Scialla: un modo di dire giovanile

scialla

Il gergo giovanile è ricco di neologismi; e il termine Scialla è uno di questi. L’espressione èusata prevalentemente col significato di “stai sereno, tranquillo”. Rappresenta, quindi, una sorta di consiglio a rilassasi. I giovani d’oggi, infatti, spesso nelle discussioni generazionali con i propri genitori, ricorrono alla parola Scialla, per rimodulare i toni “surriscaldati”. Si sa che, in genere, soprattutto durante il periodo adolescenziale, genitori e figli litigano spesso. Questo comporta un alimentare malumori, incomprensioni e arrabbiature varie. I genitori, quindi, si ritrovano spesso a perdere la pazienza, la capacità di ascolto e di empatia nei confronti dei figli “disubbidienti”. Anche se in effetti stanno semplicemente esprimendo il loro desiderio di emancipazione ed individualizzazione. In contesti del genere, Scialla costituisce lo strumento per ripristinare gli equilibri emotivi. Laddove, la discussione sta prendendo pieghe orientate al nervosismo e allo scontro, un modo per fermare il flusso di negatività è rappresentato proprio da questo neologismo. Il termine è talmente usato che ne sono state create derivazioni, come sciallare e sciallato, ed è arrivato anche all’attenzione dell’Accademia della Crusca. Ovviamente, l’aspetto interessante di questa parola, dal punto di vista psicologico è da ricercare nel significato di questa parola. Da un lato vediamo i giovani, che con i loro modi di fare molto tranquilli, al limite del superficiale, che insegnano agli adulti a riprendere in mano il controllo sulle proprie emozioni. Ci troviamo, quindi, di fronte ad una situazione in cui i ruoli si capovolgono: i genitori , che dovrebbero essere esempio di equilibrio sono richiamati all’ordine dai figli, mediante un invito ad evitare lo scontro. Sembrerebbe quasi uno sminuire il senso e il contenuto della discussione, ma che in realtà non è altro che un modo per riportare al dialogo costruttivo i protagonisti

Schadenfreude, identità e privacy: il caso Astronomer e l’epoca della sorveglianza sociale

