Realtà virtuale e salute mentale

La salute mentale può essere considerata come un continuum, che ha come estremità da una parte il benessere, inteso come un equilibrio tra la presenza o meno di sintomi psicopatologici, un livello adeguato di autonomia funzionale, occupazionale e nella gestione del tempo libero e all’altra estremità il malessere inteso come sindrome psicopatologica. Secondo molti autori ed esperti, la tecnologia ha elevato la nostra evoluzione, ampliando a dismisura la nostra capacità di sfruttare le affordances, cioè gli stimoli salienti per il nostro sistema fisiologico e neurofisiologico, e del nostro Umwelt, ovvero l’ambiente e lo spazio in cui avvengono le continue relazioni di sistema tra noi e i “nostri” stimoli-affordances. Le tecnologie allora possono essere considerate dei nuovi stimoli salienti di questo sistema, in grado di essere al servizio dei nostri bisogni e motivazioni, rendendo sicuramente diversa, auspicabilmente migliore, la nostra user experience nella realtà che ci circonda e a cui apparteniamo. L’uso della Realtà Virtuale nell’ambito della salute I principali campi di applicazione della realtà virtuale sono la medicina (in particolare per l riabilitazione motoria e cognitiva) e la psicologia (specie per il trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento alimentare). Attraverso la realtà virtuale, grazie a una strumentazione apposita come un visore, l’utente viene “spostato” dal suo mondo fisico e viene inserito in una percezione di un ambiente virtuale; maggiore è la stimolazione dei sensi nella persona, quindi non solo vista ma anche udito, tatto, e olfatto, e maggiore sarà il senso di presenza, immersività e verosimiglianza dell’esperienza reale-virtuale. La persona all’interno dell’ambiente virtuale sarà libera di interagire e agire con oggetti e con altre persone in formato virtuale-avatar e, cosa da non sottovalutare, potrà farlo in tempo reale. La presenza comporta la sensazione di essere lì, nel luogo virtuale e non in quello fisico dove l’utente si trova realmente (Lallart, 2009), a tal punto che il Sistema Nervoso Autonomo reagisce come se avesse davanti la situazione reale corrispondente. Tale approccio è particolarmente utile anche nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo in quanto le suddette tecniche sembrano essere particolarmente utili se finalizzate ai processi di integrazione funzionale, ma soprattutto per l’incremento della comunicazione. Bibliografia Chen, J. L., Leader, G., Sung, C., & Leahy, M. (2015). Trends in employment for individuals with Autism Spectrum Disorder: A review of the research literature. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2), 115-127. Chung, E. Y.-h. (2020). Robot-mediated social skill intervention programme for children with Autism Spectrum Disorder: An ABA time-series study. International Journal of Social Robotics. Hill, D. A., Belcher, L., Brigman, H. E., Renner, S., & Stephens, B. (2013). The apple ipad(TM) as an innovative employment support for young adults with Autism Spectrum Disorder and other developmental disabilities. Journal of Applied Rehabilitation Counseling, 44(1), 28-37. Hillier, A., Campbell, H., Mastriani, K., Izzo, M. V., Kool-Tucker, A. K., Cherry, L., & Beversdorf, D. Q. (2007). Two-year evaluation of a vocational support program for adults on the autism spectrum. Career Development for Exceptional Individuals, 30(1), 35-47. Huijnen, C. A. G. J., Lexis, M. A. S., Jansens, R., & de Witte, L. P. (2016). Mapping robots to therapy and educational objectives for children with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(6), 2100-2114.

Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi.  Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina.  Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva.  Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia?  Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale.   Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.

