Revenge Porn: spazi nuovi, violenza antica

Il fenomeno del Revenge Porn rientra tra le forme emergenti di violenza di genere che bisogna contrastare. Di cosa si tratta? Diffusione di immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate. La legge 19 luglio 2019 n. 69, modifica il codice penale sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. È composta da 21 articoli che indicano una serie di reati attraverso i quali si esercita la violenza domestica e di genere. Grazie all’articolo 10, il Revenge Porn è diventato un reato a tutti gli effetti sotto la dicitura di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. Proprio in questi casi il linguaggio è veicolo potente di messaggi importanti.  L’espressione “Revenge Porn” non rappresenta nel modo più corretto il fenomeno di cui stiamo parlando. Revenge significa “vendetta” e presuppone quindi un comportamento antecedente che giustifichi tale reazione. Accettare questo significa colpevolizzare la vittima e legittimare quella che è a tutti gli effetti violenza di genere. Allo stesso tempo anche il termine Porn risulta non essere appropriato, perché nella pornografia, sia professionale che amatoriale, sussiste un consenso alla diffusione. Il primo passo necessario per affrontare questo fenomeno sempre più diffuso è stato compiuto. Ad oggi, però, le vittime di questo tipo di violenza rischiano il posto di lavoro, vivono sentimenti di vergogna e vengono additate come “donne dai facili costumi”. Queste reazioni sono frutto di logiche maschiliste e sessiste che caratterizzano i rapporti interindividuali, anche quelli che si creano nei nuovi spazi virtuali. Non a caso destinatari privilegiati di questi reati sono principalmente le donne, ed in misura sempre più ampia anche gli uomini omosessuali. Nel Revenge Porn, a differenza della Sextortion, è assente il ricatto esplicito e l’estorsione di denaro come fine ultimo, ma è presente nella maggior parte dei casi un legame affettivo tra vittima e carnefice. Lo scopo di questo atto violento è quello di umiliare e vendicarsi, diffondendo materiale intimo che non è stato ottenuto illegalmente, ma prodotto e condiviso spontaneamente dalla vittima. Questo delicatissimo aspetto del fenomeno apre una profonda riflessione sul tema del consenso. Il consenso a filmare non corrisponde al consenso a diffondere, e la condivisione consapevole e volontaria, non legittima la ri-condivisione dello stesso materiale in altre sedi da parte di terzi. Altro specifico aspetto del fenomeno è la reiterazione. Questo tipo di violenza non si verifica una sola volta ma all’infinito, perché il materiale in questione può diffondersi in modo esponenziale. Indipendentemente dalla volontà delle persone coinvolte, la violenza si perpetra nel tempo e la donna che inizia un percorso di uscita dalla dinamica violenta, non ha il potere di emergerne realmente. Ciò avviene perché il controllo e le conseguenze di questo tipo di azioni vanno oltre la relazione con l’autore della violenza. Tutti i destinatari diventano potenziali autori violenti. Come si può intervenire? In questi casi l’azione legislativa è necessaria e propedeutica all’intervento trasformativo, ma spesso non è sufficiente. Un lavoro di supporto alle survivors non deve mai distaccarsi da un lavoro costante di sensibilizzazione collettiva rispetto alla tematica, che coinvolga sia le potenziali vittime ma soprattutto i potenziali autori.

