Neuroni per Natale? Un bel regalo per tutte le età

Come dimostrato da molte ricerche, il nostro cervello è in grado di produrre nuovi neuroni anche in età adulta e avanzata. E quest’anno, a Natale, potrebbe essere un’ottima idea regalarsi una buona dose di neuroni nuovi di zecca: insomma, mettere in atto comportamenti capaci di contribuire attivamente a stimolare la neurogenesi nel cervello. Partiamo dall’ippocampo. Sappiamo da tempo che questa struttura al centro del cervello è coinvolta nei processi relativi all’apprendimento, alla memoria, all’umore e all’emozione. Quella che invece è più recente, grazie al contributo dei neuroscienziati, è la conoscenza di come l’ippocampo sia una delle uniche strutture del cervello adulto in cui possono essere generati nuovi neuroni. Le ricerche hanno evidenziato che produciamo circa 700 nuovi neuroni ogni giorno nell’ippocampo, che lentamente vanno a sostituire la dotazione di neuroni che avevamo alla nascita. Intorno all’età di cinquant’anni, ogni essere umano ha sostituito il proprio intero patrimonio di milioni di neuroni con neuroni generati in età adulta. Dagli studi dei neuroscienziati che si occupano in particolare di questo aspetto, tra cui Sandrine Thuret, sappiamo che questi neuroni generati in età adulta sono importanti per la memoria, in termini di durata nel tempo e di capienza di ricordi conservati. E che sono molto importanti anche per l’umore. Infatti, in caso di depressione, c’è un calo significativo della produzione di nuovi neuroni. Stimolando la neurogenesi, c’è una netta correlazione, secondo gli studiosi, tra la produzione di nuovi neuroni e la diminuzione dei sintomi di depressione. L’argomento è complesso, sfaccettato, affascinante e meriterebbe ovviamente uno spazio assai maggiore di un breve articolo. Potenzialmente, in futuro potremo arginare gli effetti dell’età sulla memoria e sull’umore, il che apre a pensieri che comprendono temi etici e sociali assai rilevanti.  Ma in queste poche righe possiamo concentrare qualche consiglio per favorire la neurogenesi. È davvero possibile stimolarla e regalarsi un cervello più giovane e in forma? Secondo i ricercatori, la risposta è affermativa. Cimentarsi nell’apprendimento di qualcosa di nuovo, stimola la neurogenesi. L’attività e il moto, in generale, stimolano la neurogenesi.  Diminuire del 20-30% l’assunzione di calorie con i pasti, stimola la neurogenesi. E poi il digiuno intermittente (le famose 16 ore di cui abbiamo già parlato) sono un toccasana per mantenere le nostre prestazioni cerebrali, i flavonoidi (che trovate, ad esempio, nel cioccolato fondente), gli Omega 3, il resveratrolo (uva e vino rosso). Una dieta ricca di grassi e il consumo di alcol diminuiscono la neurogenesi. Tra poco inizia il periodo delle feste: ricordiamoci di aumentare la nostra produzione di neuroni. Più cioccolato fondente e mirtilli, meno alcol e grassi. Supportati dai dati delle ricerche, ci sentiremo più rilassati, felici e mentalmente rapidi se mangeremo alcuni cibi e ne ridurremo altri. Anche i cibi che richiedono più masticazione sembrano contribuire attivamente alla neurogenesi: un regalo perfetto da fare a sé stessi. A Natale e per tutto l’anno.

