Rupofobia

Quando si parla di rupofobia o paura dello sporco, si intende una fobia specifica che nasce in relazione alla possibilità, di entrare in contatto con qualcosa di sporco, non igienico o con una qualunque fonte di contaminazione. É una paura patologica e irrazionale, che va a scatenare in chi ne soffre una serie di comportamenti e rituali di pulizia di sé e dell’ambiente circostante in modo ripetitivo. Non a caso, infatti, chi soffre di rupofobia tenderà a essere anche una persona ossessionata dall’igiene. C’è tutta una serie di sintomi fisici legati agli attacchi di panico che possono subentrare come reazione alla fobia e che vanno a minare e limitare la qualità della vita di chi ne soffre. Questa è una fobia specifica che nasce al contatto o al pensiero dello stesso con persone, animali, cose e ambienti ritenuti sporchi, non puliti e in generale poco igienici. In alcune persone si può manifestare anche come una paura dei germi e dei batteri, o anche come un timore verso ciò che si considera potenzialmente inquinante. Questa paura porta chi ne soffre ad adottare comportamenti compulsivi legati alla propria pulizia e a quelle degli ambienti che vivono, oltre a evitare di trovarsi in luoghi e situazioni ritenute potenzialmente “pericolose”. Le cause della rupofobia sono diverse e non sempre facilmente identificabili. Come per molte altre fobie, però, è chiaro che anche la paura dello sporco può essere legata a una componente ereditaria. Per riuscire a superarla bisogna iniziare un percorso di psicoterapia mirato e con l’aiuto di una persona esperta specializzata in paura dello sporco.
Rosario Esposito

Cause prossime e comportamento umano
Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono. Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.
Ritmi di Salute: L’Impatto Positivo della Musica sul Benessere Mentale

La musica è una componente universale dell’esperienza umana, presente in ogni cultura e epoca storica. Ma perché la musica ha un impatto così potente sul nostro benessere psicologico? La risposta si trova in una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali che insieme spiegano il suo effetto benefico sulla nostra mente. Effetti Biologici A livello biologico, l’ascolto della musica stimola il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, conosciuta come “l’ormone della felicità”. Questo neurotrasmettitore è associato alle sensazioni di piacere e ricompensa, il che spiega perché ascoltare una canzone che amiamo può farci sentire così bene. Oltre alla dopamina, anche l’ossitocina, l’ormone legato ai sentimenti di amore e connessione sociale, può essere rilasciata durante l’ascolto musicale, specialmente se condividiamo questa esperienza con altre persone. Inoltre, la musica può ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, aiutandoci a rilassarci e a ridurre l’ansia. Questo effetto è particolarmente evidente nella musica lenta e melodica, che può avere un effetto calmante sul nostro sistema nervoso. Uno studio pubblicato nel “Journal of Music Therapy” ha dimostrato che i pazienti che ascoltavano musica prima di un intervento chirurgico mostravano livelli di ansia significativamente inferiori rispetto a quelli che non lo facevano. Effetti Psicologici La musica ha anche profondi effetti psicologici. Può influenzare il nostro stato emotivo, aiutandoci a regolare le emozioni. Ad esempio, ascoltare musica allegra può migliorare il nostro umore, mentre la musica triste può offrirci un modo per elaborare emozioni negative. Questo processo di regolazione emotiva può essere terapeutico, fornendoci uno strumento per affrontare momenti difficili o per celebrare momenti di gioia. La musicoterapia è una pratica consolidata che utilizza la musica per aiutare i pazienti a migliorare la loro salute mentale. Questa terapia può trattare una varietà di condizioni, dalla depressione e ansia ai disturbi dello spettro autistico e ai traumi. In una sessione di musicoterapia, i pazienti possono partecipare attivamente creando musica o ascoltandola passivamente, in entrambi i casi beneficiando degli effetti terapeutici della musica. Effetti Cognitivi A livello cognitivo, la musica può migliorare la nostra memoria e concentrazione. Studi hanno dimostrato che ascoltare musica di sottofondo può migliorare la performance in compiti che richiedono attenzione e memoria, come studiare o lavorare. Questo effetto, noto come “effetto Mozart”, suggerisce che l’ascolto di musica può temporaneamente migliorare le capacità di ragionamento spaziale e di problem-solving. Inoltre, la musica può favorire la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di formare nuove connessioni