RESILIENZA: COME SVILUPPARLA FIN DA PICCOLI

La resilienza è una capacità che si può implementare durante la vita. Vediamo insieme su quali variabili bisogna porre attenzione. Che cos’è esattamente la resilienza? In psicologia sta a indicare la capacità di adattarsi in modo positivo dinanzi ad eventi stressanti. Alcuni studi degli ultimi decenni hanno mostrato come, grazie alla plasticità neuronale, tutti gli esseri umani possono esserepotenzialmente resilienti. Per questo motivo diventa fondamentale creare le condizioni contestuali necessarie allo sviluppo di tale capacità fin da piccoli. Alcune variabili individuali e ambientali che, se coltivate, consentirebbero una riorganizzazione positiva a seguito di eventi stressanti sono:-la pazienza: imparare a stare con l’attesa e a tollerare la frustrazione;-l‘attenzione al positivo: riuscire a notare in tutte le cose il rovescio della medaglia;-la stima di sé: riconoscere le proprie caratteristiche personali ed imparare ad apprezzarle;-la flessibilità psicologica: inquadrare l’evento stressante come opportunità di crescita/sfida;-le relazioni affettive e sociali: quelle familiari ma anche quelle esterne, nei casi in cui si viva in contesti disfunzionali. Come sviluppare la resilienza nei più piccoli? Può essere fondamentale avere un modello resiliente in un adulto o in una figura eroica. L’adulto potrebbe esplorare, con i bambini, percorsi alternativi per sostenerli nel raggiungimento degli obiettivi desiderati o per far sì che possano appassionarsi ad attività gratificanti. Nello stesso momento, diventa importante che imparino ad accettare tutte le esperienze emotive, anche quelle più frustranti. Infatti, spesso è proprio l’emozione della paura o la sfiducia nelle proprie capacità a bloccare il riconoscimento delle risorse individuali più utili a fronteggiare l’evento stressante. Ma il problema non è la paura o il dolore, piuttosto è cosa decidiamo di fare con quell’emozione. È proprio durante le crisi che ci sentiamo più fragili poiché viene messo in discussione il nostro equilibro. Tuttavia, quello rappresenta anche il momento più fertile, che ci dà l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività e riorganizzare la nostra vita in un modo diverso. Nei momenti di difficoltà provate a chiedervi: “Ci sono stati dei momenti nella gestione di questoevento o nelle fasi successive, in cui mi sono sentito efficace?”, “Ho imparato qualcosa di nuovo sudi me dopo questa esperienza?” Pensiamo, ad esempio, al momento attuale di pandemia: probabilmente non ce ne siamo resi conto, ma anche in un periodo tanto difficile, ognuno, con le proprie risorse, ha tentato di fronteggiare l’evento pandemico, e tutto ciò che ha comportato, per sopravvivere in qualche modo! Questo perché?Grazie all’adattamento! Un’altra caratteristica di noi esseri umani.Viviamo in un contesto in continua evoluzione, ove la specie umana ha trovato il modo di affinare sempre più il proprio cervello. Siamo in grado di pensare in modo creativo a nuove soluzioni per sopravvivere alle minacce circostanti. E’ esattamente quello che abbiamo sempre fatto e che continuiamo a fare, anche ora. Bisogna continuare a vivere il presente guardando al futuro, immaginandolo, sognandolo! Lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future che, grazie all’aiuto degli adulti, potranno già da oggi implementare la loro capacità di resilienza.

Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!