Talvolta, i momenti più significativi della nostra società non avvengono nelle aule parlamentari o nei tribunali, ma davanti a uno schermo, tra un video su TikTok e un tweet virale. È il caso, recente e lampante, di ciò che è accaduto al Gillette Stadium durante un concerto dei Coldplay, quando una kiss cam ha inquadrato due dirigenti di una startup di intelligenza artificiale — uno dei quali CEO, l’altra a capo delle risorse umane — in un momento privato, affettuoso e visibilmente imbarazzato. La scena, ripresa in diretta e successivamente rilanciata da una spettatrice su TikTok, è diventata virale nel giro di poche ore. In pochi giorni, l’intero mondo online conosceva già non solo il volto, ma anche i nomi, le posizioni lavorative, la situazione sentimentale e i profili social della coppia. Il tutto, senza che ci fosse alcuna indagine ufficiale o intervento da parte dei media tradizionali. Un’azione spontanea, collettiva, alimentata da migliaia di utenti che, motivati da una curiosità a metà tra il pettegolezzo e la giustizia fai-da-te, hanno trasformato un momento privato in uno scandalo internazionale. Ma oltre all’aspetto tecnico — la velocità con cui si può oggi risalire all’identità di una persona — questo caso ci rivela qualcosa di più profondo. Qualcosa che riguarda la nostra psicologia collettiva: il gusto, forse inconfessabile, che si può provare quando qualcuno “più in alto” cade. È qui che entra in gioco un termine tedesco che non ha una vera traduzione in italiano, ma che spiega perfettamente il fenomeno: Schadenfreude. 1. Il piacere segreto del crollo altrui: cos’è la Schadenfreude Schadenfreude è un sostantivo composto da Schaden (danno) e Freude (gioia): la gioia per il danno altrui, soprattutto quando questi altri sono percepiti come privilegiati, arroganti, o distanti da noi. Non si tratta di cattiveria pura, ma di un meccanismo umano molto antico: una reazione emotiva che pare riequilibrare, anche solo per un momento, le ingiustizie percepite nella scala sociale. Nel caso Astronomer, la dinamica è stata esemplare. L’interesse non era soltanto per il gossip romantico o la violazione della fiducia coniugale. Quello che ha acceso l’immaginario collettivo è stato vedere due persone in posizioni di potere — un CEO e una figura HR — agire in modo contraddittorio rispetto alle aspettative sociali. E quando queste contraddizioni vengono esposte pubblicamente, senza filtri, senza comunicati ufficiali né strategie di comunicazione, la reazione collettiva spesso si trasforma in un banchetto emotivo: meme, video reaction, tweet sarcastici. 2. Identità e sorveglianza sociale: quanto basta per essere smascherati Oltre alla dimensione emotiva, colpisce la rapidità con cui la rete è riuscita a identificare i protagonisti del video. Nessun nome, nessuna descrizione era stata fornita. Solo una ripresa su maxi schermo e una breve scena. Eppure, in meno di 24 ore, erano stati individuati attraverso tecniche OSINT, incrociando immagini pubbliche, dati professionali, foto sui social e dettagli visivi minimi. Questo è oggi alla portata di chiunque: un tatuaggio riconoscibile, un anello, uno sfondo. In un contesto di ipercondivisione digitale, l’identità è sempre meno anonima. La sorveglianza non è più delegata agli Stati o ai poteri forti: è diventata partecipativa, orizzontale. Chiunque può diventare sorvegliato — ma anche sorvegliante. Il punto non è solo che la privacy sia compromessa. È che è compromessa senza che ce ne rendiamo conto. Basta trovarsi nel riquadro di una fotocamera. E se quel fotogramma diventa virale, il mondo saprà chi sei — anche se tu non hai mai postato nulla. 3. La privacy come illusione: conseguenze personali e culturali La facilità di identificazione ha conseguenze drammatiche. Non solo per le persone coinvolte, che hanno dovuto affrontare un’umiliazione pubblica globale, chiudere profili, dimettersi. Ma per tutta la società. Perché mette in discussione il concetto stesso di confine tra pubblico e privato. Un gesto affettuoso, seppur controverso, in un contesto apparentemente anonimo — uno stadio — può diventare una prova virale. E da lì, può scatenare reazioni a catena che coinvolgono reputazioni, famiglie, strutture aziendali. La realtà è che oggi basta pochissimo per diventare oggetto di analisi, di giudizio, di ridicolizzazione collettiva. La privacy è diventata condizionata non tanto dalla legge, ma dalla morale pubblica, amplificata da piattaforme che premiano il contenuto più scioccante, divertente, virale. E se la caduta dell’altro diverte, è molto probabile che venga condivisa. 4. Psicologia della sorveglianza e dell’umiliazione virale Da un punto di vista psicologico, ciò che colpisce è il carico emotivo che questa esposizione forzata comporta. Le persone coinvolte si sono trovate in una spirale di visibilità non richiesta, dove ogni gesto, ogni espressione, è stata scomposta, analizzata, giudicata da milioni di sconosciuti. Questo genera quello che in psicologia viene definito “stress da iper-esposizione”, una forma di ansia sociale estrema, che può avere effetti traumatici. Studi dell’APA (American Psychological Association) mostrano come la perdita del controllo sulla propria immagine pubblica sia una delle principali fonti di disagio psicologico nei contesti digitali. Quando non siamo più padroni del modo in cui veniamo visti, o del contesto in cui un nostro comportamento viene interpretato, possiamo sviluppare senso di vergogna, paralisi decisionale, e tendenze evitanti. Inoltre, la viralità non è mai neutra. Amplifica tutto: il gesto, il giudizio, la condanna. Le persone che diventano virali per motivi imbarazzanti – anche per pochi giorni – riportano livelli di stress comparabili a quelli sperimentati in situazioni di lutto o licenziamento. A questo si somma l’angoscia della memoria digitale: ciò che oggi è virale, domani resta comunque ricercabile, archiviato, indicizzato. Anche gli osservatori, però, pagano un prezzo. Partecipare alla gogna pubblica può dare un’effimera sensazione di potere o giustizia. Ma spesso genera assuefazione, distacco emotivo e una progressiva erosione dell’empatia. La Schadenfreude, se troppo alimentata, anestetizza. 5. Conclusione: consapevolezza e cultura della responsabilità Il caso Astronomer è uno specchio dei nostri tempi. Racconta di quanto siamo rapidi a identificare, giudicare e condividere. Ma racconta anche di quanto siamo fragili. Oggi tutti possiamo essere smascherati, osservati, interpretati — anche se non lo vogliamo. E tutti possiamo contribuire, anche senza volerlo, alla caduta altrui. Riconoscere la Schadenfreude dentro di noi non significa assecondarla, ma comprenderla. Solo così possiamo imparare a rallentare prima del “condividi”.