RareMenti: persone e ricerca in connessione

di Antonella Esposito Il 28 febbraio 2025, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, Sorrento ha ospitato l’evento “RareMenti: Persone e Ricerca in Connessione”, organizzato dal Centro Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS. Sotto la direzione scientifica della Dott.ssa Antonella Esposito, psicoterapeuta esperta in malattie rare, l’incontro si è tenuto presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento dalle 9:00 alle 18:00. L’evento ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle malattie rare, promuovere la formazione dei professionisti sanitari e creare una rete di confronto tra esperti, associazioni e pazienti. Il programma ha incluso sessioni plenarie con interventi di esperti internazionali, una tavola rotonda delle associazioni di pazienti e la presentazione di una ricerca psicosociale su pazienti e caregiver. Inoltre, è stato assegnato il Premio RareMenti 2025, dedicato a giovani psicoterapeuti che hanno presentato le loro ricerche o esperienze cliniche sulle sindromi genetiche rare. Un momento significativo è stato la presentazione del libro della Dott.ssa Esposito, “La Consegna della Diagnosi nelle Malattie Rare – Il Modello della Comunicazione Integrata e Trasformativa del Sé” – Edizioni Themis, che ha introdotto un approccio innovativo per supportare pazienti e famiglie nel delicato processo di comunicazione della diagnosi. L’importanza della psicologia e della psicoterapia nella gestione delle malattie rare è stata sottolineata durante l’evento. La presa in carico della persona con malattia rara non riguarda solo l’aspetto medico, ma coinvolge l’intero ecosistema relazionale: famiglia, caregiver, insegnanti, partner e medici. La psicoterapia promuove consapevolezza e accettazione, trasformando l’esperienza della malattia in un’opportunità di crescita e adattamento. La formazione di nuovi specialisti in questo campo è stata riconosciuta come cruciale per garantire un supporto psicologico integrato in ogni fase della presa in carico. L’evento ha ottenuto il patrocinio oneroso della SITCC – Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, che ha permesso l’accreditamento per gli ECM (Educazione Continua in Medicina) per tutte le professioni sanitarie. Questo riconoscimento ha sottolineato l’importanza della formazione continua e dell’approccio multidisciplinare nella gestione delle malattie rare. La partecipazione all’evento è stata gratuita, ma era necessaria l’iscrizione, disponibile sia per la modalità in presenza (fino ad esaurimento posti) che online. Questo evento ha rappresentato un’occasione unica per sensibilizzare il pubblico, promuovere la collaborazione tra esperti e comunità locali e valorizzare il ruolo delle istituzioni e delle associazioni nel supporto alle persone con malattie rare.

Rappresentazioni grafiche e interferenze psicodinamiche

La rappresentazione grafica permette di esplorare profondamente la personalità, i conflitti e le relazioni di una persona. Si possono evidenziare conflitti ed eventuali ostacoli interiori. Ecco, dunque, le interferenze psicodinamiche. Nell’atto del disegnare, infatti, si può sperimentare una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva, che consente di mettere in luce pensieri repressi o sentimenti nascosti. Nei disegni si possono rivelare pensieri repressi e sentimenti nascosti, offrendo una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva. Questo include le interferenze psicodinamiche che possono emergere durante il processo creativo.

Rapporto tra social network e psicologia: i nuovi disturbi psicologici

Nei precedenti articoli abbiamo sviscerato da differenti prospettive il rapporto tra la psicologia e la tecnologia: abbiamo visto gli effetti sul comportamento e sul pensiero critico, le ricadute sociali, comunicative e relazionali connesse all’utilizzo dei social network e l’impatto dei nuovi modelli del “villaggio globale” nella costruzione della propria identità e dei rapporti interpersonali. Oggi approfondiremo la sezione più scomoda dell’intricato rapporto tra psicologia e strumenti digitali, ovvero i nuovi disturbi psicologici derivanti dall’uso improprio o compulsivo di internet e dei social. L’information overload addiction è una forma di dipendenza comportamentale che presenta caratteristiche ossessivo-compulsive e costringe l‘utente a navigare continuamente sul web e a ricercare una mole ingente di informazioni allo scopo di essere costantemente aggiornato. La Social Addiction consiste nella necessità di consultare in social in maniera ossessiva e compulsiva e provoca assuefazione, rendendo gli utenti incapaci di disconnettersi. La Nomofobia può essere definita come la paura irrazionale di rimanere disconnessi dal proprio smartphone ed è accompagnata dalla costante sensazione di perdersi qualcosa. Rende gli utenti ossessivi e incapaci di distaccarsi dal proprio cellulare. Un nuovo fenomeno che sta spopolando tra i giovani è il Vamping: l’abitudine di restare svegli fino all’alba, condividendo dei post, messaggiando, giocando, guardando dei video o scrollando tra i feed delle reti sociali. Oltre a delineare una dipendenza nell’uso degli strumenti digitali crea forti scompensi del ritmo sonno-veglia. Infine, la Sindrome di Hikikomori che nasce in Giappone ma si sta espandendo progressivamente in America e in Europa e consiste nel ritirarsi fisicamente dalla vita sociale. Un isolamento volontario totale che colpisce gli individui più introversi e sensibili e presenta una forte correlazione con la dipendenza da internet. Per contrastare l’insorgenza di questi disturbi sarebbe opportuno investire nell’educazione digitale a partire dall’età scolare, affichè i ragazzi apprendano sia dalla famiglia che dalla scuola gli strumenti di base per vivere serenamente e consapevolmente il rapporto con la tecnologia.