Relazioni liquide e solitudine ai tempi dei social

Viviamo i tempi dei social e delle relazioni liquide, degli schermi luminosi e delle solitudini nascoste. La nostra è una modernità fragile. Nell’era dei social media basta un click per avere tanti amici e per trovare o cambiare partner. Le relazioni spesso nascono con un messaggio e con un altro messaggio finiscono. Se una finestra non funziona se ne apre un’altra. I nostri sono i tempi delle relazioni liquide, dell’assenza di impegno e responsabilità, tempi in cui i bisogni naturali sono coperti da bisogni effimeri. Sono i tempi delle luci delle schermate digitali, dietro cui si celano vissuti di paura, solitudine e vuoto. L’uso dei social, che in una certa misura semplifica l’azione e la comunicazione con il mondo esterno, può sfociare, all’estremo, in una disattivazione delle risorse interne, in stati di passività e isolamento. Società liquida E’ stato il sociologo Zygmunt Bauman ad elaborare il concetto di “società liquida”. Una società che prende forma su di un individualismo sfrenato e sul venir meno dei valori della comunità. Si tratta di una modernità fragile, che si regge sugli appigli dell’immagine, dell’apparire a tutti i costi e del consumismo. Ma mancando punti di riferimento e basi affettive solide, tutto è destinato a dissolversi in fretta. Il consumismo stesso non mira all’appagamento attraverso il possesso di oggetti di desiderio, che diventano in poco tempo obsoleti, quanto piuttosto al passaggio senza scopo da un oggetto all’altro. Utilizzando le parole di Bauman: “Quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti” (Z. Bauman). La paura dell’intimità Nel proliferare delle connessioni informatiche si nascondono tante solitudini. Nella società liquida, di cui i dispositivi elettronici e i social sono solo gli strumenti ma non le cause, si rifugge il legame, l’intimità. L’incontro emotivo autentico. La responsabilità dei propri bisogni profondi. Si dà valore all’approvazione esterna e al raggiungimento dei canoni condivisi, a scapito della propria individualità, delle proprie emozioni e della propria autonomia. Per avere successo bisogna cambiare di continuo, tradendo impegni e lealtà. Le relazioni liquide sono senza orizzonte futuro. Vi è alla base l’idea che sia meglio rompere perché i sentimenti possono creare dipendenza. E, di conseguenza, più che relazioni, si stabiliscono ‘connessioni’. Inafferrabili, senza struttura, pronte ad evaporare. Rapporti umani considerati al pari di oggetti da consumo. La responsabilità della propria crescita Nel tentativo di mettersi al riparo dai rischi che i legami affettivi comportano, ci si rifugia in fantasie infantili di conferma o riscatto da schemi copionali che rassicurano ma, al tempo stesso, impediscono di riconoscere e impiegare le risorse adulte. E così, dietro l’immagine ostentata di falsa autonomia, si è ancora bambini, adattati o ribelli. Dipendenti da un genitore che stabilisce come si deve e come non si deve essere, che non sostiene l’autenticità nè l’autonomia. Confrontarsi con i propri limiti e i propri fallimenti, affrontare le proprie insicurezze, le proprie difficoltà e gli aspetti di sé mal tollerati può procurare sofferenza. Richiede impegno, coraggio. E in un mondo che vende soluzioni semplici, rapide e ‘indolore’ è più facile vivere di illusioni e rimanere bambini, che abbandonare i vantaggi degli appoggi esterni ed assumersi la responsabilità della propria crescita e dei propri desideri. Dall’evitamento al contatto Per stare bene e in salute è fondamentale in primis non perdere il contatto con l’esperienza reale di sé stessi, degli altri e della vita. Il malessere, a prescindere dalla forma che assume, ha sempre alla sua base l’evitamento, una interruzione del contatto con la realtà. In questi tempi liquidi, in cui dilaga la tendenza alla distrazione, a spostare l’attenzione all’esterno e da un oggetto all’altro, c’è bisogno, al contrario, di concentrazione. Il rimedio al dissolversi di ogni cosa è sviluppare presenza. Solidificare la propria identità, la propria vita affettiva e relazionale. Riportare l’attenzione innanzitutto al corpo, il grande assente dell’era informatica. A sensazioni ed emozioni, perchè è lì che abitano i nostri reali bisogni. Ed è dalla presenza, dal sentire profondo che rappresenta la bussola del vivere, che possiamo diventare consapevoli di noi stessi. Riconoscere e dare valore alla nostra forma, alla nostra sostanza e alla nostra esistenza.

Regole e adolescenza: insofferenza o bisogno?