SBADIGLIARE E’ CONTAGIOSO

Sbadigliare è un comportamento comune alla quasi totalità di noi umani. Lo psicologo Robert Provine definisce lo sbadiglio come un modello di azione stereotipata che dura circa 6 secondi, con una lunga ispirazione e un’emissione progressi più breve e piacevole. Si presenta in modo uguale tra uomini e donne. Si tratta di un movimento automatico in quanto anche i pazienti totalmente paralizzati e incapaci di compiere movimenti volontari del corpo possono sbadigliare normalmente. Quando sbadigliamo? 1. Sbadigliamo quando siamo annoiati In un esperimento, Provine fece vedere a un gruppo esempi di test in TV per 30 minuti, mentre il gruppo di controllo guardava un video musicale meno noioso. E’ emerso che i soggetti del primo gruppo sbadigliavano il 70% in più di quelli del secondo. 2. Sbadigliamo quando abbiamo sonno Ma questo non ci stupisce, anche se la cosa sorprendente è che si registrano più sbadigli nell’ora successiva al risveglio piuttosto che nell’ora prima di andare a dormire. Spesso ci svegliamo e ci stiriamo, sbadigliando. 3. Sbadigliamo quando gli altri sbadigliano Al fine di mostrare la contagiosità dello sbadiglio, Provine ha mostrato ai soggetti un video di cinque minuti di un uomo che sbadiglia ripetutamente. Il 55% degli spettatori sbadigliava. Una faccia che sbadiglia (presentata anche in bianco e nero e/o a rovescio) è uno stimolo che attiva un modello di azione stereotipata dello sbadiglio. La scoperta dei neuroni specchio indica l’esistenza di un meccanismo biologico che spiega perché i nostri sbadigli rispecchiano così spesso quelli degli altri. Per vedere quale parte di una faccia che sbadiglia è più contagiosa e potente, Provine ha mostrato una faccia intera, una faccia con la bocca nascosta, una bocca con la faccia nascosta e una faccia sorridente (situazione di controllo) La faccia che sbadiglia provoca lo sbadiglio anche con la bocca nascosta. Dunque, coprire la bocca quando si sbadiglia molto probabilmente non sopprime il contagio dello sbadiglio. Provine sostiene anche che il solo pensiero dello sbadiglio produce sbadigli. Un fenomeno che forse avete notato leggendo questo articolo! BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill

SAPIOSESSUALITA’

