diventa il suo sistema di “non vita”. È di questa natura la contraddittorietà che si genera e per assurdo la sostanza diviene il falso rimedio contro l’angoscia generata dal rifiuto del proprio pensiero. Si origina così un circolo vizioso, perché se mi rifiuto di capire sono già nell’angoscia, ma non essendo nella condizione di ravvedermi, poiché come detto mi nego il potere di pensare, mi rifuggo nelle sostanze per evitare tutto e per ricercare quell’estasi catatonica, che ho eletto a mio massimo godimento. La stessa operazione di cui sopra genererà logicamente e perciò inevitabilmente l’insoddisfazione come unico orientamento di vita personale e, costi quel che costi (purtroppo sappiamo costare moltissimo), lo si difenderà a costo della vita e perdurerà nel tempo, almeno sin quando il soggetto vorrà ravvedersi veramente.   Questa cultura dell’insoddisfazione, appare sotto le mentite spoglie di un coatto piacere, il cui unico intento è d’azzerare le proprie facoltà intellettuali, per perseverare una mortifera illusione.   L’eroina in un modo la cocaina in un altro, vengono usate per non pensare, per non fare i conti con la realtà e più si sedimenta questa pratica, più si abbraccia una reale incapacità che coinvolge ogni aspetto della propria vita. La funzione sedativa dell’eroina e confusamente eccitante della cocaina, sono un potenziale illusorio e delirante, il cui principale scopo è di rimuovere l’angoscia, che invece aumenta, fissando il soggetto in uno stato di angoscia permanente.  È certamente possibile smettere d’assumere sostanze e soprattutto uscire da uno stile di vita dissennato che rischia di permanere anche dopo la tossicodipendenza.  Sicuramente ci vuole del coraggio per riprendere possesso del potere del proprio pensiero e con esso l’accesso alla propria soddisfazione.