Le regole e l’adolescenza: insofferenza o bisogno? Entro in una classe, una prima di una scuola secondaria con circa 16 alunni di 14 anni. È febbraio, l’anno è cominciato da 6 mesi. Tuttavia, ognuno di loro sembra già essere stato profilato dalla maggior parte degli insegnanti, e il loro destino accademico sembra già esser stato scritto. Entro in classe come psicologa all’interno di un progetto di mentoring e orientamento. È una bella classe di ragazzi vivaci, piccoli e pieni di vita, anche se non passa molto tempo prima di rendermi conto della presenza di due alunni internalizzanti. Se ne stanno in silenzio in ultimo banco, il loro sguardo è assente, la voce flebile dal tono basso. È difficile coinvolgerli nelle attività. Non sembrano incuriositi dalla nuova presenza, o dalle proposte di giochi interattivi di presentazione. Sembrano sfiduciati, diffidenti. La mia attenzione ricade su di loro con non poca angoscia. Quella dei professori con cui mi confronto, invece, ricade su un’altra alunna. B. è descritta come l’unico elemento “difficile” della classe. Non ci sono altri problemi. B mette in difficoltà i professori, con i suoi modi spavaldi e la sua reticenza al rispetto delle regole. È l’unica che si rifiuta di depositare il cellulare, minacciando reazioni di sfida e appellativi dispregiativi agli insegnanti. <<Avanti alla classe, diventa umiliante!>>, afferma un professore in difficoltà. Il prof decide di ridare il telefono a tutti, invece di richiamare B. al rispetto della regola. Durante le mie ore di osservazione in classe, B. decide di addormentarsi al primo banco, il cappotto a coprire la testa dalla luce del sole. I professori decidono di sorvolare, <<almeno non da fastidio>>, mi dicono. I ragazzi comunicano con il comportamento ciò che non sono in grado di articolare in parole. Possiamo provare a chiederci: cosa sta provando a dirci? Accettando che B. si comporti diversamente dai compagni, inviamo il doppio messaggio di inadeguatezza, incapacità, diversità rispetto al resto della classe. Partecipiamo, da figure educative adulte, alla costruzione di un già fragile senso dell’io. <<è solo una ragazza prepotente!>>, mi viene risposto. Sta di fatto che, all’ultima ora, entra la professoressa di inglese. Serena, sicura. Si appoggia sulla cattedra svelta chiedendo ai ragazzi di ripetere per l’interrogazione. Chiama ogni alunno per qualche domanda. Anche B. B. non ha fatto i compiti, ma quello di inglese è l’unico quaderno che le ho visto cacciare dallo zaino in tutto il giorno. L’insegnante le chiede dolcemente di recuperare la traduzione in classe <<tanto non dovresti avere difficoltà a farlo>>. Lo ripete più volte, ma nessun segno di impazienza è rilevabile nella sua voce. La interroga tra un alunno e l’altro. La prof non si scompone quando B. sbaglia, aspetta, rispiega. Qualche domanda che non viene risposta da altri alunni viene rivolta a B., con la fiducia che B. possa conoscere ciò che sfugge ad altri. Non senza fatica, B. riesce a seguire per l’intera ora. Infine si avvicina a far correggere la traduzione all’insegnante. B. ha rispettato le regole per tutto il tempo. Il bisogno delle regole è un bisogno fondamentale in adolescenza, nella misura in cui, oltre ad un limite frustrante, comunica la presenza di un adulto attento, interessato e tutelante. Non esistono ragazzi asetticamente prepotenti, esistono ragazzi che non sanno parlare ad adulti che non sanno ascoltare.

