Michele Lepore, Avv. Gerardo Di Martino, Avv. Fabio Benigni, Rosa Bruno, Fabio Pirrotta, Maria Cristina Passanante

La consulenza tecnica dello psicologo nel risarcimento del danno cognitivo
Mi trasmetti ansia: storie di ansia che si trasmette da genitore a figlio

Il genitore spesso si sente responsabile di trasmettere ansia ai figli. Come riconoscere questo meccanismo?come intervenire?lo scopriremo attraverso la lettura dell’articolo. Per un bambino o un adolescente vedere il proprio genitore in ansia, può essere deleterio. I figli hanno la propensione naturale a guardare ai genitori per prendere esempio e spunto nelle situazioni che si trovano ad affrontare. Se un genitore manifesta continuamente ansia e paura nelle situazioni comuni di vita, il bambino avrà una visione del mondo instabile e incerta. Si è osservato che i figli di genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di sviluppare disagi d’ansia. È doloroso, per un genitore, pensare di essere il veicolo di trasmissione dello stress al proprio figlio, ma non bisogna lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Cosa fare? Affidarsi a un professionista può aiutare genitori e figli a lavorare per gestire e tollerare lo stress. Il genitore acquisisce le tecniche terapeutiche per imparare a gestire lo stress e le trasmette al figlio per aiutarlo ad affrontare le situazioni di incertezza. I genitori devono cercare di mantenersi neutrali e calmi, bisogna tenere sotto controllo le espressioni facciali, devono essere consci delle parole usate perché i bambini assorbono e leggono le situazioni, i comportamenti e le persone. Se una situazione d’ansia è sfuggita al controllo del genitore, bisogna spiegare ai figli perché si è reagito in quel modo. Parlare di ansia dà ai bambini e ai ragazzi la possibilità di provarla. Se un genitore sente di dover proteggere il figlio dalla propria tristezza,dalla propria rabbia o dall’ansia, sembrerà che non sia concesso provare questi sentimenti, esprimerli e gestirli. Proteggendoli si dà loro l’indicazione che non c’è modo di gestire le emozioni negative. Meglio prevenire che curare l‘ansia Fare prevenzione con i bambini, affinché l’ansia dei genitori non li contagi, è importante. Diversi fattori concorrono a innescare i disturbi d’ansia. Ad esempio il temperamento innato ed i fattori ambientali. Maggiori sono le esperienze negative che un bambino vive, maggiore è la probabilità che abbia a che fare con problemi di ansia da adulto. I genitori sono il modello di riferimento per i figli e il loro modo di fare e di reagire alle situazioni può aumentare i livelli di ansia nei figli. Diventa quindi importante insegnare alle famiglie a individuare i segnali di paure immotivate e di ansia eccessiva e cosa fare per spegnerli. Un modo per ridurre l’ansia è il confronto con la realtà: imparare a riconoscere quella paura sana che ci mette in allerta in caso di pericolo e, al contrario, quei timori esagerati che rischiano di prendere il sopravvento condizionando i nostri comportamenti. Se per esempio un bambino ha paura dei gatti e diventa ansioso quando ne vede uno per strada, può provare a contenere tale paura, che lo trattiene dal continuare a camminare, imparando a esaminare e valutare la situazione per quella che effettivamente è. Ma come mai avviene questo? Spesso un genitore può sentire che sta capitando qualcosa nella vita di suo figlio che gli riporta alla mente qualcosa di difficile da sopportare perché per lui non è sufficientemente elaborato. Sente di ritrovarsi davanti ad una faccenda che non è risolta. Pertanto per evitare di trasmettere ansia ai propri figli è importante fare pace con la propria storia e con le proprie paure.