neurali, il che è essenziale per l’apprendimento e l’adattamento. La pratica musicale, in particolare, può migliorare le capacità cognitive in modo duraturo. I musicisti mostrano spesso una maggiore densità di materia grigia in aree del cervello legate alla memoria, all’udito e al controllo motorio, indicando che l’allenamento musicale può avere effetti benefici a lungo termine sulla struttura cerebrale. Effetti Sociali La musica ha un potente ruolo sociale. Può creare connessioni tra le persone, favorendo il senso di appartenenza e comunità. Partecipare a eventi musicali, come concerti o cori, può rafforzare i legami sociali e migliorare il nostro senso di identità collettiva. La musica è spesso utilizzata nei rituali e nelle celebrazioni, evidenziando il suo ruolo nel consolidare le relazioni sociali. La musica può anche essere un linguaggio universale che trascende le barriere linguistiche e culturali. Può unire persone di diverse provenienze e creare un senso di comunità e comprensione reciproca. In situazioni di conflitto o tensione, la musica può servire come ponte, facilitando il dialogo e la riconciliazione. Riduzione dello Stress e del Dolore La musica è stata utilizzata come strumento per ridurre lo stress e il dolore. Nella terapia del dolore, la musica può distrarre i pazienti, riducendo la percezione del dolore e migliorando il loro comfort generale. Questo è particolarmente utile in contesti clinici, come durante interventi chirurgici o trattamenti oncologici, dove la musica può abbassare l’ansia e migliorare l’esperienza del paziente. Uno studio pubblicato nel “Journal of Advanced Nursing” ha rilevato che i pazienti che ascoltavano musica durante la riabilitazione dopo un intervento chirurgico riportavano meno dolore e un recupero più rapido rispetto a quelli che non ascoltavano musica. Questo effetto analgesico della musica è stato attribuito alla sua capacità di attivare sistemi neurochimici nel cervello che sono coinvolti nella modulazione del dolore. Conclusione In sintesi, la musica ci fa bene psicologicamente per una serie di ragioni biologiche, psicologiche, cognitive e sociali. Stimola il rilascio di neurotrasmettitori benefici, regola le emozioni, migliora la memoria e la concentrazione, e crea legami sociali. Il suo potere di ridurre lo stress e il dolore la rende uno strumento terapeutico prezioso. La prossima volta che ascolti una delle tue canzoni preferite, ricorda che stai facendo un favore alla tua mente e al tuo corpo. Che tu stia cercando di rilassarti, di concentrarti o semplicemente di goderti un momento di gioia, la musica è un alleato potente nel promuovere il tuo benessere psicologico.
Ritiro sociale tra gli adolescenti: un fenomeno sempre più diffuso

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti e sfide. I ragazzi si trovano a dover affrontare trasformazioni fisiche, emotive e sociali, mentre cercano di costruire la propria identità e trovare il loro posto nel mondo. In questo contesto, il ritiro sociale può emergere come una risposta a difficoltà e disagi. Questo fenomeno, che si manifesta attraverso l’isolamento volontario dalla famiglia, dagli amici e dalla scuola, può avere conseguenze significative sullo sviluppo psicologico e sociale dei ragazzi. Negli ultimi anni, si è assistito a un aumento preoccupante di casi di ritiro sociale tra gli adolescenti. Nello specifico, il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani è un fenomeno in crescita, con numeri quasi raddoppiati in seguito alla pandemia di Covid-19. Ad esaminare tale fenomeno è il recente studio condotto dal gruppo di ricerca Musa ( “Mutamenti sociali, valutazione e metodi”) del dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps) e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. La ricerca ha indagato, attraverso un approccio di ricerca di tipo socio-psicologico, l’eziologia del ritiro sociale identificando i fattori scatenanti tale comportamento tra gli adolescenti. Lo studio rivela come è in netta crescita il numero di adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico: le cifre sono quasi raddoppiate dopo la pandemia da Covid-19. La ricerca si è basata sui dati di due indagini trasversali condotte dal gruppo nel 2019 e nel 2022 su studenti di scuole pubbliche secondarie di secondo grado su campioni rappresentativi a livello nazionale composti rispettivamente da 3.273 e 4.288 adolescenti con un’età compresa tra 14 e 19 anni. Sono stati identificati tre profili di adolescenti: le “farfalle sociali”, “gli amico-centrici” e i “lupi solitari“: proprio all’interno di quest’ultimo profilo, è stato individuato un sottogruppo composto da adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico, il cui numero è quasi raddoppiato dopo la pandemia, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022. Si tratta dei ritirati sociali. Si è visto in particolare che l’iperconnessione, ossia la sovraesposizione ai social media, ha un ruolo primario in questo processo corrosivo dell’interazione e dell’identità adolescenziale e successivamente del benessere psicologico individuale. L’iperconnessione è tra i principali responsabili tanto dell’autoisolamento quanto dell’esplosione delle ideazioni suicidarie giovanili. Lo studio mostra che non solo dal 2019 al 2022 sono drasticamente aumentati i giovani che si limitano alla sola frequentazione della scuola nella loro vita, ma anche nel mondo adolescenziale è significativamente diminuita l’abitudine a trascorrere il tempo libero faccia a faccia con gli amici. Il problema riguarda tutte le fasce di popolazione; i principali fattori associati al ritiro sociale sono una scarsa qualità delle relazioni familiari, la scarsa fiducia nei confronti di familiari e insegnanti, le esperienze di bullismo e cyberbullismo, l’uso eccessivo dei social media, la scarsa partecipazione alle attività sportive extrascolastiche e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea. Il fenomeno, assimilabile a quello degli hikikomori, potrebbe generare una vera e propria emergenza sociale. È fondamentale sottolineare che il ritiro sociale non è una condizione statica. Può variare in intensità e durata, e può essere accompagnato da altri disturbi, come depressione, ansia e dipendenza da internet. Per questo motivo, è essenziale non sottovalutare i segnali di allarme e intervenire precocemente. L’intervento più efficace è quello integrato, che coinvolge la famiglia, la scuola, i servizi sociali e sanitari, e lo stesso adolescente. È importante creare un ambiente di supporto e comprensione, in cui il ragazzo si senta accettato e incoraggiato a superare le proprie difficoltà. Tale studio evidenzia l’urgenza di interventi educativi e formativi da rivolgere a genitori e docenti scolastici, nonché di sostegno per i giovani, ovvero un supporto specifico verso gli adolescenti che versano nelle condizioni più critiche. Fonte https://www.irpps.cnr.it/rischio-hikikomori-tra-gli-adolescenti-italiani-articolo-su-scientific-report/
Rispetto per gli animali e riflessioni psicologiche

Il rispetto per gli animali suscita riflessioni psicologiche profonde e ci invita ad esplorare il nostro mondo emotivo, per comprenderlo e gestirlo. Purtroppo, ogni giorno assistiamo a scene di violenza sugli animali domestici, un chiaro segno che stiamo perdendo amore e umanità. Questa tolleranza verso la crudeltà animale ci allontana dal senso di compassione, rendendoci quotidianamente apatici e indifferenti. In questo contesto, purtroppo, gli adolescenti sono i veri protagonisti. In una società, caratterizzata da tristezza e violenza, educare al rispetto per gli animali è di fondamentale importanza. Questo principio è necessario e va insegnato già ai bambini, con attenzione e delicatezza, contribuendo alla formazione della loro personalità. Come disse Darwin, uomini e animali provano emozioni simili. Molte delle emozioni più complesse sono comuni agli animali più evoluti. Chiunque possa osservare un cane noterà la gelosia che esso dimostra quando il padrone rivolge affetto a un’altra creatura; ho osservato lo stesso comportamento anche nelle scimmie. Questo dimostra che non solo gli animali amano, ma sentono anche il desiderio di essere amati (Charles Darwin). Comprendere le radici della violenza Sono gli adolescenti nefasti che mostrano emozioni e comportamenti complessi degni di attenzione. Sono ragazzi che sembrano forti, ma spesso nascondono fragilità. La rabbia e l’infelicità possono coesistere, portandoli a comportamenti distruttivi oppure a una ribellione silenziosa. Inoltre, la mancanza di esempi positivi per gestire le emozioni li fa cadere in schemi di comportamento disfunzionali, in cui l’aggressività diventa l’unico modo per comunicare. In alcuni casi l’ aggressività è un grido di aiuto, un tentativo per affermare la propria esistenza in un mondo indifferente. È fondamentale analizzare e comprendere queste dinamiche per poter aiutare gli adolescenti ad esprimere le loro emozioni in modi più positivo e coerente. In primo luogo occorre fornire ai ragazzi nuovi strumenti per una nuova simbolizzazione. Ad esempio, in psicologia, la simbolizzazione può essere utilizzata per aiutare a esprimere emozioni o esperienze complesse attraverso l’uso di simboli, immagini o metafore. In questo modo apriremo le porte ad un mondo fatto di silenzi senza simboli.