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi

REGALI DI NATALE E IL SIGNIFICATO PSICOLOGICO

Scambiarsi i regali di Natale è una tradizione, che ha origine molto antiche e che si è evoluta nel corso dei secoli attraverso influenze culturali, religiose e sociali. Ad esempio, il primo giorno dell’anno, i Romani si regalavano dei rami consacrati come augurio di prosperità e abbondanza. Successivamente, nella tradizione cristiana, la pratica di scambiarsi doni durante queste periodo è collegata alla storia della nascita di Gesù. Ma cosa rappresenta da un punto di vista psicologico questa tradizione? Come possiamo ben immaginare, esistono diversi aspetti psicologici che possono influenzare la scelta, la percezione e l’effetto dei regali durante le settimane natalizie. 1. Espressione di affetto e connessione sociale I regali di Natale spesso rappresentano un modo per esprimere affetto e rafforzare i legami sociali. Fare un regalo può avere un impatto psicologico positivo sia su chi lo fa sia su chi lo riceve, creando così un senso di appartenenza e connessione 2. Gratificazione personale In relazione a quanto detto sopra, regalare può fornire una gratificazione personale a chi dona. Fare un regalo pensato e vedere il relativo apprezzamento nel destinatario fa aumentare il senso di realizzazione e felicità. 3. Aspettative e pressioni sociali Durante le settimane che precedono il Natale, non si sperimentano solamente emozioni positive. Spesso c’è una pressione per trovare il regalo perfetto. Questa aspettativa può generare ansia e stress perché è a volte è difficile scegliere un regalo che sia significativo e gradito a chi lo riceve. 4. Simboli e significati dei regali Sempre in relazione a quanto detto sopra, i regali possono trasmettere simboli e significati profondi. Per questo motivo, si è sempre alla ricerca del regalo “giusto” per ogni ricevente in base a ciò che si vuole trasmettere lui. 5. Conformità sociale A volte, la conformità sociale entra in gioco nelle decisioni di acquisto dei consumatori. Le persone possono scegliere i regali in base alle aspettative sociali e alle tendenze di mercato. In sintesi, la tradizione di scambiarsi regali durante il periodo natalizio è intrinsecamente legato a molti aspetti psicologici, che vanno dalle relazioni interpersonali alle aspettative sociali e alle emozioni personali.

Recensione al libro “Lo stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” di Valentina Albertini, edito da Alpes Editore

