RareMenti: persone e ricerca in connessione

di Antonella Esposito Il 28 febbraio 2025, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, Sorrento ha ospitato l’evento “RareMenti: Persone e Ricerca in Connessione”, organizzato dal Centro Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS. Sotto la direzione scientifica della Dott.ssa Antonella Esposito, psicoterapeuta esperta in malattie rare, l’incontro si è tenuto presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento dalle 9:00 alle 18:00. L’evento ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle malattie rare, promuovere la formazione dei professionisti sanitari e creare una rete di confronto tra esperti, associazioni e pazienti. Il programma ha incluso sessioni plenarie con interventi di esperti internazionali, una tavola rotonda delle associazioni di pazienti e la presentazione di una ricerca psicosociale su pazienti e caregiver. Inoltre, è stato assegnato il Premio RareMenti 2025, dedicato a giovani psicoterapeuti che hanno presentato le loro ricerche o esperienze cliniche sulle sindromi genetiche rare. Un momento significativo è stato la presentazione del libro della Dott.ssa Esposito, “La Consegna della Diagnosi nelle Malattie Rare – Il Modello della Comunicazione Integrata e Trasformativa del Sé” – Edizioni Themis, che ha introdotto un approccio innovativo per supportare pazienti e famiglie nel delicato processo di comunicazione della diagnosi. L’importanza della psicologia e della psicoterapia nella gestione delle malattie rare è stata sottolineata durante l’evento. La presa in carico della persona con malattia rara non riguarda solo l’aspetto medico, ma coinvolge l’intero ecosistema relazionale: famiglia, caregiver, insegnanti, partner e medici. La psicoterapia promuove consapevolezza e accettazione, trasformando l’esperienza della malattia in un’opportunità di crescita e adattamento. La formazione di nuovi specialisti in questo campo è stata riconosciuta come cruciale per garantire un supporto psicologico integrato in ogni fase della presa in carico. L’evento ha ottenuto il patrocinio oneroso della SITCC – Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, che ha permesso l’accreditamento per gli ECM (Educazione Continua in Medicina) per tutte le professioni sanitarie. Questo riconoscimento ha sottolineato l’importanza della formazione continua e dell’approccio multidisciplinare nella gestione delle malattie rare. La partecipazione all’evento è stata gratuita, ma era necessaria l’iscrizione, disponibile sia per la modalità in presenza (fino ad esaurimento posti) che online. Questo evento ha rappresentato un’occasione unica per sensibilizzare il pubblico, promuovere la collaborazione tra esperti e comunità locali e valorizzare il ruolo delle istituzioni e delle associazioni nel supporto alle persone con malattie rare.
Rappresentazioni grafiche e interferenze psicodinamiche

La rappresentazione grafica permette di esplorare profondamente la personalità, i conflitti e le relazioni di una persona. Si possono evidenziare conflitti ed eventuali ostacoli interiori. Ecco, dunque, le interferenze psicodinamiche. Nell’atto del disegnare, infatti, si può sperimentare una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva, che consente di mettere in luce pensieri repressi o sentimenti nascosti. Nei disegni si possono rivelare pensieri repressi e sentimenti nascosti, offrendo una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva. Questo include le interferenze psicodinamiche che possono emergere durante il processo creativo.