San Valentino: Aspettative, Emozioni e il Vero Significato dell’Amore

San Valentino è una di quelle ricorrenze che evocano emozioni contrastanti. Per alcuni è un’occasione per celebrare l’amore, per altri è una data carica di aspettative e pressioni. C’è chi la vive con entusiasmo e chi, al contrario, prova disagio, solitudine o malinconia. Ma cosa rappresenta davvero questa giornata? E quale può essere il suo impatto sul nostro benessere psicologico? San Valentino possa essere una preziosa occasione di riflessione, non solo sull’amore romantico, ma sul modo in cui viviamo i rapporti, le emozioni e il nostro stesso valore. L’Amore e il Peso delle Aspettative San Valentino è fortemente influenzato dalla società e dalla cultura popolare. Film, pubblicità e social media ci mostrano scenari perfetti: cene a lume di candela, regali lussuosi, dichiarazioni d’amore spettacolari. È facile, quindi, cadere nella trappola delle aspettative irrealistiche, misurando il valore della propria relazione in base a ciò che viene mostrato all’esterno. Molte coppie sentono la pressione di dover dimostrare il proprio amore in modo straordinario, come se un gesto romantico in un solo giorno potesse compensare la qualità della relazione durante tutto l’anno. In realtà, l’amore autentico non si misura in regali o sorprese eclatanti, ma nella presenza, nella comprensione reciproca e nel supporto quotidiano. Un aspetto importante da considerare è la comunicazione. Spesso, dietro la frustrazione che emerge in questa giornata, si nasconde un bisogno insoddisfatto di attenzione, affetto o conferma. Se il partner si aspetta un determinato gesto e non lo riceve, può sentirsi deluso, ma la delusione potrebbe derivare più da una mancata comunicazione dei propri bisogni che da una reale mancanza di amore. Per questo, più che concentrarsi su un regalo o su una serata speciale, sarebbe utile chiedersi: come ci stiamo prendendo cura della nostra relazione nei giorni “normali”? C’è dialogo, ascolto, complicità? La felicità di coppia non dipende da una sola giornata, ma dalla qualità della connessione quotidiana. San Valentino e il Ruolo della Solitudine Per chi è single, San Valentino può essere un momento particolarmente difficile. In una società che spesso esalta l’amore di coppia come obiettivo primario della felicità, essere soli in questa data può far emergere insicurezze o senso di esclusione. Ma è davvero l’assenza di un partner a rendere una persona infelice? O è piuttosto la narrazione che ci circonda a farci sentire “mancanti” di qualcosa? L’amore non si manifesta solo in una relazione romantica. L’amore è presente nelle amicizie, nei legami familiari, nelle passioni personali e, soprattutto, nel rapporto che abbiamo con noi stessi. San Valentino potrebbe diventare, allora, un’occasione per riscoprire l’amore in tutte le sue forme e per imparare a valorizzare ciò che abbiamo, invece di focalizzarci su ciò che ci manca. Dedicare questa giornata a se stessi, facendo qualcosa che ci fa stare bene – che sia una cena con amici, una passeggiata rilassante o semplicemente un momento di auto-cura – può trasformare un potenziale giorno di tristezza in una celebrazione del proprio benessere. Il Vero Significato dell’Amore: Autenticità e Cura Sia che si sia in coppia, sia che si sia single, l’amore non è qualcosa che si esprime solo con gesti eclatanti in una giornata specifica. L’amore autentico si costruisce giorno per giorno, attraverso l’ascolto, il rispetto e la presenza emotiva. In una relazione, i piccoli gesti quotidiani – un abbraccio spontaneo, una parola gentile, un momento di attenzione sincera – sono più significativi di qualsiasi regalo costoso. Un “ti amo” detto con il cuore, una carezza nel momento giusto o un sostegno nei momenti difficili valgono molto di più di una cena romantica organizzata per obbligo. Per chi è single, invece, San Valentino può diventare un’opportunità per riflettere sull’importanza dell’amore verso se stessi. Spesso tendiamo a cercare la felicità all’esterno, in un’altra persona, dimenticando che il primo amore da coltivare è quello verso noi stessi. Avere una relazione non dovrebbe essere il punto di arrivo per sentirsi completi, ma una scelta che nasce da un equilibrio interiore. Conclusione: Riscoprire il Senso di San Valentino Forse il vero significato di questa giornata non è legato ai fiori o ai regali, ma alla possibilità di riflettere su come viviamo l’amore, in tutte le sue forme. Possiamo chiederci: siamo in grado di amare in modo autentico? Comunichiamo i nostri sentimenti in modo aperto e sincero? Ci prendiamo cura delle persone a cui vogliamo bene, inclusi noi stessi? San Valentino non dovrebbe essere una fonte di stress o pressione, ma un’occasione per riscoprire il valore delle relazioni umane, che siano romantiche, amicali o familiari. E soprattutto, dovrebbe ricordarci che l’amore non ha bisogno di una data sul calendario per essere celebrato. Perché l’amore vero non è qualcosa che si dimostra una volta all’anno, ma qualcosa che si vive ogni giorno. Bibliografia Aron, A., Fisher, H., Mashek, D. J., Strong, G., Li, H., & Brown, L. L. (2005). Reward, motivation, and emotion systems associated with early-stage intense romantic love. Journal of Neurophysiology, 94(1), 327-337. Uno studio neuroscientifico che esplora le basi biologiche dell’amore romantico e il suo impatto sul cervello. Baumeister, R. F., & Leary, M. R. (1995). The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. Psychological Bulletin, 117(3), 497-529. Un’analisi dell’importanza delle relazioni affettive per il benessere psicologico e la salute mentale. Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books.

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

Salute mentale: a chi mi rivolgo?