Recensione a cura di Lucia De Rosa “Lo Stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” è un testo prezioso scritto dalla dr.ssa Valentina Albertini, psicoterapeuta Sistemico Relazionale, Didatta e Socia del CSAPR di Prato, pubblicato dalla Casa Editrice Alpes di Roma nel 2022. La dr.ssa Albertini ha avuto il coraggio di aprire una riflessione su un tema – la gravidanza – che sin dalle origini della psicologia è stato considerato e trattato guardando quasi esclusivamente dalla parte dei pazienti. Il testo rappresenta un apripista rispetto alla possibilità per le psicoterapeute e per gli psicoterapeuti di pensare alla gravidanza e alla maternità e di riflettere sugli aspetti emotivi connessi al diventare madri da parte delle psicoterapeute. I lettori avranno la possibilità di riflettere, attraverso una prima parte teorica e una seconda parte di casi clinici, sulle notevoli sfumature che emergono nel mondo interiore della terapeuta e nella relazione terapeuta – paziente relativamente al pensarsi madre (e portare una pancia nel setting terapeutico), diventarlo e ricoprire questo ruolo, contemporaneamente a tutti gli altri ruoli. La dr.ssa Albertini parte da una ricerca effettuata attraverso un questionario semi-strutturato sul tema della gravidanza e della gestione del setting, composto da domande aperte e chiuse, diffuse tramite email e social networks, con un successivo lavoro di analisi qualitativa. Lo stupore dell’autrice nasce dalla consapevolezza che, in Italia, pur essendo la professione psicologica a prevalenza femminile, a parte pochi scritti di stampo psicoanalitico, la letteratura è deficitaria di testi che si occupano della vita emotiva e professionale di una terapeuta durante la gravidanza e di quanto tale “disclosure inevitabile” abbia una presenza e un significato all’interno della relazione terapeutica con ogni singolo paziente.  Nel primo capitolo, dal titolo “Cosa può accadere nella relazione con la terapeuta durante la gravidanza e la maternità”, l’autrice apre una riflessione sul comunicare o meno in merito ai pazienti, sulle tematiche legate al transfert, su un possibile aumento dell’identificazione, su emozioni come rabbia, aggressività e meccanismi di negazione, sulla capacità di prendersi cura di sé e dell’altro, sull’apertura della tematica della sessualità attiva della terapeuta, sull’invidia, sull’ambivalenza, sugli agiti, sul tema della separazione e dell’individuazione e sul possibile vissuto di abbandono durante il periodo della sospensione. Nel secondo capitolo, dal titolo “Nel ventre della terapeuta. Elementi di controtransfert e di relazione”, l’autrice descrive l’impatto della “pancia” all’interno della relazione terapeutica, dal punto di vista controtransferale. La psicoterapeuta, attraverso la propria “pancia” può ritrovarsi a vivere la negazione, la paura di perdere i pazienti o di non saper conciliare la vita professionale con quella privata, il desiderio di non deludere i pazienti (rischiando di colludere con le loro richieste), la perdita di controllo e un vissuto di ambivalenza rispetto ad un equilibrio da raggiungere tra vita professionale e privata; può sentirsi in colpa oppure scoprirsi non onnipotente, perché si sta vivendo qualcosa di più rispetto al proprio paziente o perché ci si separa per un certo tempo; può vivere un risentimento rispetto alla sensazione che le persone possano non capire i propri bisogni attuali;  può occuparsi di cosa cambia nella rete professionale alla notizia della gravidanza e può chiedersi se accettare o meno i regali dei pazienti per il nascituro o la nascitura. La psicoterapeuta dovrà occuparsi dell’ambivalenza connaturata allo “stato interessante”, come evidenzia l’Autrice a pag. 31: “La gravidanza è uno dei momenti nei quali emerge la difficoltà di far coesistere certe consapevolezze: sappiamo infatti come nella vita anche le esperienze più belle possono portare sensazioni ambivalenti, e il fatto che ne conosciamo i meccanismi e gli effetti non ci rende immuni dal provarle, anche se ci aiuta al momento di doverle elaborare.” Nel terzo capitolo, dal titolo “Il corso pre-parto che nessuna ha fatto”, la dott.ssa Albertini presenta la ricerca sottoposta a 207 colleghe psicologhe con specializzazione in psicoterapia. Ne emerge che l’aspetto che accomuna la maggior parte delle colleghe intervistate è l’aver cercato, nel proprio momento di gravidanza, un supporto e una condivisione con altri colleghi e che questa fase così complessa e trasformativa non sia stata considerata nel tempo un elemento di cui occuparsi nella formazione personale e professionale. Nella seconda parte del testo, l’Autrice riporta alcuni casi clinici che permettono a chi legge di addentrarsi nelle tematiche teoriche esposte per trovare un rispecchiamento e uno spunto di riflessione rispetto alla propria pratica clinica e al proprio vissuto. La preziosità di questo scritto risiede, a mio avviso, nell’offrire la possibilità di uno spazio di lettura e di condivisione su una delle posizioni dell’“essere femminile e terapeuta”: la maternità come atto trasformativo. La dott.ssa Albertini dà voce a interrogativi, riflessioni e osservazioni che, con molta probabilità, ogni donna-terapeuta, in procinto di vivere la maternità, si è posta e che spesso sono rimasti inevasi nella solitudine della propria mente. Ho avuto la possibilità di leggere “Lo stato interessante” nell’immediato post-partum e questo mi ha dato un supporto e un’energia incredibili proprio perché stavo vivendo contemporaneamente la desiderata interruzione lavorativa per maternità e i mille dubbi di cosa avrei trovato al mio rientro a studio, essendo una libera professionista. Ha rappresentato per me, durante un momento così trasformativo e complesso, un modo per rimanere in connessione con il mio sentire di terapeuta e integrarlo con il mio essere donna e mamma, un modo per potermi rispecchiare e riflettere su di me. Leggendolo mi sono detta che finalmente se ne poteva parlare e che non ero la sola a vivere tutto ciò. Lo consiglio a tutte le colleghe che si approcciano alla maternità e a tutti i colleghi, a prescindere dal trovarsi a sperimentare la delicata fase della gravidanza (direttamente, come partner, come docente e/o supervisore) per capire e visionare tutte le possibili variabili che entrano in gioco quando una terapeuta sceglie di diventare anche mamma. Questo testo mi ha confermato che la strada che accomuna i due ruoli – madre e terapeuta – è l’“esserci”. Esserci nella relazione e imparare, attraverso la danza a due che si mette in atto.  Esserci nella relazione