Rapporto tra social network e psicologia: i nuovi disturbi psicologici

Nei precedenti articoli abbiamo sviscerato da differenti prospettive il rapporto tra la psicologia e la tecnologia: abbiamo visto gli effetti sul comportamento e sul pensiero critico, le ricadute sociali, comunicative e relazionali connesse all’utilizzo dei social network e l’impatto dei nuovi modelli del “villaggio globale” nella costruzione della propria identità e dei rapporti interpersonali. Oggi approfondiremo la sezione più scomoda dell’intricato rapporto tra psicologia e strumenti digitali, ovvero i nuovi disturbi psicologici derivanti dall’uso improprio o compulsivo di internet e dei social. L’information overload addiction è una forma di dipendenza comportamentale che presenta caratteristiche ossessivo-compulsive e costringe l‘utente a navigare continuamente sul web e a ricercare una mole ingente di informazioni allo scopo di essere costantemente aggiornato. La Social Addiction consiste nella necessità di consultare in social in maniera ossessiva e compulsiva e provoca assuefazione, rendendo gli utenti incapaci di disconnettersi. La Nomofobia può essere definita come la paura irrazionale di rimanere disconnessi dal proprio smartphone ed è accompagnata dalla costante sensazione di perdersi qualcosa. Rende gli utenti ossessivi e incapaci di distaccarsi dal proprio cellulare. Un nuovo fenomeno che sta spopolando tra i giovani è il Vamping: l’abitudine di restare svegli fino all’alba, condividendo dei post, messaggiando, giocando, guardando dei video o scrollando tra i feed delle reti sociali. Oltre a delineare una dipendenza nell’uso degli strumenti digitali crea forti scompensi del ritmo sonno-veglia. Infine, la Sindrome di Hikikomori che nasce in Giappone ma si sta espandendo progressivamente in America e in Europa e consiste nel ritirarsi fisicamente dalla vita sociale. Un isolamento volontario totale che colpisce gli individui più introversi e sensibili e presenta una forte correlazione con la dipendenza da internet. Per contrastare l’insorgenza di questi disturbi sarebbe opportuno investire nell’educazione digitale a partire dall’età scolare, affichè i ragazzi apprendano sia dalla famiglia che dalla scuola gli strumenti di base per vivere serenamente e consapevolmente il rapporto con la tecnologia.
Racconto: Ragione e sentimento

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Non ne faccio una buona! Ha ragione Michele, non sono capace di tenere in ordine neanche in casa… eppure vorrei che fosse più gentile con me, invece mi rinfaccia tutte le mie mancanze. Ieri sera, ad esempio, è tornato a casa dopo essere stato tutto il giorno in cerca di lavoro, mi ha trovata davanti alla TV, è successo un putiferio……. ma lo capisco, lui cerca lavoro nonostante nessuno abbia ancora compreso il suo valore ed io invece me ne sto comodamente a casa. Ma non importa, la prossima volta starò più attenta, farò un respiro profondo e quando tornerà a casa, di nuovo nervoso, come sempre ormai, mi controllerò e non risponderò a nessuna delle sue accuse così dopo un po’ gli passerà e verrà a scusarsi con me e sarà di nuovo tutto come prima…….sì, come prima.. all’inizio che stavamo insieme. Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo baciati, io ero scoppiata a piangere mentre prendevamo il caffè al bar, lui mi ha chiesto. “Perchè?” Io, senza quasi conoscerlo, istintivamente gli ho risposto: ” Ho litigato con i miei !” Lui mi ha chiesto : “Perché?” “Mi credono un’incapace, criticano ogni mia scelta. Sai cosa penso? Non credo mi abbiano mai amato, in realtà non so neanche se mi abbiano veramente voluto o se sono capitata per caso…” Lui mi ha sorriso, mi ha accarezzato la faccia e guardandomi dritta negli occhi mi ha detto: ” Non piangere, i tuoi sono degli stupidi e non meritano le tue lacrime. Da oggi in poi non permetterò più a nessuno di farti piangere!”. Poi mi ha baciata e mi ha portato via con se….. Da allora quante cose sono cambiate… ho lasciato il lavoro per seguirlo a Milano, facevo l’operaia in una fabbrica di gelati, mi trovavo bene, mi pagavano per quello che mi serviva, ma non mi è dispiaciuto mollare tutto. In fondo non me ne fregava niente dei colleghi, sembravano anche dispiaciuti, alcuni, ma si sa – la gente finge!