La parola sapiosexual è stata coniata nel 1998 dall’ingegnere Darren Stalder per descrivere il proprio orientamento sessuale, per essere poi successivamente utilizzata nel 2008 dalla scrittrice erotica Kayar Silkenvoice. Sapiosessualità è un vocabolo che nasce dall’unione delle parole “sapio” (deriva dalla  parola latina sapiens, che significa saggio, intelligente) e “sessualità”.  Cosa vuol dire sapiosessuale dunque? Per dare una corretta definizione di sapiosessuale, quindi, possiamo riferirci a una  persona che si sente attratta dall’intelletto e intelligenza dell’altro, prima ancora che dalle sue caratteristiche fisiche o sessuali.   Gli individui sapiosessuali provano una forte attrazione per “persone intelligenti” o, per meglio dire, per chi dimostra caratteristiche come una profonda cultura e conoscenza, capacità di conversazione approfondita. Questo termine è spesso utilizzato per descrivere una preferenza nell’ambito delle relazioni e delle attività sessuali. L’attrazione sessuale attraverso l’intelletto non è una parafilia né può essere considerata, come l’aromanticismo, un orientamento sentimentale, ma si annovera tra gli orientamenti sessuali. A differenza, per esempio, della bisessualità, che ha una bandiera rosa (attrazione per persone dello stesso sesso), blu (attrazione per persone del genere/sesso opposto) e viola (attrazione per entrambi i sessi),  l’orientamento sapiosessuale non ha una sua specifica bandiera. Per la persona sapiosessuale, vivere l’amore e l’attrazione si traduce nell’investire tempo ed energia in relazioni in cui si può condividere e approfondire la sfera intellettuale ed emozionale.   L’attrazione sessuale viene alimentata da quella per l’intelligenza, quindi si gioca su un piano tutto mentale, che diventa il fulcro delle dinamiche relazionali, consentendo di connettersi a livelli profondi e di sperimentare una forma unica di intimità.  Tuttavia, è importante considerare che ogni persona sapiosessuale è unica e può vivere queste esperienze in modi diversi.   Ci sono sapiosessuali che possono anche considerare l’aspetto fisico come parte integrante del loro interesse romantico, mentre altri danno peso esclusivamente alla sfera intellettuale ed emotiva.  Può accadere di vivere il proprio orientamento sapiosessuale con sentimenti di vergogna o paura del giudizio altrui. Una persona sapiosessuale che fatica a comprendere e accettare se stessa potrà trovare un supporto per per vivere sesso e amore con serenità e consapevolezza nel connettersi con altre persone che condividono lo stesso orientamento, magari partecipando a gruppi di supporto online o a eventi LGBTQ+ in cui si possano incontrare altre persone sapiosessuali o che possono comprendere e supportare questa esperienza. O consultare uno psicoterapeuta specializzato in tematiche LGBTQ+ o nella sessualità. Un professionista esperto può fornire un sostegno specifico e aiutare la persona a esplorare e accettare il proprio orientamento sessuale. È importante ricordare che il percorso di accettazione di un orientamento sessuale può richiedere tempo. Spesso, il sostegno di amici, familiari e professionisti può favorire un processo più fluido e positivo. 

SANREMO: un fenomeno psicologico collettivo

Ogni anno il Festival di Sanremo riesce in qualcosa di straordinario: fermare il Paese. Per una settimana, milioni di persone guardano le stesse esibizioni, commentano gli stessi momenti, discutono delle stesse polemiche. Ma cosa rende questo evento così potente dal punto di vista psicologico? Sanremo non è solo una gara canora, è un rito collettivo. E i riti, in psicologia sociale, hanno una funzione fondamentale: creano coesione, rafforzano l’identità e danno forma a una narrazione condivisa. Anche chi dice di “non guardarlo” finisce spesso per intercettarne frammenti, meme, discussioni. È quasi impossibile restarne completamente fuori, perché Sanremo non è solo un programma televisivo: è un’esperienza culturale sincronizzata. Sapere che milioni di persone stanno vivendo lo stesso momento nello stesso istante produce un senso di appartenenza. Si crea una comunità simbolica, un “noi” temporaneo che commenta, applaude, critica e si emoziona insieme. A livello individuale, il coinvolgimento passa spesso attraverso l’identificazione. Scegliamo un artista, una canzone, una “parte”. Le nostre preferenze diventano parte della nostra identità. In questo processo entrano in gioco diversi meccanismi cognitivi. L’effetto di mera esposizione ci porta a gradire di più ciò che vediamo e ascoltiamo ripetutamente. Dopo cinque serate, interviste, backstage e clip sui social, anche la canzone che inizialmente ci sembrava anonima può diventare familiare e quindi più piacevole. La familiarità genera una sensazione di vicinanza, quasi di relazione. I social network amplificano tutto. Il bias di conferma ci spinge a cercare contenuti che rafforzino la nostra opinione iniziale, mentre il bandwagon effect ci rende più inclini ad apprezzare ciò che percepiamo come già popolare. Se un artista diventa virale, cresce la probabilità che venga percepito come “oggettivamente” valido. In realtà, stiamo semplicemente assistendo a dinamiche di influenza sociale. Negli ultimi anni, poi, l’esperienza psicologica di Sanremo si è trasformata grazie al Fantasanremo. Con questo gioco parallelo, lo spettatore non è più soltanto osservatore: diventa giocatore. Sceglie la propria squadra, studia strategie, spera nei bonus e teme i malus. Anche eventi imprevedibili, come un outfit eccentrico, una gag sul palco, un gesto spontaneo, possono tradursi in punti. Dal punto di vista psicologico, il Fantasanremo introduce un elemento chiave: l’illusione di controllo. Pur non potendo influenzare realmente ciò che accade sul palco, il partecipante sperimenta una sensazione di partecipazione attiva. Inoltre, il sistema di punteggi legato a eventi spesso imprevedibili attiva un meccanismo di rinforzo intermittente: non sappiamo quando arriverà il “colpo di scena” che farà guadagnare punti, e proprio questa incertezza aumenta l’eccitazione e il coinvolgimento. La competizione tra amici aggiunge un ulteriore livello emotivo. Non si tratta più solo di “mi piace questa canzone”, ma di “spero che il mio artista faccia qualcosa che mi faccia vincere”. Forse il segreto della longevità del Festival di Sanremo sta proprio qui: nella sua capacità di adattarsi, di integrare nuovi linguaggi come il Fantasanremo, e di trasformare uno spettacolo televisivo in un’esperienza psicologica collettiva, partecipata e continuamente rinegoziata. Sanremo non è solo qualcosa che guardiamo. È qualcosa che, per una settimana, viviamo insieme.