Nella pisantrofobia la fiducia negli altri non esiste

pisantrofobia

Una delle paure che alcune persone provano nelle relazioni umane è la pisantrofobia. Essa consiste nella difficoltà di riporre la propria fiducia negli altri. La nascita di questo atteggiamento di sfiducia nei rapporti interpersonali spesso è legato ad esperienze negative di tradimento. Alcune persone, infatti, nutrono molte remore nell’aprire se stessi verso gli altri per la paura, spesso infondata o presunta, di essere feriti. Alla base di questa decisione comportamentale nelle relazioni, spesso c’è una forma di chiusura in sé stessi. Questo atteggiamento, porta poi a situazioni di evitamento sociale, con conseguente compromissione delle relazioni con gli altri. Le delusioni, i tradimenti, le ferite ricevute nel passato diventano purtroppo il leitmotiv dei legami. Ecco che sulla scia delle precedenti esperienze, le vittime della pisantrofobia valutano con pregiudizi e negativamente i propri interlocutori. Un comportamento del genere nuoce però, in primis a chi lo mette in atto e in secondo luogo anche a chi lo subisce involontariamente. Dal punto di vista psicologico, il pisantrofobo si limita sensibilmente nelle relazioni, diventando emotivamente non coinvolto appieno. Si relaziona con gli altri in maniera superficiale, evitando qualsiasi forma di coinvolgimento sia delle emozioni e sia dei pensieri. Fin da bambini, saranno sospettosi, alimentando l’idea che gli altri gli raccontino continuamente bugie e falsità. D’altro canto, le persone che entrano in relazione con la pisantrofobia, tendono a perdere entusiasmo. Esse infatti si sentono che dall’altro lato, non c’è una persona empatica, ma diffidente e sospettosa. Ovviamente ciò che va analizzato è, innanzitutto, la motivazione che spinge all’utilizzo della pisantrofobia. Il fobico, infatti, deve considerare che non tutte le persone deludono gli altri. É fisiologica e normale una preventiva forma di cautela, soprattutto se in passato ci sono tradimenti. D’altronde, bisogna anche dare possibilità alle persone e imparare a capire il nostro interlocutore.

Necessità di raccontarsi: Adolescenti e consapevolezza del benessere psicologico

L’adolescenza, un periodo di grandi trasformazioni fisiche ed emotive, è spesso associata a turbolenze e incertezze. Ma cosa accade quando queste fluttuazioni superano il normale corso dello sviluppo? La salute mentale degli adolescenti è un tema sempre più urgente, che richiede una maggiore attenzione e comprensione. Depressione, ansia e disturbi comportamentali sono solo alcune delle sfide che minacciano il benessere degli adolescenti, con conseguenze significative sulla loro vita presente e futura. Sempre più studi e ricerche sottolineano l’urgenza di intervenire concretamente sulla salute mentale degli adolescenti. Una delle ultime pubblicazioni riguarda una indagine, anzi una “consultazione”, promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) sugli adolescenti italiani che ha raccolto le risposte di 7.500 ragazze e ragazzi tra i 16 ed i 20 anni. Quanto emerge mostra da un lato un malessere psicologico diffuso tra gli adolescenti italiani, dall’altro una diffusa “coscienza delle problematiche” e “la necessità di doverle in qualche modo gestire”. Dall’indagine emerge come un ragazzo su due soffre in modo ricorrente di stati di ansia o di umore negativo prolungati, il 46,5% dichiara di essere spesso nervoso, uno su quattro si definisce “ansioso”. Questo malessere psicologico ha forti ripercussioni ance sul malessere fisico, infatti uno su due lamenta un eccesso di stanchezza, il 29% ha frequenti mal di testa, dorme poco, fa poca attività fisica e mangia troppo o troppo poco; il 44,7% ha difficoltà di attenzione, il 40,4% studia male, poco o in maniera discontinua. Ciò che emerge in maniera sistematica è la necessità, quasi un’urgenza, da parte degli adolescenti di di raccontarsi, di aprirsi, di vivere i problemi in modo diverso dai loro coetanei di qualche hanno fa. Questa necessità viene sottolineata anche dalla grande richiesta da parte degli adolescenti stessi di un supporto psicologico sistematico ed a loro disposizione. Agli adolescenti, infatti, è stato chiesto da chi vorrebbero farsi aiutare “per stare meglio” se ci fosse la possibilità: sono pochissimi quelli che rifiutano questa possibilità, solo alcuni confidano nell’allenatore sportivo, nell’insegnante (16%) o nel medico (12,9%), ma il 62,7% vorrebbe un aiuto psicologico. “Quasi due ragazzi su tre vorrebbero parlare con uno psicologo”. La presenza di questa figura professionale, vista come grande risorsa e necessaria da parte dei giovani, può avere un ruolo significativo non solo nell’emergenza ma anche e soprattutto come ruolo di prevenzione e promozione di buona salute mentale, per fornire uno spazio di riflessione, per intercettare situazioni complesse e arginare derive problematiche. Tutto questo avvalorato dal fatto che è cambiato il rapporto dei giovani con le problematiche relative al benessere psicologico: oggi vengono considerate come situazioni che fanno parte di una vita complessa, finendo per complicarla, e che, se affrontati, possono aiutarti a crescere. La salute mentale degli adolescenti è un problema complesso che richiede una risposta multidisciplinare. Famiglie, scuole, istituzioni e comunità devono lavorare insieme per creare un ambiente protettivo e supportivo, dove i giovani possano esprimere le loro emozioni e ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno, soprattutto in un’ottica preventiva e non solo all’urgenza. La prevenzione è la miglior cura.