Rilassarsi: quando fermarsi è più difficile del fare

A volte ci troviamo in una situazione paradossale: il corpo è fermo, ma la testa continua a correre.Ci siamo ritagliati una serata libera, ci siamo concessi un weekend senza impegni, oppure ci siamo semplicemente seduti sul divano per qualche minuto. Eppure, quella sensazione di tregua che speravamo di provare non arriva.Restiamo lì, con la mente piena di pensieri, con la sensazione che dovremmo fare altro. E se per caso riusciamo davvero a non fare nulla, magari arriva il senso di colpa a rovinarci il momento. In una società che ci spinge costantemente a essere attivi, produttivi e sempre connessi, prendersi una pausa appare quasi un privilegio. Ma rilassarsi non dovrebbe essere qualcosa da guadagnarsi: dovrebbe essere un diritto, una necessità, una forma di cura verso di sé. Il valore che diamo al fare Una delle prime cose che ci colpisce, se ci fermiamo a osservare, è il modo in cui il “fare” è diventato centrale nella nostra identità. Fare bene, fare in fretta, fare tanto. La nostra autostima è spesso legata alla capacità di essere efficienti, di portare a termine compiti, di essere “presenti” (al lavoro, in famiglia, tra gli amici), anche quando dentro di noi sentiamo il bisogno di una pausa. Non è raro che in questi momenti emergano pensieri come “sto perdendo tempo”, “potrei sfruttare meglio questo momento” o “non ho fatto abbastanza per oggi”. È come se, anche quando siamo fermi, ci fosse una parte interna che ci spinge a continuare a muoverci, a giustificare il nostro tempo. Questo meccanismo si costruisce nel tempo, spesso in modo sottile. Può derivare da un’educazione centrata sull’impegno e sulla responsabilità, da esperienze in cui il valore personale era legato all’utilità, o semplicemente dall’ambiente culturale in cui siamo immersi, dove il tempo è risorsa, investimento, occasione da non sprecare. Ma il rischio è che tutto questo si trasformi in un circuito senza pause, in cui fermarsi diventa difficile, se non addirittura minaccioso. Il corpo si ferma, la mente no Un altro aspetto da considerare riguarda il corpo e il sistema nervoso. Molte persone riferiscono che, anche quando si impongono di rilassarsi, non ci riescono. Provano a guardare una serie tv, a leggere un libro, a stare in silenzio senza fare nulla, ma si sentono a disagio. Alcuni avvertono un’irrequietezza interna, altri una tensione muscolare costante, altri ancora raccontano che “stare fermi” fa emergere pensieri ed emozioni difficili da sostenere. Questo avviene poiché il sistema nervoso, a seguito di periodi prolungati di stress, tende a mantenersi in uno stato di attivazione continua. È come se, anche in assenza di un pericolo concreto, il corpo e la mente continuassero a prepararsi a reagire, a restare all’erta. In questi casi, rilassarsi non è semplicemente una scelta razionale. È qualcosa che va gradualmente riappreso: ascoltando i segnali del corpo, rispettando i propri tempi, e concedendosi momenti di rallentamento senza forzature. Rilassarsi non va guadagnato Spesso sentiamo dire (o diciamo a noi stessi): “Quando avrò finito tutto, allora mi rilasserò”. Come se il riposo fosse qualcosa che dobbiamo meritare. Come se potessimo permettercelo solo dopo aver dimostrato di essere abbastanza competenti, produttivi o sempre all’altezza. Ma questa logica rischia di rimandarci continuamente il diritto di prenderci cura di noi. Il riposo non è un premio. È un bisogno. Proprio come dormire, mangiare o respirare. Se continuiamo a ignorarlo, il corpo ce lo segnala: attraverso una stanchezza persistente, l’irritabilità, la difficoltà nel mantenere la concentrazione o quel senso di vuoto e insofferenza che talvolta emerge senza una ragione apparente. Quando il silenzio fa paura Per alcune persone, il momento del