SANREMO: UN FENOMENO COLLETTIVO

Ogni anno, il Festival di Sanremo si trasforma in un evento nazionale capace di catalizzare l’attenzione di milioni di persone. Non si tratta solo di una competizione musicale, ma di un vero e proprio rito collettivo che mescola tradizione, emozione e spettacolo. Ma cosa c’è dietro il fascino irresistibile di Sanremo? Sanremo non è solo musica, ma anche competizione. Il pubblico si schiera con passione a favore di un artista o di una canzone, generando un senso di appartenenza simile a quello che si vive nelle competizioni sportive. Questo fenomeno è spiegabile con la teoria dell’identificazione sociale. Scegliamo un gruppo con cui identificarci (ad esempio, i fan di un cantante) e difendiamo la nostra scelta con entusiasmo, come se fosse parte della nostra identità. Sanremo offre uno spettacolo multisensoriale che va oltre la musica: scenografie imponenti, abiti spettacolari e momenti di grande pathos emotivo. Secondo la psicologia delle emozioni, l’intensità delle esperienze sensoriali e affettive aumenta la memorabilità di un evento. Questo spiega perché certe performance o momenti clou rimangono impressi nella memoria collettiva per anni. Parte del fascino di Sanremo risiede nella sua ritualità. Ogni anno si ripetono schemi simili: le polemiche, le standing ovation, le critiche ai conduttori, il dibattito sulle canzoni. Questo rituale crea una sensazione di sicurezza e prevedibilità che la mente umana trova rassicurante. La ripetizione degli stessi schemi rafforza il senso di comunità e continuità culturale. Sanremo è profondamente legato alla storia italiana, rappresentando un appuntamento fisso che attraversa generazioni. La nostalgia gioca un ruolo cruciale: molti spettatori associano il festival ai ricordi della loro infanzia o adolescenza, creando un legame affettivo che va oltre la semplice esibizione musicale. Secondo la psicologia, la nostalgia aiuta a rafforzare l’identità personale e il senso di continuità nel tempo, offrendo conforto e stabilità emotiva. Negli ultimi anni, i social media hanno amplificato l’effetto Sanremo, trasformandolo in un evento interattivo. Le esibizioni vengono commentate in tempo reale, nascono meme virali e le discussioni si accendono su Twitter, Instagram e TikTok. Questo meccanismo stimola la cosiddetta “gratificazione immediata“, ovvero il bisogno di ricevere risposte e interazioni in tempo reale, rafforzando il coinvolgimento emotivo del pubblico. Sanremo è molto più di un festival musicale: la sua forza sta nel riuscire a coinvolgere milioni di persone attraverso emozioni, competizione e spettacolo, confermandosi ogni anno come un fenomeno di massa che va oltre la semplice canzone. Che si ami o si odi, Sanremo rimane un simbolo della cultura italiana, capace di unire e dividere, di emozionare e far discutere. E forse proprio in questo sta il suo potere psicologico più grande.