-. e poi Michele mi diceva che avrebbe pensato a tutto lui. Avrebbe pensato lui a me, ed io gli ho creduto. Finalmente non avevo più bisogno di badare a me stessa, di mostrare ai miei che sono capace di mantenere uno schifo di lavoro. Bastava che mi occupassi solo di noi due, io e Michele, insieme per sempre… Eppure ora che ci penso, Ormai non ricordo neanche più il tempo in cui assomigliava al mio cavaliere in armatura scintillante. Può sembrare strano ma oggi di scintillante ricordo solo il riflesso della lampada operatoria che mi hanno puntato in faccia l’ultima volta che sono stata in ospedale. Mi hanno ricucito in anestesia locale, sei punti sulla guancia destra. Al pronto soccorso ho raccontato che sono inciampata in cucina e che sono rovinata sul ceppo dei coltelli lasciati fuori posto. Ed effettivamente potrebbe essere successo realmente così data la mia sbadataggine . A volte me la racconto proprio così …… Michele mi ha portato in ospedale, aveva tutta l’aria di un fidanzato premuroso e spaventato, ma quando sono tornata a casa gliel’ho rinfacciata la questione del coltello e lui di risposta, con la solita area da cane bastonato mi ha giurato che è stato solo un momento di rabbia . Mi ha precisato, come spesso avviene, che di certo io sono l’unica donna che e’ stata capace di fargli perdere la testa. Il giorno dopo e tutti i giorni per un mese intero mi ha regalato rose rosse …. Non mi sono mai vista come una capace di far perdere la testa agli uomini, anzi mi sono sempre considerata il brutto anatroccolo della compagnia, ogni mia compagna è sempre stata più bella, attraente e capace di me. Nonostante ciò, stranamente, c’è ne sono stati di uomini che mi hanno guardato e spesse volte con intenzioni poco romantiche, ma si sa, gli uomini non si fanno problemi. Adesso, però, non è più tempo di perdermi in pensieri negativi! I cinque minuti che dice il bugiardino sono abbondantemente passati… faccio un respiro profondo e dopo con decisione aprirò la porta del bagno. Meglio farla da sola questa cosa… d’altra parte non c’è un’amica di cui mi fidi e Michele è l’ultimo a cui potrei dirlo. Io sono un tipo regolare, ogni 28 giorni, come un orologio, è sempre stata l’unica cosa stabile della mia vita! Perciò, ieri, dopo sette giorni di ritardo, mi sono fatta coraggio e ho chiesto alla commessa della farmacia un test di gravidanza. Mi sono fatta di mille colori, come una tredicenne beccata in peccato, ma oggi in realtà di anni ne compio trenta! Eppure non riesco a pensare a me come ad una trentenne… come hanno fatto a passarmi tutti questi anni addosso senza che me ne accorgessi?! Oggi compio trent’anni e dietro la porta di questo bagno potrebbe esserci una bella sorpresa, un regalo tutto per me, solo per me, un figlio mio! Non sarei mai più sola…. Ma se non mi andasse bene neanche questa cosa farò? Che alternativa avrei, con Michele non ci resto se non mi dà almeno un figlio, potrebbe essere l’unico modo per risarcirmi di tutte le cose brutte che ho dovuto sopportare! Dai miei non ci torno di certo, la soddisfazione di sentirmi dire “Te l’avevamo detto! Sbagli sempre”, non gliela do. Senza un figlio, senza un uomo, senza un lavoro, senza una famiglia, cosa mi resterebbe? Solo quella faccia di plastica della dottoressa che mi ha incastrato al consultorio famigliare, dove mi ha portata Camilla, la nostra vicina, quella volta che mi ha vista piangere di rabbia fuori all’uscio della porta perchè Michele mi aveva punita chiudendomi fuori casa. Dottoressa poi…. Forse una psicologa? Mi pare. Ha finto di interessarsi a me come di certo farà con tutte le disgraziate che le capitano ogni giorno. Mi ha detto che se ho bisogno di lasciare casa lì possono aiutarmi. Ho sorriso, finta come lei, ho ringraziato ma le ho detto che
Racconti, miti e invenzioni a scuola: la forza della versione collettiva

Sorprese, spunti, e formidabili soluzioni creative dei piccoli autori alle elementari. Come costruire un narratore potenziale di classe: coinvolgimento dei bambini, lettura del mito, interpretazione individuale e versione collettiva. Intervista a Adalinda Gasparini, Claudia Chellini e Laura Cioni, conduzione Daniela Fabrizi.