NÉ CARNE NÉ PESCE MA PREADOLESCENTE

di Giada Mazzanti Prendiamo a confronto lo stesso bambino ma a distanza di un anno: dalla quarta alla quinta primaria, anche se è lo stesso bambino a distanza di solo un anno notiamo già diverse differenze non solo di crescita fisica ma anche di sviluppo del pensiero, cambiamento di interessi e una nuova curiosità per il mondo, non solo ma piano piano, insorgono le prime discussioni e richieste di autonomia. Questo perché nel momento in cui si raggiungono i nove/dieci anni (ultimamente sempre prima anche verso gli 8 anni) fino ai dodici anni non si è più bambini ma nemmeno adolescenti si è in quella fase, definita da genitori e nonni, in cui non si è “né carne né pesce”. Intuitivamente si percepiscono le differenze tra un bambino, un adolescente e un ragazzino a metà via tra le due fasi ma vediamo com’è costruita la fase evolutiva denominata come preadolescenza. La preadolescenza è una via di mezzo tra due fasi, è dunque possibile trovare sia ragazzini con fisici sviluppati tipici degli adolescenti ma che hanno ancora atteggiamenti sul versante infantile e anche il contrario quindi bambini con una fisicità non sviluppata ma una mentalità e comportamento adolescenziale; è un momento molto variegato e la diversa maturazione dipende anche da aspetti ambientali, non solo biologici. Un preadolescente passa dall’essere bambino all’affacciarsi a una età adulta in cui in mondo non è più magico, i genitori non hanno più le abilità straordinarie e la conoscenza di ogni cosa; si affaccia alla realtà, si disillude: cade il proprio senso di onnipotenza e i genitori sono persone normali che commettono errori. La disillusione continua anche nella sperimentazione del piacere del rischio in cui non si ha la certezza di quello che si fa ma si mette in gioco la propria autonomia. La messa in gioco dei nuovi desideri e impulsi permette la costruzione dei fattori che andranno a costruire l’identità dell’ex-bambino. I genitori che stanno leggendo sanno quale sia il migliore strumento usato dai preadolescenti: l’aggressività ma intesa come forza del confronto anche fisico e opposizione. Inizia ad emergere il lato oppositivo che spesso spaventa ma va accolto e regolamentato; sempre più importante è anche il senso di appartenenza e il confronto con i pari sia dello stesso sesso ma anche con il sesso opposto: se ne prende le distanze per potersi confrontare con un sempre più emergente Sé sessuato. In questo modo, il bambino non più bambino ma preadolescente, nella continua tensione tra infanzia e adolescenza sperimenta la disillusione della realtà e le sempre più frequenti lamentele, la diffidenza e ambivalenza sono funzionali al raggiungimento della consapevolezza dei limiti di sé e della realtà. Anche le abilità cognitive, intese come sviluppo di interessi e di conoscenze non solo scolastiche, si sviluppano e il preadolescente scopre nuovi svaghi e nuove curiosità, nasce un appetito mentale volto alla ricerca di nuove esperienze stimolanti. Per riassumere si può dire che la preadolescenza sia caratterizzata sia dall’investimento nel pensiero e nell’azione ma anche da una forza pulsionale di conoscenza, intesa come ricerca (Freud, 1905). Abbiamo detto prima che la preadolescenza è un continuo gioco tra spinte adolescenziali e regressive; il cambiamento ormai è inevitabile e continuo, ciò provoca sì piacere e grandi aspettative ma il proprio corpo, che era stabile, ora cambia assieme alla totalità del ragazzino venendo così a mancare l’unità e la costanza. È un grande tumulto che provoca del turbamento nella concezione di se stessi, quindi la sfida del preadolescente è quella di riuscire a gestire e tollerare tutto ciò. Per esempio, se il ragazzino di undici anni vuole andare al parco sotto casa con due amici, come fanno gli adolescenti ma poi chiede un abbraccio dalla mamma come i bambini più piccoli non c’è da spaventarsi perché la preadolescenza è la fase delle ambivalenze tra comportamenti tipicamente adolescenziali e comportamenti più sul versante regressivo. La fluttuazione tra i due poli è utile per mantenere una continuità di se stessi e tollerare le continue e nuove pulsionalità. Il tema della preadolescenza è molto delicato e multisfacettato e lo si può ritrovare anche nella letteratura, si guardi anche solo l’opera di Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”. L’argomento principe è il corpo e come esso cambi e si modifichi in base al contesto, non solo ma vengono trattate anche le meraviglie del viaggio fantastico e anche le angosce che esso racchiude. Nel libro non avviene una vera e propria crescita ma le alterazioni che il corpo subisce trasmettono la stessa discontinuità della percezione del sé che sperimenta il preadolescente. Fonti Agosta R., Crocetti G. 2007. Preadolescenza. Il bambino caduto dalle fiabe. Edizioni Pendragon. Bologna. Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale, in OSF IV, Boringhieri, Torino. 1970 Gaddini E. Il cambiamento catastrofico in W. R. Bion e il “breakdown” di D. Winnicott, in “Rivista di psicoanalisi”, 3-4 1981.