San-Pa: la doc-serie Netflix conquista e fa discutere

di Pierluigi Triulzio Fa discutere e conquista la figura di Vincenzo Muccioli e la creazione di un luogo chiamato “comunità”, ma la tossicodipendenza rimane una questione sospesa. Muccioli, malgrado non avesse nessuna competenza tecnica e tanto meno nessun attestato che comprovasse una qualche legittimità ad operare in quel campo, ha dato inizio ad un’impresa che non ha pari in Europa. Imprenditore lo era già e ha proseguito su quella strada, investendo con tutta la forza che disponeva per strappare quei giovani dalle loro dipendenze distruttive, costruendo anche attività economiche di successo con loro. Tutto ciò potrebbe essere già di per sé il successo di Muccioli e della sua impresa, che vive e prospera tutt’ora. Le contraddizioni, i metodi discutibili, gli eccessi usati per il trattamento dei tossicodipendenti, ben raccontati nel documentario “San-Pa”, sono il derivato di una certa esaltazione salvifica dei tossicodipendenti, tipica della cultura di quegli anni. La volontà di riuscita superava la complessità della realtà delle tossicodipendenze. Non escludo che il soggetto tossicomane parta dalla pretesa di essere salvato dall’altro, proprio perché egli stesso si è già esautorato nella propria competenza individuale, cioè nella possibilità di pensare una qualche forma di riuscita. Questo soggetto coscientemente ha scelto di “inserire nel suo organismo una sostanza chimica al fine di modificare le sue condizioni psichiche” (cfr. Giovanni Jervis). L’introduzione di tale sostanza, di per sé un’operazione meccanica e banale che rapidamente modifica uno stato psicologico, è tuttavia un atto autolesivo, che il tossicodipendente sceglie di ripetere in modo coatto. Questa operazione narcotizza le facoltà psichiche degli individui e la sedazione è il potere delle sostanze, che toglie ogni altro potere effettivo. Sorge spontanea la domanda: “Perché questa esigenza di anestesia?”, “Perché questo bisogno di obnubilamento del pensiero?”. La risposta va rintracciata nella deriva patologica cui soggetti di questo genere vanno incontro. L’operazione di esautorazione della propria facoltà psicologica produce inevitabilmente uno stato mentale di angoscia, che si coglie solo nel suo segno spiacevole (che certamente esiste) e non come risultato di un atto psichico contraddittorio.  L’aspirante tossico, è intenzionato o meglio determinato nel tempo ad invalidare le sue facoltà, al fine di eliminare la sua angoscia, tuttavia ciò diventa il suo sistema di “non vita”. È di questa natura la contraddittorietà che si genera e per assurdo la sostanza diviene il falso rimedio contro l’angoscia generata dal rifiuto del proprio pensiero. Si origina così un circolo vizioso, perché se mi rifiuto di capire sono già nell’angoscia, ma non essendo nella condizione di ravvedermi, poiché come detto mi nego il potere di pensare, mi rifuggo nelle sostanze per evitare tutto e per ricercare quell’estasi catatonica, che ho eletto a mio massimo godimento. La stessa operazione di cui sopra genererà logicamente e perciò inevitabilmente l’insoddisfazione come unico orientamento di vita personale e, costi quel che costi (purtroppo sappiamo costare moltissimo), lo si difenderà a costo della vita e perdurerà nel tempo, almeno sin quando il soggetto vorrà ravvedersi veramente.   Questa cultura dell’insoddisfazione, appare sotto le mentite spoglie di un coatto piacere, il cui unico intento è d’azzerare le proprie facoltà intellettuali, per perseverare una mortifera illusione.   L’eroina in un modo la cocaina in un altro, vengono usate per non pensare, per non fare i conti con la realtà e più si sedimenta questa pratica, più si abbraccia una reale incapacità che coinvolge ogni aspetto della propria vita. La funzione sedativa dell’eroina e confusamente eccitante della cocaina, sono un potenziale illusorio e delirante, il cui principale scopo è di rimuovere l’angoscia, che invece aumenta, fissando il soggetto in uno stato di angoscia permanente.  È certamente possibile smettere d’assumere sostanze e soprattutto uscire da uno stile di vita dissennato che rischia di permanere anche dopo la tossicodipendenza.  Sicuramente ci vuole del coraggio per riprendere possesso del potere del proprio pensiero e con esso l’accesso alla propria soddisfazione.