Rabbia cronica: quando la rabbia copre il dolore

Nella maggior parte dei casi, dietro una rabbia cronica risiede un grande dolore. Una ferita antica e profonda che reclama attenzione. Spesso la rabbia è considerata un’emozione negativa, un qualcosa di cattivo e pericoloso o di cui vergognarsi. In realtà, al pari delle altre emozioni, possiede una sua funzione naturale, indispensabile per il nostro adattamento all’ambiente e la nostra salute. Se viviamo un’ingiustizia o un torto, la rabbia ci viene in soccorso per salvaguardare la nostra persona e i nostri diritti. Tuttavia, quando negata o, al contrario, utilizzata per prevaricare sull’altro, perde questa forma sana e diventa disfunzionale. L’inibizione della rabbia e la rabbia cronica La rabbia può essere proibita da divieti interni, introiettati mediante messaggi genitoriali e modelli di riferimento. Se il riconoscimento e/o l’espressione della rabbia sono inibiti, l’energia emotiva, invece di andare verso l’ambiente, si retroflette sull’organismo. Si scarica su corpo ed emozioni. Assumendo la forma di sintomi e sentimenti autopunitivi di vergogna, indignità, depressione. E, soprattutto, colpa. Salvo venir fuori per accumulo mediante agiti, non di rado pericolosi per se stessi o per gli altri. Se invece la rabbia viene espressa senza però esaurirsi, ma al contrario cronicizzandosi, può esservi un’accusa costante nei confronti di sé, dell’altro e/o della vita, con il prevalere di sentimenti distruttivi ed azioni punitive e vendicative talvolta violente. In questo caso si assiste ad una rabbia smisurata che ha poca attinenza con la situazione reale ma che si fa portavoce di un’esperienza non risolta. Di un passato che continua a riattualizzarsi nel presente, per essere visto ed elaborato. La rabbia può essere stata rinforzata dall’ambiente familiare e culturale e utilizzata in sostituzione di altre emozioni, più difficili da contattare e tollerare. Solitamente, quando si presenta in forma cronica, copre un dolore profondo. La rabbia, la colpa e il dolore La rabbia e la colpa spesso si uniscono nel tentativo comune di evitare il dolore mediante l’accusa. “Non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua…”, ripete con forza lo psicoterapeuta a Will, nella scena più nota del film “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant. Quasi a voler imprimere quelle parole nella sua mente, in modo da rompere la difesa e liberare il pianto. Scacciare via la colpa che il ragazzo si infligge per i traumi della sua infanzia, per essere stato abbandonato e per i maltrattamenti subiti. La colpa era più sopportabile del dolore. E la rabbia aveva creato uno scudo, uno strato di difesa sul cuore. Quando vi è una interruzione nel processo di riconoscimento ed elaborazione del dolore, la persona può rimanere intrappolata nella rabbia come tentativo di evitare di entrare in contatto con la sua reale sofferenza. Ad un livello più profondo, la colpa offre l’illusione onnipotente di avere un controllo e un potere sull’evento traumatico. Una via salvifica dalla ferita originaria. Si tratta di una strategia difensiva messa in atto per evitare il crollo che deriverebbe dall’impattare contro l’esperienza, nella sua nuda e cruda realtà. Elaborare il dolore ed accettare ciò che è stato La maggior parte delle persone teme di sentire il dolore e, ancor di più, non vuole rinunciare a ciò che ha perso, alla speranza di cambiare ciò che non può essere cambiato. E, così, esclude parti proprie e della realtà, finendo con il soffrire di più e con l’ammalarsi. Per non accettare la sofferenza che fa parte della vita, rinuncia a vivere pienamente la propria esistenza. Entrare in contatto con i vissuti sepolti dietro la corazza della rabbia vuol dire innanzitutto connettersi al corpo come luogo del sentire e non solo come mezzo di scarica di una tensione. Il pianto è l’espressione naturale mediante cui poter accedere al proprio dolore, viverlo. Nel respiro, nelle lacrime, nella pelle. Comprenderlo e integrarlo nella propria storia e nella propria esperienza. Fino ad arrivare ad accettare ciò che è stato e ciò che non può essere più. A dire addio a ciò che è definitivamente perduto. Ed è allora che il dolore si riduce, che si eclissa poco a poco lasciando spazio ad altro.