METODO MONTESSORI: Il bambino protagonista dell’apprendimento

di Carol Pomante (manca solo immagine) Il metodo educativo di Maria Montessori resta ancora oggi assolutamente innovativo, più che un metodo è una filosofia di vita che si può mettere in pratica anche in casa e nella vita di tutti i giorni. Un approccio pedagogico che sviluppa l’autonomia e l’indipendenza del bambino dalla nascita fino alla tarda adolescenza e che potrebbe essere ben presto integrato anche nella scuola pubblica italiana. Sviluppato da Maria Montessori a fine Ottocento, il metodo è oggi praticato in molte scuole in tutto il mondo. Si basa sull’idea che il bambino è libero di esplorare un ambiente creato appositamente per lui ed adatto alle sue esigenze. L’ambiente di apprendimento è infatti fondamentale e deve essere preparato con cura “a misura di bambino” per incentivarne la naturale curiosità, la concentrazione e l’inclinazione personale.Il materiale didattico è sensoriale e costituito da una serie di oggetti raggruppati secondo colore, forma e dimensione, suono, peso e temperatura. Ogni singolo gruppo di materiali è composto da oggetti tra loro identici ma distinto secondo gradazioni diverse, ogni gruppo ha un grado massimo ed uno minimo rendendo evidenti le differenze e l’interesse del bambino. Inizialmente si dovranno presentare oggetti che presentano qualità in maniera assai vistosa mentre, con il tempo, potranno essere proposte sempre maggiori gradazioni. Si dovranno stimolare tutti i sensi del bambino, sviluppando le competenze di base e l’intelligenza infantile, per aiutarlo così alla scoperta del mondo. Il bambino deve avere a disposizione quello di cui ha bisogno per soddisfare l’esigenza che più preme lui in quel momento, servendosi dei materiali secondo i propri bisogni individuali e sviluppando così il proprio personale percorso di crescita. Gli oggetti devono essere il più possibile attraenti e belli, presenti in quantità limitata ed autocorrettivi basandosi sul controllo dell’errore (che è insito nel materiale stesso), questo permette ai piccoli di procedere per tentativi ed errori, così successivamente sarà il bambino stesso (e non l’insegnante) ad effettuare l’autocorrezione attraverso la percezione delle differenze. Si apprende attraverso l’esperienza concreta, assumendo un ruolo attivo. Questo approccio è pertanto basato sulla libertà di scelta, i bambini scelgono autonomamente le attività all’interno di diverse opzioni definite dall’insegnante. Si lavora in classi di età mista per favorire la socializzazione. Tale approccio per la sua natura favorisce lo sviluppo del pensiero critico, della collaborazione, empatia, autostima, consapevolezza. La figura dell’insegnate assume il ruolo di una guida che accompagna nei processi di crescita ed apprendimento osservando i bambini, capendo quali sono i loro interessi e personalizzando l’insegnamento a seconda di essi e dei bisogni propri del singolo. Educare significa in tal senso aiutare a divenire consapevoli del dono che già possiedono ed a svilupparlo durante il corso della vita. Un metodo educativo di apprendimento uguale per tutti non può funzionare, in quanto ognuno è diverso ed apprende in maniera differente rispetto ad un altro. Questo sistema educativo si presta molto bene anche ad una didattica inclusiva valorizzando l’originalità ed il tratto distintivo di ogni bambino.