San Valentino: Aspettative, Emozioni e il Vero Significato dell’Amore

San Valentino è una di quelle ricorrenze che evocano emozioni contrastanti. Per alcuni è un’occasione per celebrare l’amore, per altri è una data carica di aspettative e pressioni. C’è chi la vive con entusiasmo e chi, al contrario, prova disagio, solitudine o malinconia. Ma cosa rappresenta davvero questa giornata? E quale può essere il suo impatto sul nostro benessere psicologico? San Valentino possa essere una preziosa occasione di riflessione, non solo sull’amore romantico, ma sul modo in cui viviamo i rapporti, le emozioni e il nostro stesso valore. L’Amore e il Peso delle Aspettative San Valentino è fortemente influenzato dalla società e dalla cultura popolare. Film, pubblicità e social media ci mostrano scenari perfetti: cene a lume di candela, regali lussuosi, dichiarazioni d’amore spettacolari. È facile, quindi, cadere nella trappola delle aspettative irrealistiche, misurando il valore della propria relazione in base a ciò che viene mostrato all’esterno. Molte coppie sentono la pressione di dover dimostrare il proprio amore in modo straordinario, come se un gesto romantico in un solo giorno potesse compensare la qualità della relazione durante tutto l’anno. In realtà, l’amore autentico non si misura in regali o sorprese eclatanti, ma nella presenza, nella comprensione reciproca e nel supporto quotidiano. Un aspetto importante da considerare è la comunicazione. Spesso, dietro la frustrazione che emerge in questa giornata, si nasconde un bisogno insoddisfatto di attenzione, affetto o conferma. Se il partner si aspetta un determinato gesto e non lo riceve, può sentirsi deluso, ma la delusione potrebbe derivare più da una mancata comunicazione dei propri bisogni che da una reale mancanza di amore. Per questo, più che concentrarsi su un regalo o su una serata speciale, sarebbe utile chiedersi: come ci stiamo prendendo cura della nostra relazione nei giorni “normali”? C’è dialogo, ascolto, complicità? La felicità di coppia non dipende da una sola giornata, ma dalla qualità della connessione quotidiana. San Valentino e il Ruolo della Solitudine Per chi è single, San Valentino può essere un momento particolarmente difficile. In una società che spesso esalta l’amore di coppia come obiettivo primario della felicità, essere soli in questa data può far emergere insicurezze o senso di esclusione. Ma è davvero l’assenza di un partner a rendere una persona infelice? O è piuttosto la narrazione che ci circonda a farci sentire “mancanti” di qualcosa? L’amore non si manifesta solo in una relazione romantica. L’amore è presente nelle amicizie, nei legami familiari, nelle passioni personali e, soprattutto, nel rapporto che abbiamo con noi stessi. San Valentino potrebbe diventare, allora, un’occasione per riscoprire l’amore in tutte le sue forme e per imparare a valorizzare ciò che abbiamo, invece di focalizzarci su ciò che ci manca. Dedicare questa giornata a se stessi, facendo qualcosa che ci fa stare bene – che sia una cena con amici, una passeggiata rilassante o semplicemente un momento di auto-cura – può trasformare un potenziale giorno di tristezza in una celebrazione del proprio benessere. Il Vero Significato dell’Amore: Autenticità e Cura Sia che si sia in coppia, sia che si sia single, l’amore non è qualcosa che si esprime solo con gesti eclatanti in una giornata specifica. L’amore autentico si costruisce giorno per giorno, attraverso l’ascolto, il rispetto e la presenza emotiva. In una relazione, i piccoli gesti quotidiani – un abbraccio spontaneo, una parola gentile, un momento di attenzione sincera – sono più significativi di qualsiasi regalo costoso. Un “ti amo” detto con il cuore, una carezza nel momento giusto o un sostegno nei momenti difficili valgono molto di più di una cena romantica organizzata per obbligo. Per chi è single, invece, San Valentino può diventare un’opportunità per riflettere sull’importanza dell’amore verso se stessi. Spesso tendiamo a cercare la felicità all’esterno, in un’altra persona, dimenticando che il primo amore da coltivare è quello verso noi stessi. Avere una relazione non dovrebbe essere il punto di arrivo per sentirsi completi, ma una scelta che nasce da un equilibrio interiore. Conclusione: Riscoprire il Senso di San Valentino Forse il vero significato di questa giornata non è legato ai fiori o ai regali, ma alla possibilità di riflettere su come viviamo l’amore, in tutte le sue forme. Possiamo chiederci: siamo in grado di amare in modo autentico? Comunichiamo i nostri sentimenti in modo aperto e sincero? Ci prendiamo cura delle persone a cui vogliamo bene, inclusi noi stessi? San Valentino non dovrebbe essere una fonte di stress o pressione, ma un’occasione per riscoprire il valore delle relazioni umane, che siano romantiche, amicali o familiari. E soprattutto, dovrebbe ricordarci che l’amore non ha bisogno di una data sul calendario per essere celebrato. Perché l’amore vero non è qualcosa che si dimostra una volta all’anno, ma qualcosa che si vive ogni giorno. Bibliografia Aron, A., Fisher, H., Mashek, D. J., Strong, G., Li, H., & Brown, L. L. (2005). Reward, motivation, and emotion systems associated with early-stage intense romantic love. Journal of Neurophysiology, 94(1), 327-337. Uno studio neuroscientifico che esplora le basi biologiche dell’amore romantico e il suo impatto sul cervello. Baumeister, R. F., & Leary, M. R. (1995). The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. Psychological Bulletin, 117(3), 497-529. Un’analisi dell’importanza delle relazioni affettive per il benessere psicologico e la salute mentale. Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books.