riposo coincide con il silenzio. E in quel silenzio possono emergere pensieri, ricordi, sensazioni che erano stati messi da parte durante la frenesia del quotidiano. In questo senso, il fare continuo può diventare una forma di evitamento. Più siamo attivi, meno spazio c’è per ascoltare ciò che sentiamo davvero.Così, quando arriva il momento di fermarsi, non siamo abituati a stare con noi stessi. E il silenzio può sembrare troppo. Non è facile imparare a stare in quello spazio. Ma è proprio lì che, spesso, possiamo iniziare a conoscerci davvero.Fermarsi non significa solo ricaricare le energie. Significa anche dare spazio a ciò che ci abita dentro, anche quando non è immediatamente piacevole. Passi per iniziare a rilassarsi Questa difficoltà a rilassarsi, è qualcosa che molte persone vivono, spesso senza raccontarlo. Non esiste una soluzione miracolosa che ci permetta di acquisire la capacità di riposarsi in maniera efficace all’improvviso, ma ci sono diverse strategie per cominciare a lavorarci, ad allenarsi in questo: Ascolta il tuo corpo, senza giudizio. Osserva attentamente dove si accumula la tensione, presta attenzione al tuo respiro e nota come ti senti nel momento in cui ti fermi. A volte basta partire da lì; Rallenta gradualmente, senza forzarti a “rilassarti per forza”. Non serve meditare per un’ora: anche dieci minuti di silenzio, una passeggiata senza meta, un caffè bevuto lentamente possono essere un buon inizio; Sospendi il giudizio su te stesso. Se ti senti in colpa nel non fare, prova a notare quel senso di colpa, senza dargli per forza ragione. È un’emozione, non una verità assoluta; Cambia il dialogo interno. Invece di chiederti “cosa potrei fare adesso?”, ogni tanto fermati a chiederti di cosa hai davvero bisogno in questo momento; Ricorda che il tuo valore non si misura da quanto fai. Non sei definito dal tuo rendimento, ma anche, o forse soprattutto, dalla tua capacità di stare con te stesso, di ascoltarti, di vivere con gentilezza le tue pause. Conclusione Imparare a rilassarsi non è semplice, soprattutto in un contesto che ci abitua a correre. Ma proprio per questo, prendersi il tempo di rallentare può trasformarsi in un gesto fondamentale per noi stessi. Fermarsi non è perdere tempo. È riconnettersi a sé stessi. È respirare, sentire, ascoltare. E a volte, è proprio quando ci concediamo il permesso di non fare nulla che accade qualcosa di importante: torniamo a sentirci vivi.
Riflessione sul concetto di spettro autistico: il ruolo George Frankl e Grunya Sukhareva

di Roberto Ghiaccio Gli studiosi hanno a lungo speculato su come le descrizioni di Kanner e Asperger circa a descrizione del disturbo autistico siano apparse solo con un anno di differenza in America e Austria in un tempo “lento”, non connesso e non digitalizzato, affranto e messo inginocchio dalla Seconda guerra mondiale che aveva oltretutto interrotto le comunicazioni tra i due paesi. Per anni si è creduto ad una eccessiva sincrona serendipità, ad una magia condivisa, ad una intuizione unisona. Ora sta emergendo una spiegazione più semplice e più razionale. Conoscenze autistiche incrociate hanno navigato e volato sull’Atlantico con Georg Frankl, un “uomo nel mezzo”, che ha contaminato con le sue intuizioni o ha “copia e incollato” ante litteram le intuizioni di altri. Frankl per anni è stato invisibile perché ha lasciato ben poco in termini di articoli pubblicati. Al fine della loro vita, Kanner e Asperger descrissero le loro condizioni come separate e distinte. Georg Frankl ha aiutato entrambi i nomi noti a vedere l’autismo come lo conosciamo oggi e per la prima volta ha visto l ‘ampiezza di quel continuum di quel che oggi chiamiamo spettro. La visione di Frankl era ed è tuttora innovativa, ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni a partire dalle