Natura e benessere, quale connessione?

La natura ha senza dubbio un ruolo significativo per il raggiungimento del benessere individuale e collettivo, anche e soprattutto in periodo di pandemia.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il benessere corrisponde ad uno “stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Consiste, quindi, in uno stato di equilibrio tra piano biologico, psichico e sociale dell’individuo e caratterizza la qualità della vita di ogni persona. Diversi sono i fattori che incidono sul benessere individuale, tra questi un ruolo fondamentale lo svolge l’ambiente esterno in cui le persone vivono.  La Psicologia ambientale si occupa proprio di comprendere il rapporto delle persone con i propri ambienti di vita e studia le transazioni in cui l’ambiente, naturale e costruito, fornisce ristoro o infligge stress. Negli ultimi tempi i temi della sostenibilità e della gestione degli ambienti naturali sono diventati sempre più urgenti. Si studiano così i comportamenti che inibiscono o promuovono scelte sostenibili, che migliorano la natura, i correlati di tali comportamenti e gli interventi per aumentare azioni a favore dell’ambiente.  Recenti ricerche hanno posto l’accento sull’importante ruolo che hanno l’ambiente e la natura nell’aiutare l’individuo a raggiungere un ottimale livello di benessere, sostenendo come la qualità della vita umana sia strettamente correlata con la qualità dell’ambiente, anche naturale, in cui l’individuo vive.  Ronen e Kerret (2020) hanno proposto un nuovo approccio al benessere, definito “sustainable wellbeing” (benessere sostenibile), che integra aspetti del benessere individuale e del benessere ambientale. Tale concetto unisce la definizione di benessere propria della psicologia positiva, ovvero la capacità della persona di condurre una vita piena e ricca caratterizzata da emozioni positive, soddisfazione per la vita, ricerca di significato e presenza di relazioni significative, con la definizione della sostenibilità ambientale, che adotta un approccio che tiene conto non solo dell’individuo ma anche del tempo, della società e della biosfera. Il sustainable wellbeing sostiene quanto il miglioramento del benessere individuale sia correlato al miglioramento del benessere degli altri membri della società e dell’ambiente naturale. Di conseguenza, i bisogni dell’uomo, della società e dell’ambiente sono componenti tra loro collegati (Ronen e Kerret, 2020). L’ambiente naturale ha avuto un ruolo significativo per il benessere e la salute dell’individuo anche durante la pandemia Covid-19.  Robinson e colleghi (2021) hanno esplorato il ruolo della natura in relazione alla salute durante le fasi della pandemia. Hanno riscontrato che, in tale periodo, le persone hanno trascorso più tempo nella natura e hanno visitato più spesso parchi o aree verdi. Queste azioni hanno comportato benefici in termini di salute e benessere e i partecipanti alla ricerca sostenevano che stare nella natura li aiutasse a fronteggiare le criticità dovute alla pandemia. Il 95% delle persone, che hanno visitato un nuovo ambiente naturale a seguito del Covid-19, ha riferito di averlo fatto per la propria salute e benessere. Inoltre, essi percepiscono l’ambiente naturale come una fonte di riduzione dello stress e dell’ansia. Simili risultati sono stati riscontrati anche nella ricerca di Pouso e colleghi (2021), che hanno osservato come il contatto con la natura durante le fasi di lockdown abbia aiutato le persone a fronteggiare gli effetti negativi della quarantena sulla loro salute mentale. Inoltre, coloro che avevano spazi all’aperto accessibili o elementi naturali visibili dalle loro abitazioni hanno provato maggiori emozioni positive. La ricerca mostra come il contatto diretto con la natura, anche dalla propria abitazione, riduca la probabilità di riscontrare sintomi di depressione e ansia. Ovviamente sono presenti altre variabili che influenzano gli esiti di salute mentale durante la pandemia, come età, genere, resilienza e condizioni socio-demografiche; tuttavia, mantenere un contatto con la natura in situazioni estreme ha un significativo impatto positivo sulla salute mentale delle persone. Vi sono sempre più riscontri che sostengono come l’esposizione al mondo naturale apporti potenziali benefici per la salute mentale e il benessere.  Tali benefici sottolineano il grande valore della conservazione e della protezione dell’ambiente naturale. In situazioni estreme come quelle della pandemia, l’importanza degli ecosistemi naturali per proteggere il benessere delle persone è più evidente che mai, in termini di resilienza psicologica, capacità di resistenza e fronteggiamento delle difficoltà.  Per la Psicologia ambientale la domanda chiave, nata in tempi di pandemia, è comprendere come la presente situazione possa essere utilizzata per incentivare comportamenti pro-ambiente e supportare appropriate misure politiche (Reese et al., 2020). La crisi pandemica potrebbe fungere, infatti, da apripista per un rinnovamento collettivo dei modi in cui si tratta la natura e l’intero ecosistema, portando nuove risposte alla crisi climatica e alle relative misure politiche. Bibliografia Pouso S., Borja A., Fleming L.E., Gòmez-Baggethun E., White M.P. & Uyarra M.C. (2021). Contact with blue-green spaces during the COVID-19 pandemic lockdown beneficial for mental health. Science of the Total Environment, 756, 143984 Reese G., Hamann K.R.S., Heidbreder L.M., Loy L.S., Menzel C., Neubert S., Trӧger J. & Wullenkord M.C. (2020). SARS-Cov-2 and environmental protection: A collective psychology agenda for environmental psychology research. Journal of Environmental Psychology, 70, 101444 Robinson J.M., Brindley P., Cameron R., MacCarthy D. & Jorgensen A. (2021). Nature’s role in supporting health during the COVID-19 pandemic: a geospatial and socioecological study. Int. J. Environ. Res. Public Health, 18, 2227 Ronen T. & Kerret D. (2020). Promoting sustainable wellbeing: integrating positive psychology and environmental sustainability in education. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 6968

Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

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Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.

Nascere non basta

Nascere biologicamente non basta. Si acquisiscono caratteristiche umane solo grazie a un complesso processo in grado di farci appartenere a quell’insieme, molteplice e sempre in movimento, che sono le comunità degli homo sapiens sapiens. Questo processo dura per tutta la vita e consiste in una costante e reciproca attività di rielaborazione. Reciproca nel senso che in ogni momento siamo ricostruiti e ricostruiamo le nostre comunità di appartenenza e, sempre nello stesso momento, le comunità di appartenenza sono costantemente da noi ricostruite e ci ricostruiscono. Questo processo, per sua natura non può mai del tutto riguardare solo un individuo, ma è sempre anche collettivo. Tutto questo vuol dire in continuazione condividere e rielaborare, anche nel profondo, linguaggi, miti, valori etici, forme artistiche, credenze magico religiose e le storie complesse di tutta la nostra specie. Quindi anche dialogare con quell’area universale che oggi noi, con una parola coniata dai filosofi della cosiddetta cultura occidentale, chiamiamo trascendenza. A trasmetterci di generazione in generazione il testimone di quell’appartenenza non è stato soltanto il sempre più mitizzato DNA ma il corpo ritmico e accudente di chi si è preso cura di noi fin da bambini e quindi soprattutto il corpo delle donne. Non solo quello delle donne, ma soprattutto il corpo delle donne. Da quando in Africa, più o meno trecentomila anni fa, il bingo della selezione naturale ha partorito gli homo sapiens sapiens questi hanno messo costantemente in scena della procedure che oggi con le nostre stesse categorie attuali ci apparirebbero anche come franche pratiche artistiche, proprio per le tecniche e le modalità allora usate, dai più vari materiali fino alla ritmicità sincronizzata nella danza dei corpi, alle musiche e alla messa in scena delle mitologie fondanti le comunità.