Quando si parla di salute mentale spesso ci si trova nella situazione di scegliere il professionista presso cui avviare la cura. Solitamente per la ricerca ci si serve del medico di famiglia, del passaparola di parenti amici o conoscenti o di internet. Ebbene si anche internet viene in aiuto attraverso i social o siti specializzati. Nonostante sia stata fatta già molta informazione sulle professionalità che possono essere di aiuto per il benessere ‘mentale’, oggi non di rado ci si trova a dover chiarire al ‘cliente’ di turno il proprio ruolo. Per capire meglio è bene definire le competenze dello psichiatra, dello psicologo psicoterapeuta e dello psicologo non psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria la cui competenza permette un inquadramento diagnostico da un punto di vista comportamentale. Lo psichiatra avendo una formazione medica può procedere a fare una diagnosi anche valutando aspetti biologici, strettamente medici, prescrivendo esami clinico diagnostici e all’occorrenza anche farmaci. Il medico specializzato in psichiatria è anche psicoterapeuta, per cui può fare sedute di psicoterapia oltre a poter somministrare farmaci. Lo psicologo è un dottore in psicologia che ha completato il ciclo quinquennale ed ha svolto un tirocinio formativo, ha sostenuto l’esame di iscrizione all’albo regionale degli psicologi. Egli non è ancora uno psicoterapeuta poiché tale titolo si ottiene solo dopo aver portato a termine un ciclo quadriennale presso l’Università o Istituti accreditati presso il MIUR. Lo psicologo è abilitato alle seguenti funzioni: prevenzione: intesa come attività finalizzata ad informare educare e anticipare comportamenti e condotte a rischio; diagnosi: l’atto tipico di indagine e valutazione dei processi mentali e della personalità; abilitazione e riabilitazione: attività tese a promuovere il benessere e la salute mentale dell’individuo, del gruppo; sostegno: è una funzione di tipo supportivo volta al mantenimento delle condizioni di benessere al rinforzo di esse; consulenza psicologica: comprende tutte le attività volte alla valutazione e alla definizione del problema di salute e all’elaborazione di un percorso. Tutte le attività sopra elencate possono essere svolte dallo psicologo iscritto all’albo tranne la psicoterapia che è un’attività ascrivibile esclusivamente allo psicologo specializzato in psicoterapia. La psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei sintomi e delle loro cause, conseguenti alla psicopatologia a disadattamenti e sofferenze. E’ molto importante prendersi la responsabilità di verificare il professionista che si sta scegliendo quali competenze abbia e cominciare a scegliere in base al nostro effettivo bisogno.

SALUTE MENTALE E PANDEMIA COVID-19 IN ITALIA

La pandemia ha avuto forti ripercussioni sulla salute mentale. Diverse ricerche svolte sul territorio italiano hanno riscontrato significativi esiti di salute psicologica. La pandemia da Covid-19 ha cambiato radicalmente le nostre abitudini e il nostro stile di vita. L’Italia è stato tra i primi paesi ad essere travolto, in maniera rapida e improvvisa, dal virus, registrando un forte impatto sul benessere psicologico.  Gli studi riguardanti la salute mentale sviluppati sul territorio italiano, riguardano le prime settimane di lockdown nazionale In questo periodo, la popolazione ha dovuto affrontare una nuova realtà, fatta di isolamento, incertezza e distanziamento sociale. Tutto ciò ha avuto effetti significativi sull’equilibrio psico-emotivo delle persone. I principali esiti di salute mentale riscontrati in questi studi sono sintomi depressivi e ansiosi [2,4,5,6,7,10], stress psicologico [1,2,4,5,7,8] e sintomi da stress post-traumatico [2,10]. Tali sintomi, inoltre, sono peggiorati durante le ultime settimane del lockdown [4,5]. Donne, giovani [2,3,4,7,9,10] e persone con preesistenti problemi di salute fisica o mentale presentano una maggiore incidenza di tali problematiche [4]. Inoltre, avere conoscenti o familiari che hanno contratto il virus [2,7] o averlo contratto in prima persona [4], risultano essere ulteriori fattori di rischio. Allo stesso modo, lo sono dovere lasciare casa per lavoro [7] e trascorrere molto tempo su internet [5]. Di contro, un alto livello di soddisfazione per la propria vita, vivere con membri della famiglia o conviventi [4,5] e ricevere supporto familiare [6], sono fattori protettivi rispetto alla possibilità di riscontrare esiti negativi di salute psicologica.  In conclusione, la situazione emergenziale ha avuto un forte impatto sulla salute mentale della popolazione italiana. Questo soprattutto in termini di stress percepito e presenza di sintomi depressivi e ansiosi . È quindi urgente e necessario pensare interventi psicologici funzionali a livello nazionale. Questi devono avere il compito di aiutare le persone a fronteggiare gli effetti dell’emergenza pandemica sul benessere psicologico. La bibliografia è al seguente link /wp-content/uploads/2021/03/scientific-febbraio-2.pdf

SALDI E PSICOLOGIA: COSA LI LEGA?