Racconto: Ragione e sentimento

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Non ne faccio una buona! Ha ragione Michele, non sono capace di tenere in ordine neanche in casa… eppure vorrei che fosse più gentile con me, invece mi rinfaccia tutte le mie mancanze. Ieri sera, ad esempio, è tornato a casa dopo essere stato tutto il giorno in cerca di lavoro, mi ha trovata davanti alla TV, è successo un putiferio……. ma lo capisco, lui cerca lavoro nonostante nessuno abbia ancora compreso il suo valore ed io invece me ne sto comodamente a casa. Ma non importa, la prossima volta starò più attenta, farò un respiro profondo e quando tornerà a casa, di nuovo nervoso, come sempre ormai, mi controllerò e non risponderò a nessuna delle sue accuse così dopo un po’ gli passerà e verrà a scusarsi con me e sarà di nuovo tutto come prima…….sì, come prima.. all’inizio che stavamo insieme. Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo baciati, io ero scoppiata a piangere mentre prendevamo il caffè al bar, lui mi ha chiesto. “Perchè?” Io, senza quasi conoscerlo, istintivamente gli ho risposto: ” Ho litigato con i miei !” Lui mi ha chiesto : “Perché?” “Mi credono un’incapace, criticano ogni mia scelta. Sai cosa penso? Non credo mi abbiano mai amato, in realtà non so neanche se mi abbiano veramente voluto o se sono capitata per caso…” Lui mi ha sorriso, mi ha accarezzato la faccia e guardandomi dritta negli occhi mi ha detto: ” Non piangere, i tuoi sono degli stupidi e non meritano le tue lacrime. Da oggi in poi non permetterò più a nessuno di farti piangere!”. Poi mi ha baciata e mi ha portato via con se….. Da allora quante cose sono cambiate… ho lasciato il lavoro per seguirlo a Milano, facevo l’operaia in una fabbrica di gelati, mi trovavo bene, mi pagavano per quello che mi serviva, ma non mi è dispiaciuto mollare tutto. In fondo non me ne fregava niente dei colleghi, sembravano anche dispiaciuti, alcuni, ma si sa – la gente finge!-. e poi Michele mi diceva che avrebbe pensato a tutto lui. Avrebbe pensato lui a me, ed io gli ho creduto. Finalmente non avevo più bisogno di badare a me stessa, di mostrare ai miei che sono capace di mantenere uno schifo di lavoro. Bastava che mi occupassi solo di noi due, io e Michele, insieme per sempre… Eppure ora che ci penso, Ormai non ricordo neanche più il tempo in cui assomigliava al mio cavaliere in armatura scintillante. Può sembrare strano ma oggi di scintillante ricordo solo il riflesso della lampada operatoria che mi hanno puntato in faccia l’ultima volta che sono stata in ospedale. Mi hanno ricucito in anestesia locale, sei punti sulla guancia destra. Al pronto soccorso ho raccontato che sono inciampata in cucina e che sono rovinata sul ceppo dei coltelli lasciati fuori posto. Ed effettivamente potrebbe essere successo realmente così data la mia sbadataggine . A volte me la racconto