Quiet quitting: il lavoro senza coinvolgimento

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, si parla sempre più spesso di “quiet quitting”, letteralmente “abbandono silenzioso”.Ma non si tratta di licenziarsi, bensì di qualcosa di più sottile: rinunciare al coinvolgimento emotivo nel lavoro, svolgendo solo le mansioni minime necessarie, senza slancio o investimento personale. Un fenomeno sempre più comune tra giovani adulti, ma che riguarda anche professionisti esperti, manager, insegnanti, operatori sanitari. Cosa spinge verso il quiet quitting? Molti fattori psicologici contribuiscono:• Senso di sfruttamento o mancanza di riconoscimento• Stanchezza emotiva cronica (spesso vicina al burnout)• Valori disallineati con quelli dell’organizzazione• Percezione che “dare di più non serva a nulla”• Ricerca di un equilibrio vita-lavoro che finora è mancato Non è sempre un segno di svogliatezza: può essere una forma di auto-protezione, un tentativo (più o meno consapevole) di preservare il proprio benessere mentale. Quali rischi comporta? • Sul piano individuale: frustrazione, apatia, demotivazione profonda.• Sul piano organizzativo: perdita di creatività, spirito d’iniziativa, collaborazione.• Sul piano relazionale: calo della qualità delle interazioni tra colleghi e con i superiori. Cosa può fare la psicologia? 1. Ascoltare il disagio senza giudizio: il quiet quitting è un sintomo, non il problema.2. Promuovere ambienti di lavoro sani, in cui il benessere psicologico sia un obiettivo e non un lusso.3. Lavorare sull’identità professionale: aiutare le persone a ritrovare un senso nel lavoro che fanno.4. Favorire la comunicazione interna tra lavoratori e datori di lavoro per prevenire il disimpegno. Il quiet quitting è un segnale forte: ci dice che molte persone non vogliono più sacrificare la propria salute mentale per il lavoro.Ma ci ricorda anche che serve un nuovo patto tra persone e organizzazioni, fondato su rispetto, ascolto e reciprocità. Se senti che stai vivendo qualcosa di simile, parlarne con uno psicologo può aiutarti a capire se è solo stanchezza passeggera o il segnale di un malessere più profondo da affrontare.
Questo non si dice!Frasi da non dire ai bambini
Quante volte ci scappano frasi di cui ci pentiamo!quali sono le frasi da non dire ai bambini per preservare la loro integrita’? Le parole hanno un peso, sia quando ci confrontiamo tra adulti, sia, ancora di più, quando parliamo ai più piccoli. Il modo in cui si esprimono i genitori,i nonni e chi sta attorno al bambino, influenza la crescita dei bambini. Usare un linguaggio positivo aiuta a stimolare l’interlocutore. I bambini, in particolare, prendono per vero tutto quello che sentono, per questo ora più che mai chi circonda un bambino dovrebbe prendersi un attimo per riflettere su alcune frasi dirette ai bambini. Parlare ai bambini è un atto di responsabilità e va preso sul serio. quali sono le frasi da evitare? 1. “Se fai così non ti voglio più bene” Assolutamente da evitare dal momento che il suo effetto è devastante. Si tratta infatti di un vero ricatto emotivo, il piccolo viene sottoposto a un inutile stress nel timore di perdere l’amore, ritiene inoltre che sia tutta colpa sua. Con questa frase si incentiva il senso di colpa. Il bimbo invece dovrebbe sempre avvertire l’affetto e il bene familiare 2. “Faccio io, tu non sei capace” Dire a un bambino che non è capace a fare qualcosa è un modo sbagliato di definirlo come inetto. Lasciatelo fare e intervenite solo se lui vi chiede aiuto. 3. “Sei cattivo” Mai mettere il bambino in cattiva luce, è necessario invece spiegare che quel comportamento non è educato. Limitate anche gli aggettivi: “buono”, “capriccioso”, “brutto”, se ripetete a un bimbo che è cattivo finirà per crederci e ad esserlo. 4. “Tuo fratello (sorella) si comporta bene, perché tu no?” Ogni bimbo è a sé e a nessuno piace essere oggetto di paragoni con altri, soprattutto se criticato. Il bimbo va valutato nella sua singolarità. Il paragone lo confonde e rende insicuro. L’effetto sarà contrario: protesterà perché risentito e molto probabilmente non farà quello che volete fargli fare. 6. “Vai via!” E’ normale che, ogni tanto, i genitori abbiano bisogno di una pausa. Se però ripetiamo continuamente “Ora ho da fare“, allontanandoli, si convinceranno che non vale la pena parlare con noi. Questo si rifletterà anche nel comportamento in età più adulta. 7. “Piangi per niente!” Mai ridicolizzare i loro dispiaceri, perché così non si sentiranno compresi e, cresciuti, non vi racconteranno i loro problemi più seri. Cercate sempre di consolarli. 8. “Non ci riuscirai mai!” Occorre sempre incoraggiare i bimbi a raggiungere i loro obiettivi, e se non ci riescono li si può aiutare cercando un modo diverso per raggiungerlo o cambiando attività, cercando di non fare pesare la sconfitta. 9. “Sei come tuo padre/madre” Mai sminuire o denigrare un genitore e soprattutto mai paragonare un bambino a un modello negativo. Il piccolo si potrebbe spaventare e chiudere in se stesso. come comportarsi? I bambini, per crescere, devono sentirsi unici, speciali, e avere stima di sé. Se si sentono rifiutati, cresceranno insicuri e timorosi. Cerchiamo di guardare più spesso negli occhi i bambini e comunicargli che sono preziosi anche nelle loro imperfezioni. Solo cosi’ diverranno adulti che sanno amare.