NARCISO: IL MITO

di Raffaele Ioannoni Quello di Narciso è un mito molto famoso.  In un modo o nell’altro lo conosciamo tutti. Narciso nacque dall’unione del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope. Questo ragazzo era bellissimo. Si racconta che ovunque andasse facesse strage di cuori: tutti si innamoravano di quel giovane. Ma Narciso, casto e puro, rifiutava di concedersi a chiunque. Insomma, bello e impossibile. Il giovane amava la caccia e passava quanto più tempo poteva nei boschi. Un giorno, la ninfa Eco lo vide e subito se ne innamorò. Eco aveva ricevuto una terribile punizione da Giunone: un giorno la ninfa aveva distratto con interminabili discorsi la moglie di Giove per permettere alle amanti di suo marito di nascondersi. Giove era un romanticone, lo sanno tutti. E Giunone, capito l’inganno della ninfa, decise di punirla in modo esemplare. “D’ora in poi, maledetta Eco, tu potrai solo ripetere le parole che udirai e non potrai più parlare se non in questo modo.” Eco, rimasta folgorata dalla bellezza del giovane, non vedeva l’ora di rivolgergli la parola… soltanto che non poteva parlare per prima! Allora decise di fare rumore muovendo le fronde di un albero. “Chi va là!” disse Narciso spaventato. “…Là!” rispose Eco. “Tu chi sei?” “…Chi Sei!” “Lasciami in pace! Non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” “…non voglio avere nulla a che fare con te, vattene!” Il bel giovane, infastidito del comportamento della ninfa, se ne andò. Ma Eco non si diede per vinta e lo seguì. Prima per un giorno, poi per un altro e poi un altro ancora, ma Narciso proprio non ne voleva sapere di quella ninfa fastidiosa! Come ogni mito che si rispetti, la storia ha un tragico epilogo. La povera Eco visse tutti i suoi giorni invocando Narciso finché, consumata dal suo amore impossibile, perse ogni cosa.  Di lei rimase solo la voce che costantemente ripeteva le ultime sillabe dei viandanti che passavano lungo la strada. Fu allora che la dea Nemesi, provando pietà per la ninfa, decise di punire Narciso. Lo condusse verso uno specchio d’acqua limpida ed il giovane, che mai aveva visto la propria immagine, si guardò per la prima volta. Narciso rimase folgorato dalla propria bellezza e si fermò a mirare e rimirare la sua immagine riflessa nello specchio d’acqua per tutta la sua esistenza. Consunto da questo vano amore, Narciso si spense e il suo corpo, ormai privo di vita, fu sostituito dalla dea Nemesi con un piccolo fiore. Ancora oggi questo fiore porta il nome di quel giovane che per arroganza, mai si concesse a niente e nessuno, rimanendo innamorato solo di una vana illusione. IL NARCISISMO E L’INDIVIDUO. Buona parte della psicologia, tende a concepire il narcisismo come una struttura nella quale l’altro non esiste: il narcisista, perennemente innamorato di sé, userebbe l’altro solo come uno strumento da manipolare per ottenere i propri scopi… In questo articolo vorrei dare una spiegazione diversa.  Iniziamo con il fare chiarezza: il termine narcisismo si riferisce a tutto ciò che ha a che fare con un io che si rapporta a sé stesso: in questo senso, masturbarsi è narcisistico, truccarsi è narcisistico, vestirsi bene per un’occasione speciale è narcisistico, curare il proprio aspetto e la propria figura è narcisistico etc etc.. Tuttavia, il narcisismo si configura sempre come una coppia. “Ma come è possibile?” potresti pensare. Prova a riflettere… Quando ti guardi da solo allo specchio in quanti siete? Sempre in due! Uno che guarda ed uno che è guardato!  La prima operazione che compie lo specchio è quella di sdoppiarti… è come se ci fossero due io: un io che getta il proprio sguardo verso lo specchio, ed un io che getta il proprio sguardo dallo specchio. In sintesi, c’è un io, colui che guarda chiamato soggetto, ed un me, cioè colui che è guardato, chiamato oggetto: il me è la reificazione dell’io con la quale ci si identifica. Per capire questo gioco ti faccio una domanda: come fai a sapere di che colore sono i tuoi occhi? Oppure prova a completare questa frase: Io sono…… Alto? Basso? Bello? Brutto? Intelligente? Stupido?  Ecco la natura del me, ovvero l’immagine che assumiamo di noi stessi in modo mediato (non immediato!) e che diamo agli altri.  Il me è la risposta più semplice alla domanda “Chi sono io?” “Eccomi lì! Io sono quella cosa che vedo riflessa nello specchio!”  E così si apre alla dialettica tra l’io ed il me, quella immagine che l’io assume come propria rappresentazione. Io è un altro, come diceva Rambeau. Ad esempio, Instagram è interamente costruito sul me: ogni pagina personale è un piccolo tempietto in cui l’individuo costruisce il proprio me come un oggetto da mostrare agli altri utenti.                                            Ed è subito sdoppiamento ed alienazione… La divisione allo specchio permette la nascita dell’io ideale, che altro non è che il me, ravvisabile nell’insieme di attributi usati per descrivere quell’immagine che vediamo, che desideriamo, che crediamo di essere.                             Questa parola, tuttavia, racchiude in sé una piccola trappola: il sinonimo di ideale non è perfetto ma irreale. Quindi attenzione! Si tratta di io-ideale ogni volta che si attribuiscono a se stessi o all’altro, qualità che non è detto gli appartengano, sia in senso encomiastico che dispregiativo.Se vuoi un esempio più concreto, l’io-ideale emerge chiaramente nelle prime fasi dell’innamoramento: hai mai posto attenzione al modo in cui un uomo o una donna parlano del loro nuovo partner o della loro nuova fiamma? O magari al modo in cui tu ne parli?                                        Hanno sempre delle qualità che rasentano il divino, qualità che sono ideali, cioè illusorie! Infatti, spesso, quando passa la fase di innamoramento e non si è più così accecati dal proprio ideale