proprio così …… Michele mi ha portato in ospedale, aveva tutta l’aria di un fidanzato premuroso e spaventato, ma quando sono tornata a casa gliel’ho rinfacciata la questione del coltello e lui di risposta, con la solita area da cane bastonato mi ha giurato che è stato solo un momento di rabbia . Mi ha precisato, come spesso avviene, che di certo io sono l’unica donna che e’ stata capace di fargli perdere la testa. Il giorno dopo e tutti i giorni per un mese intero mi ha regalato rose rosse …. Non mi sono mai vista come una capace di far perdere la testa agli uomini, anzi mi sono sempre considerata il brutto anatroccolo della compagnia, ogni mia compagna è sempre stata più bella, attraente e capace di me. Nonostante ciò, stranamente, c’è ne sono stati di uomini che mi hanno guardato e spesse volte con intenzioni poco romantiche, ma si sa, gli uomini non si fanno problemi. Adesso, però, non è più tempo di perdermi in pensieri negativi! I cinque minuti che dice il bugiardino sono abbondantemente passati… faccio un respiro profondo e dopo con decisione aprirò la porta del bagno. Meglio farla da sola questa cosa… d’altra parte non c’è un’amica di cui mi fidi e Michele è l’ultimo a cui potrei dirlo. Io sono un tipo regolare, ogni 28 giorni, come un orologio, è sempre stata l’unica cosa stabile della mia vita! Perciò, ieri, dopo sette giorni di ritardo, mi sono fatta coraggio e ho chiesto alla commessa della farmacia un test di gravidanza. Mi sono fatta di mille colori, come una tredicenne beccata in peccato, ma oggi in realtà di anni ne compio trenta! Eppure non riesco a pensare a me come ad una trentenne… come hanno fatto a passarmi tutti questi anni addosso senza che me ne accorgessi?! Oggi compio trent’anni e dietro la porta di questo bagno potrebbe esserci una bella sorpresa, un regalo tutto per me, solo per me, un figlio mio! Non sarei mai più sola…. Ma se non mi andasse bene neanche questa cosa farò? Che alternativa avrei, con Michele non ci resto se non mi dà almeno un figlio, potrebbe essere l’unico modo per risarcirmi di tutte le cose brutte che ho dovuto sopportare! Dai miei non ci torno di certo, la soddisfazione di sentirmi dire “Te l’avevamo detto! Sbagli sempre”, non gliela do. Senza un figlio, senza un uomo, senza un lavoro, senza una famiglia, cosa mi resterebbe? Solo quella faccia di plastica della dottoressa che mi ha incastrato al consultorio famigliare, dove mi ha portata Camilla, la nostra vicina, quella volta che mi ha vista piangere di rabbia fuori all’uscio della porta perchè Michele mi aveva punita chiudendomi fuori casa. Dottoressa poi…. Forse una psicologa? Mi pare. Ha finto di interessarsi a me come di certo farà con tutte le disgraziate che le capitano ogni giorno. Mi ha detto che se ho bisogno di lasciare casa lì possono aiutarmi. Ho sorriso, finta come lei, ho ringraziato ma le ho detto che