Realtà virtuale e salute mentale

La salute mentale può essere considerata come un continuum, che ha come estremità da una parte il benessere, inteso come un equilibrio tra la presenza o meno di sintomi psicopatologici, un livello adeguato di autonomia funzionale, occupazionale e nella gestione del tempo libero e all’altra estremità il malessere inteso come sindrome psicopatologica. Secondo molti autori ed esperti, la tecnologia ha elevato la nostra evoluzione, ampliando a dismisura la nostra capacità di sfruttare le affordances, cioè gli stimoli salienti per il nostro sistema fisiologico e neurofisiologico, e del nostro Umwelt, ovvero l’ambiente e lo spazio in cui avvengono le continue relazioni di sistema tra noi e i “nostri” stimoli-affordances. Le tecnologie allora possono essere considerate dei nuovi stimoli salienti di questo sistema, in grado di essere al servizio dei nostri bisogni e motivazioni, rendendo sicuramente diversa, auspicabilmente migliore, la nostra user experience nella realtà che ci circonda e a cui apparteniamo. L’uso della Realtà Virtuale nell’ambito della salute I principali campi di applicazione della realtà virtuale sono la medicina (in particolare per l riabilitazione motoria e cognitiva) e la psicologia (specie per il trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento alimentare). Attraverso la realtà virtuale, grazie a una strumentazione apposita come un visore, l’utente viene “spostato” dal suo mondo fisico e viene inserito in una percezione di un ambiente virtuale; maggiore è la stimolazione dei sensi nella persona, quindi non solo vista ma anche udito, tatto, e olfatto, e maggiore sarà il senso di presenza, immersività e verosimiglianza dell’esperienza reale-virtuale. La persona all’interno dell’ambiente virtuale sarà libera di interagire e agire con oggetti e con altre persone in formato virtuale-avatar e, cosa da non sottovalutare, potrà farlo in tempo reale. La presenza comporta la sensazione di essere lì, nel luogo virtuale e non in quello fisico dove l’utente si trova realmente (Lallart, 2009), a tal punto che il Sistema Nervoso Autonomo reagisce come se avesse davanti la situazione reale corrispondente. Tale approccio è particolarmente utile anche nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo in quanto le suddette tecniche sembrano essere particolarmente utili se finalizzate ai processi di integrazione funzionale, ma soprattutto per l’incremento della comunicazione. Bibliografia Chen, J. L., Leader, G., Sung, C., & Leahy, M. (2015). Trends in employment for individuals with Autism Spectrum Disorder: A review of the research literature. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2), 115-127. Chung, E. Y.-h. (2020). Robot-mediated social skill intervention programme for children with Autism Spectrum Disorder: An ABA time-series study. International Journal of Social Robotics. Hill, D. A., Belcher, L., Brigman, H. E., Renner, S., & Stephens, B. (2013). The apple ipad(TM) as an innovative employment support for young adults with Autism Spectrum Disorder and other developmental disabilities. Journal of Applied Rehabilitation Counseling, 44(1), 28-37. Hillier, A., Campbell, H., Mastriani, K., Izzo, M. V., Kool-Tucker, A. K., Cherry, L., & Beversdorf, D. Q. (2007). Two-year evaluation of a vocational support program for adults on the autism spectrum. Career Development for Exceptional Individuals, 30(1), 35-47. Huijnen, C. A. G. J., Lexis, M. A. S., Jansens, R., & de Witte, L. P. (2016). Mapping robots to therapy and educational objectives for children with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(6), 2100-2114.

Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi.  Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina.  Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva.  Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia?  Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale.   Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.