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Gennaio è il mese dei saldi! A tutti noi piacciono i saldi, amiamo pagare di meno e siamo felici quando pensiamo di “fare degli affari”. Finiamo per spendere di più durante i saldi rispetto a qualsiasi altro periodo. Come mai? La psicologia economica ha cercato di rispondere a questo quesito. Per capire cosa succede nella mente dell’uomo durante i saldi, è necessario partire dagli assunti cardine della psicologia economica. Tale disciplina propone una strada alternativa al paradigma economico dominante. Secondo la teoria economica neoclassica, l’essere umano è un egoista razionale in quanto: è un massimizzatore di utilità personale è in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili mantiene preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto Questi assunti, però, non sono stati confermati da numerosi studi della psicologia economica.  In primo luogo, è emerso che l’uomo non è un essere perfettamente egoista, ma è interessato anche al benessere altrui.  Successivamente è stato dimostrato che l’uomo compie sistematicamente degli errori poiché affronta dei limiti nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni in termini di tempo, memoria, intelligenza e percezione. Infine, è emerso che le decisioni prese risentono di numerosi fattori contestuali e, dunque, non sono stabili. Alla luce di questa breve premessa, è importante citare la Teoria del Prospetto di Kanheman e Tversky (1979). I due studiosi mostrano che il modo in cui viene incorniciata una determinata opzione influisce sul processo decisionali degli esseri umani. Facciamo un esempio… Avete comprato un biglietto per l’Opera e state andando a teatro. All’ingresso vi accorgete che avete perso il biglietto, costato 100€. Cosa fate? Lo ricomprate? Ora provate a immaginare questa seconda scena: siete sempre a teatro, arrivate all’ingresso e vi accorgete di aver perso 100€ che avevate nella borsa. Comprereste comunque il biglietto per assistere allo spettacolo?  Da un punto di vista economico, la cifra è la stessa in tutti e due gli scenari (100€), ma i risultati di questo esperimento dimostrano che la maggior parte delle persone non ricompra il biglietto nel primo caso, ma lo fanno nel secondo. Questo dimostra che gli individui posti di fronte a una scelta si comportano in maniera differente in base a come le opzioni di scelta vengono loro presentate. Grazie a questo esperimento, la psicologia economica ci dice che non esiste solamente un valore economico, ma anche uno psicologico. Un biglietto per un teatro del valore di 100€ e una banconota di 100€ non ancora spesa possono essere valutati in modo diverso.  Ed è proprio questo che avviene durante i saldi! I consumatori tendono ad acquistare di più durante i saldi quando sul cartellino del prezzo corrente viene riportato anche il prezzo applicato in passato e la percentuale di sconto, piuttosto che solo ed esclusivamente il prezzo corrente. È come se il fatto di sapere che il bene venisse venduto “in passato” a un prezzo più alto, faccia aumentare la soddisfazione derivante dal suo consumo e faccia innalzare il prezzo soglia che si è disposti a pagare “oggi”. Anche il modo in cui “suddividiamo” mentalmente il nostro denaro incide drasticamente sulle scelte di consumo che facciamo. Ognuno di noi, infatti, si crea delle categorie mentali con i propri valori soggettivi e in base a questi sono più o meno disposti a spendere una certa quantità di soldi. I soldi per il biglietto del teatro potrebbero essere considerati nella categoria “già spesi”, mentre la banconota è stata persa prima che le fosse assegnata una categoria, dunque, può sembrare che sia ancora “in attesa di essere spesa”. Lo stesso meccanismo avviene quando ci propongono di comprare qualcosa a rate: la somma di tanti piccoli costi viene percepita come minore rispetto allo stesso prezzo presentato in soluzione unica. In conclusione, si può affermare che durante i saldi il nostro comportamento è tendenzialmente dettato da una valutazione soggettiva, molto diversa da quella oggettiva e razionale. BIBLIOGRAFIA Kahneman, D., & Tversky, A. (1979). Prospect theory: an analysis of decision under risk. Journal of Econometric Society, 47(2), 263-291