Questo articolo contiene un omicidio

Non è vero, naturalmente, ma avete iniziato a leggerlo e questo ci aiuta aintrodurre l’argomento di oggi. In un recente articolo sulla rivista Nature Human Behaviour, dal titolo “La negatività guida il consumo di notizie online”, si fa luce su quello che un po’ tutti avevamo già intuito, in qualità di consumatori di notizie sul web: la negatività attira i click e questo spiega l’abbondanza di articoli e notizie di una certa tonalità che affollano ogni giorno la rete. Ma qual è il motivo di tanto successo della negatività e del male?I ricercatori hanno analizzato oltre centomila articoli di un sito di notizie spesso banali e di curiosità, Upworthy, che vanta un bacino enorme di lettori, e sono giunti alla conclusione che ogni parola negativa aumenta la percentuale di click di oltre il 2%, che sui grandissimi numeri significa un dato assai rilevante e appetibile per chi pubblica. Secondo lo studio, è vero addirittura il contrario: “La presenza di parole positive nel titolo di una notizia riduce significativamente la probabilità che un titolo venga cliccato”. Claire E. Robertson, della New York University, coautrice dell’articolo citato, afferma che questo risultato non è una novità. Le cattive notizie ottengono naturalmente più attenzione: questo è sensato, aggiungo, perché la prima attenzione della nostra specie è quella di proteggersi dai pericoli; di conseguenza, siamo ovviamente più sollecitati e attivati dagli stimoli di allarme, anche nel caso in cui si tratti di notizie che non ci riguardano direttamente. Ma anche le storie banali e senza importanza, se vengono tinte di nero ad arte, attirano più interesse? Secondo la dottoressa Robertson è proprio così: anche nel caso della stessa identica notizia, “inquadrare in modo più negativo aumenta il coinvolgimento” Ma attenzione: questo non vale per tutto quello che viene pubblicato sul web: si tratta di una caratteristica tipica nel caso delle notizie (che sono peraltro una minima parte della dieta digitale quotidiana del consumatore). Un’analisi del 2021, di ben 126.301 post su Twitter, ha rilevato, ad esempio, che i post personali con emozioni positive avevano molte più probabilità di diventare virali. Invece, nel caso delle notizie, cioè delle informazioni su ciò che accade nel mondo reale, la negatività garantisce, in modo inequivocabile e significativo, un maggiore aumento del traffico. La ricerca citata ha convalidato numerosi altri studi che dimostrano che le persone sono particolarmente propense a consumare notizie politiche ed economiche “quando sono negative” e che le emozioni ad alto grado di eccitazione – come l’indignazione – hanno maggiori probabilità di essere condivise dagli utenti. È ovvio che ci sono molti eventi negativi nella realtà quotidiana e chi fa cronaca deve giustamente comunicarli, senza ipocrite edulcorazioni; ma è interessante riportare il pensiero di Derek Thompson, giornalista e opinionista statunitense, che mette in guardia su questo punto, perché: “sensazionalizzare le notizie negative, ignorando le storie positive, può gradualmente desensibilizzare il pubblico verso problemi veramente gravi, sopraffare le persone con un senso di rovina globale, disinformare il pubblico sulle opportunità per migliorare il mondo”. Ecco: credo che valga la pena di riflettere su questo aspetto.I social amplificano la negatività, la rabbia, il disfattismo per aumentare il coinvolgimento e in questo modo utilizzano la nostra naturale attenzione al pericolo. Ma, come scrive Thompson, le istituzioni giornalistiche e mediatiche rischiano di seguire questa tendenza per incontrare il maggior interesse dei lettori, in un ecosistema affollatissimo e in cui è facile passare inosservati, data l’abbondanza dell’offerta. Il rischio, in questa situazione, è di aumentare in modo talmente esponenziale la dose di negatività diffusa da paralizzare in qualche modo le persone: se non c’è materiale per la speranza, si arriva progressivamente a sospendere ogni attività che si proponga di incidere sul futuro. E forse questo è il vero delitto, che meriterebbe tutta la nostra attenzione. Oltre a qualche risposta adulta.