difficoltà nel “linguaggio affettivo” come stato mentale non necessariamente anormale trattandosi di una condizione neurobiologica, che ha bisogno principalmente di essere compresa dagli altri. Per quasi 70 anni, le origini dell’autismo come categoria diagnostica distinta sono state legate a due nomi: Hans Asperger, un pediatra che ha lavorato a Vienna e Leo Kanner, uno psichiatra che ha lavorato a Baltimora, nel Maryland ma la pubblicazione ormai non recente di due articoli Silberman’s NeuroTribes (2015) Donvan e Zucker’s (2016) pongono attenzione ad una “delle grandi coincidenze della medicina del XX secolo”, in quanto i due autori famosi non si conoscevano. Frankl era un anziano membro della facoltà della Lazar Clinic quando Asperger si unì come residente nel 1932. Quando Frankl lasciò Vienna nel 1937, portò con se le idee di Asperger sul comportamento autistico in America. Come insegnante di Asperger, ha portato le sue idee che in seguito ha condiviso con Kanner. “L’etichetta” autistica è apparsa a solo 1 anno di distanza nel Maryland e in Austria, questa coincidenza ha sconcertato i ricercatori per decenni. Nel 1943, lo psichiatra di Baltimora Leo Kanner ha pubblicato “Autistic Disturbances Affective Contact” sulla rivista americana Nervous Child. A. Pochi mesi dopo, nel 1944, il pediatra viennese Hans Asperger ha pubblicato la sua tesi “Die ‘Autistischen Psychopathen’ im Kindesalter” – le psicosi autistiche nell’infanzia – Archiv fur Psychiatrie un Nervenkrankheiten. Ci sono somiglianze nelle loro descrizioni, ovviamente la più pregnante è l’apparente distacco dei soggetti dalle altre persone. La maggior parte dei soggetti descritti emetteva rituali e routine, con un certo grado di inconsapevolezza dei segnali sociali espressi ma non detti dagli altri. Questi tratti sono elementi importanti oggi nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5a ed.; DSM-5) per descrivere il disturbo dello spettro autistico. C’erano anche differenze significative, come già noto, in primo luogo il funzionamento apparente dei soggetti. I soggetti di Asperger possedevano linguaggio chiaro, preciso e buone capacità cognitive. Molti dei soggetti di Kanner non parlavano affatto o erano minimamente verbali, la maggior parte aveva deficit cognitivi. Ma da una recente pubblicazione a cura di Muratori (2021) al nome di Frankl, che riteneva alla base delle problematiche autistiche una scarsa comprensione del contenuto emotivo, si aggiunge il nome di Annie Weiss che si concentrò sull’intelligenza nascosta, le fissazioni e le difficoltà di comunicazione. Le storie dei due “dimenticati” si intrecciano alla Vienna degli anni 30, al clima antisemita, alla scesa degli ideali nazisti, al prolifera della forza della banalità del male. Quel clima di avversità e di intolleranza costrinse Weiss, nel 1934, e poi Frankl, nel 1937, a lasciare Vienna, prima ancora dell’inizio dell’abominio dell’Olocausto. Fuggendo le loro opere sono state abbandonate non citate e dimenticate. Ma ancora un nome si affaccia tra Asperger e Kanner, lo psichiatra Russo Grunya Sukhareva che aveva pubblicato un articolo sui bambini con disturbi della personalità schizoide nel 1926. Ma nonostante la pubblicazione ben 20 anni prima rispetto ad Asperger, questa non fu mai citata, per motivi a noi ignoti, ma per molti studiosi attuali perché, semplicemente, di origine ebraica. All’oscurantismo semita si aggiunge la discriminazione maschilista dell’accademia del tempo, molte donne avevano descritto l’autismo ed i suoi sintomi con intuizioni e ricerche ancora oggi attuali e d’impatto, tuttavia, il loro ruolo non stato riconosciuto, ma peggio è stato dimenticato e non per anni neppure citato. Lo sforzo del nostro Frankl non è stato un mero sforzo di sistematizzazione, di categorizzazione, non si è avvicinato