Memoria storica: date indelebili per l’umanità

La costruzione della memoria storica passa attraverso degli eventi collettivi. Oggi, 11 settembre, ricorre il ventiduesimo anniversario dell’attacco e della caduta delle Torri gemelle di New York. Da quella fatidica data, quindi, si è creato per l’intera umanità un nuovo indelebile tassello nel bagaglio mnemonico collettivo. La memoria storica nasce, di conseguenza, con l’intento di creare tra i soggetti un vissuto carico di emotività e di significato. Essa infatti non è tanto legata alla cronologia degli eventi realmente accaduti. Fa invece riferimento alle emozioni che trascendono i singoli individui. L’importanza di alcune date, in cui tragici accadimenti sono avvenuti nel corso della storia, serve a tutta l’umanità. Come ogni anno, infatti, il 27 gennaio ricorre il giorno della memoria, in ricordo delle vittime della Shoah, anche oggi, grazie anche ai media, la nostra mente torna col ricordo a New York. A differenza di quanto accaduto circa 80 anni fa, dove ormai le testimonianze concrete sono ormai poche, per l’11 settembre la situazione è differente. Le immagini in diretta di quella giornata sono indelebili nella nostra mente e lo saranno per sempre. La memoria quindi è quella capacità del nostro cervello che parte da un’esperienza vissuta e che si arricchisce del bagaglio emotivo legato ad esso. Il suo utilizzo serve a tutti noi. La memoria storica, proprio per la sua peculiare caratteristica di accomunare gli individui, è uno strumento di riflessione innanzitutto. Grazie ad essa, l’essere umano può riguardare al passato con occhio critico, osservando non solo l’evento stesso, ma anche le conseguenze e l’impatto psicosociale che ne è derivato. La memoria storica collettiva però, fortunatamente è anche permeata da eventi gioiosi, come la caduta del muro di Berlino, festeggiata dai diretti interessati in piazza, ma che ha avuto ripercussioni in molte parti del mondo.
Media Digitali: tenere fuori dalla portata dei bambini

di Angela Atzori Introduzione In seguito allo sviluppo tecnologico degli ultimi anni, in Italia, come del resto, nel mondo intero, si assiste ad un incremento della diffusione di tablet, smartphone, pc, tv dallo schermo digitale e altro.Considerando i dati forniti dall’ISTAT (2018) grazie alla ricerca effettuata da un Gruppo di lavoro congiunto Istat-FUB (Fondazione Ugo Bordoni), si osserva che se nel 1997, la percentuale di italiani che possedeva un cellulare era piuttosto esigua, pari al 27,3% , nel 2016 era notevolmente incrementata raggiungendo il valore del 95% . In base ai dati forniti da una ricerca pubblicata in PEW RESEARCH CENTER (2018) si ha la conferma che la tecnologia mobile si è diffusa rapidamente in tutto il mondo e si stima che oggi più di 5 miliardi di persone dispongano di dispositivi mobili e oltre la metà di queste connessioni sono smartphone. Nello specifico in 18 economie avanzate intervistate, dispone di smartphone una mediana del 76%, rispetto a una mediana di solo il 45% nelle economie emergenti.Come sostiene la pediatra Jenny Radesky (2016) l’innovazione tecnologica ha trasformato i media ed il loro ruolo anche nella vita dei neonati e dei bambini piccoli tanto che sono sempre di più quelli che utilizzano quotidianamente le nuove tecnologie, persino nelle famiglie economicamente svantaggiate. I bambini di oggi di conseguenza hanno un accesso ai media digitali che è sicuramente maggiore rispetto a qualsiasi generazione precedente. Nella ricerca condotta da Dominigues e Montanari nel 2017, la maggior parte dei bambini aveva iniziato ad utilizzare i media digitali prima di un anno di età e a due anni di età la maggior parte dei bambini utilizzava quotidianamente un dispositivo mobile. Dallo studio condotto da Kabali HK e colleghi (citati inBeena Johnson, 2020) che includeva 422 genitori di bambini di età compresa tra 1 e 60 mesi, è emerso che il più giovane ad utilizzare un dispositivo mobile, aveva addirittura 6 mesi.L’uso pervasivo di questi media coinvolge dunque tutti i bambini, anche quelli in età precocissime, inferiori ai due anni di vita. Questo aspetto della realtà che sta diventando una normalità, quasi o ormai consolidata, è sotto gli occhi di tutti: quanti di noi infatti possono affermare di non aver mai visto un bimbo, magari