Narcisismo: uno specchio di luci e ombre

Il narcisismo ci appartiene tutti. Dal sano amor proprio alle forme patologiche, grandiose e fragili: può avere molteplici volti. “Si illude, e vagheggia se stesso; è attratto dall’altro e lo attrae; si cerca, e il se stesso lo cerca: s’infiamma del fuoco che ha acceso”. (Ovidio) Il narcisismo sano La salute psichica è un sano equilibrio tra l’affermazione di sè e il riconoscimento dell’altro. Stiamo bene quando abbiamo consapevolezza del nostro valore, una fiducia affettuosa in ciò che siamo ed in ciò che siamo capaci di realizzare. Si tratta di sano narcisismo. Di un amor proprio senza presunzione che non svaluta né idealizza e che si costruisce ed esprime nell’incontro Io-Tu, a partire dalla relazione con le figure genitoriali. E’ attraverso le cure che riceviamo da bambini che sviluppiamo la percezione di noi stessi. Il nutrimento affettivo, il calore, le carezze e lo sguardo dell’altro sono fondamentali perché possiamo sentirci meritevoli d’amore, provare gratitudine e donare amore. Quando queste prime esperienze risultano carenti, l’equilibrio narcisistico non si realizza e al suo posto subentrano soluzioni di sopravvivenza, con una alterazione della capacità di riconoscersi e affermarsi. Il narcisismo patologico Il tema del narcisismo è sempre più al centro dell’attenzione di clinici e social media, in una società liquida, la nostra, improntata sull’immagine, sulla mistificazione del corpo e delle relazioni. Il narcisismo ha modi molto diversi di manifestarsi e non può essere ridotto ad una definizione. Poichè oltre ad essere una patologia è un aspetto sano dello sviluppo e della personalità, ci appartiene tutti. Ma se nella sua forma sana coincide con una buona autostima e la capacità di amare, nella sua forma disarmonica e patologica corrisponde ad uno squilibrio di questi aspetti. La considerazione di sè può essere vissuta con sentimenti di superiorità o inferiorità. Ai due estremi: il polo del narcisismo grandioso da una parte e il polo del narcisismo fragile dall’altra. Il disturbo narcisistico di personalità Il disturbo narcisistico di personalità, secondo il DSM-5, è caratterizzato da grandiosità (in fantasia e/o nel comportamento), bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Ma ciò che può rendere difficile la diagnosi è che tali caratteristiche possono non essere esplicite. Oltre al narcisista dell’immaginario collettivo, il vanaglorioso e pieno di sé, overt, esiste un narcisista più mascherato, covert, con una grandiosità segreta. Questo tipo, più che ammirazione, cerca approvazione, può apparire insicuro e mostrare disagio nelle relazioni. Il narcisismo può associarsi ad altri disturbi di personalità e assumere una forma ancor più articolata. Può avere tratti istrionici con maggiore richiesta di attenzione ed emotività eccessiva. Tratti evitanti con inibizione sociale, tratti ossessivi, con esigenze di controllo, tratti dipendenti con comportamenti adesivi. L’incapacità narcisistica di vedere l’altro, immedesimarsi nelle sue emozioni e nel suo dolore, può sfociare nel comportamento antisociale, con atti di violenza e assenza di rimorso. La ferita narcisistica Al di là delle definizioni cliniche, parlare di narcisismo vuol dire parlare di persone con ferite antiche, ovvero