ai bambini con fini nosografie ma pensi d i comprensione, di esplorazione di un mondo, di mondi e di modi apparentemente così lontani, così anormali. Il dimenticato Frankl ha offerto un’analisi del linguaggio autistico e la sua indagine è stata guidata dalla domanda: in che modo i l bambino autistico comunica o non comunica con le persone che lo circondano? Prende forma l’ipotesi che una persona possa essere in una condizione o in una diversa e forse complementare. Frankl sottolinea l’importanza dell’osservazione, partecipata e naturalista, nel cogliere i temi dell’intersoggettività e dell’interpersonale, soffermandosi sul principio che nelle persone autistiche l’interazione sociale e la comunicazione non sono assenti, ma qualitativamente diverse. Nell’ultima parte della sua ricerca si focalizza sugli aspetti linguistici – comunicativi. Nell’ evoluzione del concetto dello spettro dell’autismo, il ruolo di Frankl non può essere relegato a quello di portatore di “copia e incolla” o veicolo inconsapevole di informazione tra Kanner ere Asperger, ma le sue intuizioni, le sue osservazioni le sue riflessioni sui bambini che attenzioava con strutturazione ancora oggi attuali hanno permesso tra Vienna e Baltimora, ad Asperger e a Kanner di sviluppare le proprie idee sui bambini a sviluppo atipico atipici. La posizione del dimentico Frankl è attuale tutt’oggi in quanto ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni; che è uno
RIENTRO DALLE VACANZE: SFIDE E OPPORTUNITA’

Il rientro al lavoro dopo le vacanze è un’esperienza che molti affrontano con un misto di emozioni contrastanti. Da un lato, c’è la malinconia per la fine del periodo di riposo; dall’altro, ci sono opportunità di crescita e sviluppo personale che possono rendere questa transizione un momento positivo e stimolante. Esploriamole insieme! Esiste una sindrome del rientro, spesso chiamata “post-vacatio blues”. Essa si manifesta con una sensazione di tristezza e malessere che può durare diversi giorni. Tra i sintomi comuni ci sono la mancanza di motivazione, irritabilità e difficoltà a concentrarsi. Tornare alla routine lavorativa può generare stress e ansia, specialmente se si affrontano scadenza imminenti o carichi di lavoro accumulati. Questo stress può essere amplificato dalla pressione di dover dimostrare produttività immediata. Infine, durante le vacanze molte persone alterano i loro orari di sonno e veglia rendendo difficile il ritorno a ritmi regolari. Questo disallineamento può causare affaticamento e influenzare negativamente l’umore e la capacità di concentrazione. Esistono anche una serie di opportunità che bisogna saper sfruttare al meglio. Le vacanze offrono un periodo di riposto e rigenerazione, permettendo di rientrare al lavoro con una mente fresca. Inoltre, durante questi periodi di stop molte persone trovano il tempo per riflettere sui propri obiettivi e priorità. Dunque, quali sono le strategie per un rientro sereno? Pianificazione graduale: iniziare con compiti meno impegnativi può aiutare a riacquistare il ritmo senza sentirsi sopraffatti Gestione del tempo: organizzare il proprio tempo in modo efficace, suddividendo le attività in piccoli blocchi e stabilendo priorità, può ridurre lo stress e aumentare la produttività. Self-care e benessere: mantenere alcune abitudini salutari appresi durante le vacanze come fare attività fisica o dedicare tempo agli hobby può contribuire a mantener un equilibrio tra vita lavorativa e personale Comunicazione: parlare delle proprie sensazioni con i colleghi può creare un ambiente di lavoro più supporto e comprensivo In conclusione, il rientro al lavoro dopo le vacanze rappresenta un momento di transizione che, sebbene possa presentare difficoltà, offre anche numerose opportunità per il miglioramento personale e professionale.