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

Salute mentale: a chi mi rivolgo?

Quando si parla di salute mentale spesso ci si trova nella situazione di scegliere il professionista presso cui avviare la cura. Solitamente per la ricerca ci si serve del medico di famiglia, del passaparola di parenti amici o conoscenti o di internet. Ebbene si anche internet viene in aiuto attraverso i social o siti specializzati. Nonostante sia stata fatta già molta informazione sulle professionalità che possono essere di aiuto per il benessere ‘mentale’, oggi non di rado ci si trova a dover chiarire al ‘cliente’ di turno il proprio ruolo. Per capire meglio è bene definire le competenze dello psichiatra, dello psicologo psicoterapeuta e dello psicologo non psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria la cui competenza permette un inquadramento diagnostico da un punto di vista comportamentale. Lo psichiatra avendo una formazione medica può procedere a fare una diagnosi anche valutando aspetti biologici, strettamente medici, prescrivendo esami clinico diagnostici e all’occorrenza anche farmaci. Il medico specializzato in psichiatria è anche psicoterapeuta, per cui può fare sedute di psicoterapia oltre a poter somministrare farmaci. Lo psicologo è un dottore in psicologia che ha completato il ciclo quinquennale ed ha svolto un tirocinio formativo, ha sostenuto l’esame di iscrizione all’albo regionale degli psicologi. Egli non è ancora uno psicoterapeuta poiché tale titolo si ottiene solo dopo aver portato a termine un ciclo quadriennale presso l’Università o Istituti accreditati presso il MIUR. Lo psicologo è abilitato alle seguenti funzioni: prevenzione: intesa come attività finalizzata ad informare educare e anticipare comportamenti e condotte a rischio; diagnosi: l’atto tipico di indagine e valutazione dei processi mentali e della personalità; abilitazione e riabilitazione: attività tese a promuovere il benessere e la salute mentale dell’individuo, del gruppo; sostegno: è una funzione di tipo supportivo volta al mantenimento delle condizioni di benessere al rinforzo di esse; consulenza psicologica: comprende tutte le attività volte alla valutazione e alla definizione del problema di salute e all’elaborazione di un percorso. Tutte le attività sopra elencate possono essere svolte dallo psicologo iscritto all’albo tranne la psicoterapia che è un’attività ascrivibile esclusivamente allo psicologo specializzato in psicoterapia. La psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei sintomi e delle loro cause, conseguenti alla psicopatologia a disadattamenti e sofferenze. E’ molto importante prendersi la responsabilità di verificare il professionista che si sta scegliendo quali competenze abbia e cominciare a scegliere in base al nostro effettivo bisogno.