di due anni o anche meno, intento a fare tap su uno smartphone, su un tablet, oppure completamente concentrato di fronte alla tv mentre i genitori o chi per loro si dedicano ad altro?Secondo Cubelli e Vicari (2016) per molti genitori questi strumenti digitali sono utili per impegnare, distrarre, accudire i loro figli e per dedicarsi al lavoro o agli altri compiti domestici.Ma quali effetti hanno sullo sviluppo cognitivo, linguistico, emotivo-affettivo del bambino? Quali sono le conseguenze per le condizioni di benessere e di salute?Queste domande sono oggetto di interesse da diverso tempo della comunità scientifica. Psicologi, pediatri, neuropsichiatri ed altri esperti dello sviluppo infantile, si interrogano e orientano i loro studi in modo sempre più attento e profondo sull’impatto di tablet, smartphone ed altri dispositivi a schermo digitale ( non solo quindi della tv), sulla salute e sullo sviluppo degli infanti da 0 a 6 anni concentrandosi in alcuni casi nello specifico nella fascia d’età inferiore ai due anni.Già nel 1999 l’American Academy of Pediatrics (AAP) aveva emesso delle raccomandazioni sui media (in quel caso ci si riferiva alla tv) scoraggiandone caldamente l’utilizzo in particolare da 0 a 2 anni e consegnava ai pediatri il compito di discutere con i genitori, durante le visite di mantenimento della salute/benessere dei piccoli, i “media limits”, ossia di stabilire dei limiti proprio sul loro uso in quella fascia di età (Brown, 2011). I motivi sottostanti a tale raccomandazione, risiedevano nel fatto che l’AAP sosteneva che ci fossero potenzialmente più effetti negativi in questa fascia di età, rispetto a quelli positivi. Uno studio longitudinale condotto da Zimmerman e Christakis, (2005) constatava che la visione della tv prima dei 3 anni aveva modesti effetti negativi sullo sviluppo cognitivo e dunque gli autori, suggerivano una maggior aderenza alle linee guida dell’AAP secondo cui i bambini di età inferiore ai 2 anni non dovrebbero guardare la tv.Nelle nuove raccomandazioni dell’AAP (2016) è messo nero su bianco di evitare qualsiasi tipo di media digitali (a parte videochat) nei bambini di età inferiore ai 18 mesi e dai 18 ai 24 mesi si raccomanda un uso limitatissimo selezionando con accuratezza i contenuti da vedere solo in presenza di un adulto, evitando perciò che i bambini utilizzino i media in totale autonomia e solitudine. Mentre dai 2 ai 5 anni si raccomanda di limitare l’uso dello schermo a massimo un’ora al giorno, sempre sotto la supervisione del genitore, purché la scelta ricada su contenuti di alta qualità (Radesky, 2016).Anche l’OMS allo stesso modo, nelle nuove linee guida del 2019 inerenti l’attività fisica, il comportamento sedentario e il sonno per i bambini sotto i 5 anni, raccomanda il divieto assoluto degli schermi per i bambini da zero a due anni e per quelli della fascia di età 2-4 anni raccomanda di non lasciarli mai per più di un’ora al giorno a guardare schermi televisivi o di altro tipo come smartphone o tablet.È evidente che negli ultimi anni si assiste ad un incremento (seppur ancor contenuto) degli studi sugli effetti che seguono ad un’esposizione precoce ai diversi dispositivi digitali. Sebbene la letteratura internazionale si sia concentrata essenzialmente sulla tv, poiché diffusa da più tempo rispetto a tablet, smartphone, computer, ha fornito molte informazioni sull’ impatto di uno schermo sullo sviluppo cognitivo. Alla luce di ciò, e come suggerisce Anderson (2017) poiché l’esperienza di guardare tv è simile a quella degli altri strumenti digitali, è possibile basarsi anche su queste ricerche. Rischi per lo sviluppo e la salute Prima di elencare gli effetti negativi conseguenti all’esposizione ai media digitali, è importante sapere che la comprensione sostanziale della televisione con contenuti diretti ai bambini, non compare prima dei due anni di età e che in questo periodo essi imparano più da presentazioni di vita reale che dal video (Anderson, 2017). I neonati e i
Maurizio Andolfi
Maurizio Andolfi

La terapia familiare
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Prendere le distanze da una teoria dell’influsso dell’interazione interpersonale sulla partecipazione non – verbale
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Cartolina da Mazara del Vallo (Sicilia)