Ricordare per vivere: il potere della memoria nella costruzione del sé e della comunità

Ricordare non è un atto del passato, ma un gesto del presente In un’epoca dominata dalla velocità, dal presente continuo, e dalla sovrabbondanza di stimoli, il ricordo sembra quasi un lusso. Fermarsi a ricordare richiede tempo, intenzione, apertura emotiva. Eppure, in psicologia sappiamo bene che la memoria non è un archivio statico, ma una funzione viva e dinamica, che ci permette non solo di conservare il passato, ma di dare senso al presente e orientare il futuro.Ricordare è un atto di costruzione: di noi stessi, delle nostre relazioni, della nostra identità. Sia sul piano individuale che su quello collettivo. È attraverso la memoria che ci riconosciamo, che comprendiamo da dove veniamo e che cosa ci ha plasmato. Le esperienze – anche quelle dolorose – quando vengono ricordate e integrate, diventano risorse. Se, invece, restano nell’ombra, rischiano di trasformarsi in nodi irrisolti, in traumi silenziosi. La memoria collettiva: una bussola per le comunità Anche le società hanno bisogno di ricordare. I riti civili, le commemorazioni pubbliche, le giornate della memoria non sono formalità. Sono strumenti simbolici fondamentali per l’elaborazione collettiva. Come un individuo che affronta un lutto o un trauma, anche una nazione può ammalarsi se non elabora il proprio passato.Eventi come il 25 aprile, la Giornata della Memoria, o le ricorrenze legate alla storia dei diritti civili servono proprio a questo: a tenere viva la coscienza storica, a non normalizzare la violenza, a coltivare gli anticorpi culturali contro l’indifferenza. Il 25 aprile, in particolare, è uno dei simboli più forti della “memoria attiva” italiana: non solo il ricordo della Liberazione, ma un’occasione per riaffermare valori come la libertà, la dignità, la responsabilità. La memoria come ponte tra generazioni Molti studi, anche nell’ambito della psicologia transgenerazionale, dimostrano che ciò che non viene detto tende a ripetersi. Il silenzio, nella trasmissione familiare e culturale, può essere più pesante della parola. La memoria – intesa come narrazione, dialogo, testimonianza – ha il potere di interrompere questi silenzi. Di trasformare ciò che è stato in qualcosa che può insegnare, ispirare, proteggere.Raccontare ai giovani la storia – e non solo quella ufficiale, ma anche quella vissuta, quella familiare – è un atto di cura. È dare strumenti per orientarsi nel presente, modelli per affrontare l’incertezza, spunti per costruire la propria identità. Ricordare, in questo senso, è anche un atto di amore verso le nuove generazioni. Le patologie dell’oblio L’oblio, se deliberato, può diventare una forma di difesa. Ma quando si cronicizza, rischia di trasformarsi in negazione. Una società che dimentica può sviluppare forme di “rimozione culturale”, che portano alla ripetizione di errori, all’indifferenza verso il dolore altrui, alla banalizzazione del male.Così come in terapia si lavora per far emergere e integrare ciò che è stato rimosso, anche nel lavoro culturale è fondamentale restituire visibilità a ciò che è stato escluso, dimenticato, marginalizzato. Non per restare ancorati al passato, ma per trasformarlo in consapevolezza. Ricordare per essere liberi C’è un legame profondo tra memoria e libertà. Chi non conosce la propria storia è più vulnerabile alla manipolazione, più esposto alla paura, meno capace di scegliere. Per questo, ricordare è anche un atto di liberazione. Non è un caso che le date legate alla memoria siano spesso anche feste della libertà.Il 25 aprile, ad esempio, celebra una liberazione storica, ma anche simbolica. È un invito a liberarsi dai conformismi, dall’apatia, dalla rassegnazione. Ed è per questo che, anche a distanza di decenni, quella memoria continua a parlarci, a scuoterci, a renderci più vivi. Ricordare per guarire Ogni atto di memoria è, in fondo, un gesto di cura. Cura verso noi stessi, verso la nostra comunità, verso la possibilità di costruire un mondo più consapevole. Ricordare è un modo per dire: “So da dove vengo, e per questo so dove voglio andare”. È anche un modo per dire: “Non sei solo, questa storia l’abbiamo vissuta insieme”.In un tempo che ci spinge a dimenticare in fretta, ricordare diventa un atto rivoluzionario. Un atto psicologico, culturale, umano. Una resistenza dolce contro il vuoto, contro la superficialità, contro la disumanizzazione. Bibliografia Assmann, A. (2011). Cultural Memory and Western Civilization: Functions, Media, Archives. Cambridge University Press. Caruth, C. (1996). Unclaimed Experience: Trauma, Narrative, and History. Johns Hopkins University Press. Kaës, R. (2005). Il lavoro psichico della trasmissione. Borla Editore. Jodelet, D. (2005). Le rappresentazioni sociali. Il Mulino. van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo: mente, corpo e guarigione del trauma. Cortina Editore. Ricoeur, P. (2000). La memoria, la storia, l’oblio. Raffaello Cortina Editore.