Quel pomeriggio particolare…

Prof. Alberto Grasso, Docente E m e r i t o i n R i a b i l i t a z i o n e Neurologica – Università degli Studi Napoli “Federico II”; Specialista in Malattie Nervose e Mentali; Specialista in Fisiatria; Specialista in Medicina dello Sport Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania E’ con grande piacere che ho raccolto l’invito del Dr. Michele Lepore di rievocare quel tempo pionieristico della riabilitazione neuro-motoria che intravidi potesse necessariamente transitare da “Scienza empirica” “ a Scienza basata sulla evidenza della efficacia terapeutica. Siamo agli inizi degli anni novanta e d i n C l i n i c a N e u r o l o g i c a dell’Università degli Studi di Napoli al Policlinico Federico II – edificio dove lavoravamo io e Dario Grossi, io al quarto Piano in Riabilitazione Neurologica e Dario nel “ corpo b a s s o ” a p i a n o t e r r a i n Neuropsicologia. La Riabilitazione Neurologica stava e v o l v e n d o s i i n t e r m i n i d i metodologie applicative sofisticate: utilizzavamo infatti, tra i primi in I t a l i a , l ’ E s e r c i z i o Cognitivo Terapeut ico (Per fet t i ) , vincol i muscolo-cutanei (Grasso) per utilizzare la sensibilità cutanea propriocettiva ed esterocettiva quale elemento integrato di innesco “del l ’at to motor io defici tar io” seguendo la Teoria del “Caos Sensoriale” (Kelso). Lavoravamo a compartimenti stagni ma, essendo amici da anni, spesso ci scambiavamo pareri sulle nostre attività di ricerca clinica in campo neurologico. Un pomeriggio scesi giù e Dario mi parlò della pubblicazione della TERADIC (con Renato Angelini), una batteria per la riabilitazione della Aprassia Costruttiva che seguiva un approccio strategico innovativo. Trovai la cosa molto interessante ed il modello illustrato nel lavoro mi stuzzicò a proporgli un’applicazione pratica nel recupero funzionale del n e u r o l e s o , c h e r i t e n e v o fondamentale sia come diagnostica c h e c o m e i n d i s p e n s a b i l e implementazione del progetto r iabi l i tat ivo neuromotor io. Far evolvere quindi la Neuropsicologia da speculativa ad applicativa. Organizzai così un protocollo attuativo presso una clinica riabilitativa ove gli feci trovare una equipe di Psicologi che già lavoravano nel gruppo, che plasmò trasformandoli in Neuropsicologi Riabilitativi. Con riluttanza prima e, man mano, con sempre più entusiasmo scese dalla “torre eburnea”, come egli ebbe a dire una volta, ed iniziammo a d u p l i c a r e i l p r o t o c o l l o Neuropsicologico cognitivo come parte integrante del Progetto di Recupero Funzionale Neurologico. Quel pomeriggio particolare fu una b e l l a o c c a s i o n e p e r c r e a r e un’evoluzione della Neuropsicologia, un arricchimento personale ed anche della Neuro-riabilitazione. Dieci anni dopo circa sarebbe stato pubblicato il libro “Amnesia e disturbi della cognizione spaziale” con i r i s u l t a t i d i q u e l p e r i o d o d i s p e c u l a z i o n e t e o r i c a e sperimentazione clinica. Rievocare è bello quando si tratta di amicizia e ricerca come in questo caso. Grazie