bambini che hanno imparato a negoziare con il proprio dolore a loro scapito e rinunciando all’amore. Quando l’ambiente non è in grado di soddisfare adeguatamente il bisogno di riconoscimento del bambino, quest’ultimo può difendersi dalla sofferenza ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. Negando così il suo bisogno d’affetto e la dipendenza. La protezione narcisistica, cui ricorre rifugiandosi in una originaria perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stato visto dai propri genitori per ciò che era. Non avendo fatto esperienza di amore, a sua volta non sarà in grado di amare. E, carente di riconoscimento, lo ricercherà nella vita manipolando gli altri. Manipolazione e coppia Il narcisista grandioso adotta strategie di compensazione del vuoto interiore che vanno verso una estrema autoesaltazione e/o svalutazione degli altri. L’altro non viene visto ma manipolato nella sua funzione di rimandare l’immagine idealizzata di sé. In coppia si concede senza darsi. Mostra attenzioni e comportamenti di conquista tesi a far sentire l’altro speciale, per assicurarsi il desiderio soggiogato del partner, la sua dipendenza sottomessa e idolatrante. In questa ambivalenza seduce, restituendo a sua volta all’altro un’immagine idealizzata, e al tempo stesso rifiuta, negando l’amore. Si creano così nella relazione dinamiche reciproche di svalutazione e idealizzazione, in cui ciascuno dei due partner trae il proprio vantaggio narcisistico e alimenta la propria aspettativa onnipotente. Del trionfo, in un caso, e di riuscire finalmente ad ottenere, con il proprio amore speciale e dandosi sempre di più, l’amore negato nell’altro caso. La fuga dalla relazione Nella storia di coppia è tipico l’alternarsi di momenti di vicinanza simbiotica, allontanamenti improvvisi e inaspettati ritorni. Il narcisista si sente minacciato dalla stabilità della relazione in cui può sentirsi solo o depresso. E’ a questa sua vulnerabilità che si sottrae, fino a spostare l’interesse verso un nuovo oggetto con cui riavviare il gioco della fascinazione e tornare a nutrire la sua grandiosità. A scegliersi, spesso, sono i poli estremi della dimensione narcisistica che, come Eco e Narciso nel mito di Ovidio, invece di evolversi vanno incontro al destino di non toccarsi mai. Il mito Narciso era bellissimo e adulato da tutti. Un giorno, spec­chiandosi in una sorgente, rimane così incantato e rapito dalla propria bellezza da gettarsi nelle acque per impossessarsi della sua immagine riflessa e finendo col morire del suo stesso amore. Mentre Eco, la ninfa che lo aveva amato e che aveva subìto il suo rifiuto, muore consumata dal dolore. In una variazione proposta da Oscar Wilde emerge il gioco di specchi a due in cui ciascun partner vede nell’altro se stesso. Dopo la morte di Narciso, la sorgente, trasformatasi in una pozza di lacrime salate, rivela alle ninfe il segreto del suo amore per Narciso. E così racconta che, quando lui si inchinava alla sua riva, lei poteva ammirare la propria bellezza nello specchio dei suoi occhi. Narcisismo e dipendenza Parlare di narcisismo vuol dire parlare implicitamente anche di dipendenza. Il narcisismo patologico è una negazione della dipendenza. Ma mentre nella dipendenza (patologica) si resta attaccati all’oggetto d’amore a scapito della