Racconti, miti e invenzioni a scuola: la forza della versione collettiva

Sorprese, spunti, e formidabili soluzioni creative dei piccoli autori alle elementari. Come costruire un narratore potenziale di classe: coinvolgimento dei bambini, lettura del mito, interpretazione individuale e versione collettiva. Intervista a Adalinda Gasparini, Claudia Chellini e Laura Cioni, conduzione Daniela Fabrizi.

Rabbia cronica: quando la rabbia copre il dolore

Nella maggior parte dei casi, dietro una rabbia cronica risiede un grande dolore. Una ferita antica e profonda che reclama attenzione. Spesso la rabbia è considerata un’emozione negativa, un qualcosa di cattivo e pericoloso o di cui vergognarsi. In realtà, al pari delle altre emozioni, possiede una sua funzione naturale, indispensabile per il nostro adattamento all’ambiente e la nostra salute. Se viviamo un’ingiustizia o un torto, la rabbia ci viene in soccorso per salvaguardare la nostra persona e i nostri diritti. Tuttavia, quando negata o, al contrario, utilizzata per prevaricare sull’altro, perde questa forma sana e diventa disfunzionale. L’inibizione della rabbia e la rabbia cronica La rabbia può essere proibita da divieti interni, introiettati mediante messaggi genitoriali e modelli di riferimento. Se il riconoscimento e/o l’espressione della rabbia sono inibiti, l’energia emotiva, invece di andare verso l’ambiente, si retroflette sull’organismo. Si scarica su corpo ed emozioni. Assumendo la forma di sintomi e sentimenti autopunitivi di vergogna, indignità, depressione. E, soprattutto, colpa. Salvo venir fuori per accumulo mediante agiti, non di rado pericolosi per se stessi o per gli altri. Se invece la rabbia viene espressa senza però esaurirsi, ma al contrario cronicizzandosi, può esservi un’accusa costante nei confronti di sé, dell’altro e/o della vita, con il prevalere di sentimenti distruttivi ed azioni punitive e vendicative talvolta violente. In questo caso si assiste ad una rabbia smisurata che ha poca attinenza con la situazione reale ma che si fa portavoce di un’esperienza non risolta. Di un passato che continua a riattualizzarsi nel presente, per essere visto ed elaborato. La rabbia può essere stata rinforzata dall’ambiente familiare e culturale e utilizzata in sostituzione di altre emozioni, più difficili da contattare e tollerare. Solitamente, quando si presenta in forma cronica, copre un dolore profondo. La rabbia, la colpa e il dolore La rabbia e la colpa spesso si uniscono nel tentativo comune di evitare il dolore mediante l’accusa. “Non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua…”, ripete con forza lo psicoterapeuta a Will, nella scena più nota del film “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant. Quasi a voler imprimere quelle parole nella sua mente, in modo da rompere la difesa e liberare il pianto. Scacciare via la colpa che il ragazzo si infligge per i traumi della sua infanzia, per essere stato abbandonato e per i maltrattamenti subiti. La colpa era più sopportabile del dolore. E la rabbia aveva creato uno scudo, uno strato di difesa sul cuore. Quando vi è una interruzione nel processo di riconoscimento ed elaborazione del dolore, la persona può rimanere intrappolata nella rabbia come tentativo di evitare di entrare in contatto con la sua reale sofferenza. Ad un livello più profondo, la colpa offre l’illusione onnipotente di avere un controllo e un potere sull’evento traumatico. Una via salvifica dalla ferita originaria. Si tratta di una strategia difensiva messa in atto per evitare il crollo che deriverebbe dall’impattare contro l’esperienza, nella sua nuda e cruda realtà. Elaborare il dolore ed accettare ciò che è stato La maggior parte delle persone teme di sentire il dolore e, ancor di più, non vuole rinunciare a ciò che ha perso, alla speranza di cambiare ciò che non può essere cambiato. E, così, esclude parti proprie e della realtà, finendo con il soffrire di più e con l’ammalarsi. Per non accettare la sofferenza che fa parte della vita, rinuncia a vivere pienamente la propria esistenza. Entrare in contatto con i vissuti sepolti dietro la corazza della rabbia vuol dire innanzitutto connettersi al corpo come luogo del sentire e non solo come mezzo di scarica di una tensione. Il pianto è l’espressione naturale mediante cui poter accedere al proprio dolore, viverlo. Nel respiro, nelle lacrime, nella pelle. Comprenderlo e integrarlo nella propria storia e nella propria esperienza. Fino ad arrivare ad accettare ciò che è stato e ciò che non può essere più. A dire addio a ciò che è definitivamente perduto. Ed è allora che il dolore si riduce, che si eclissa poco a poco lasciando spazio ad altro.

Quiet quitting: il lavoro senza coinvolgimento

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, si parla sempre più spesso di “quiet quitting”, letteralmente “abbandono silenzioso”.Ma non si tratta di licenziarsi, bensì di qualcosa di più sottile: rinunciare al coinvolgimento emotivo nel lavoro, svolgendo solo le mansioni minime necessarie, senza slancio o investimento personale. Un fenomeno sempre più comune tra giovani adulti, ma che riguarda anche professionisti esperti, manager, insegnanti, operatori sanitari.  Cosa spinge verso il quiet quitting? Molti fattori psicologici contribuiscono:• Senso di sfruttamento o mancanza di riconoscimento• Stanchezza emotiva cronica (spesso vicina al burnout)• Valori disallineati con quelli dell’organizzazione• Percezione che “dare di più non serva a nulla”• Ricerca di un equilibrio vita-lavoro che finora è mancato Non è sempre un segno di svogliatezza: può essere una forma di auto-protezione, un tentativo (più o meno consapevole) di preservare il proprio benessere mentale.  Quali rischi comporta? • Sul piano individuale: frustrazione, apatia, demotivazione profonda.• Sul piano organizzativo: perdita di creatività, spirito d’iniziativa, collaborazione.• Sul piano relazionale: calo della qualità delle interazioni tra colleghi e con i superiori.  Cosa può fare la psicologia? 1. Ascoltare il disagio senza giudizio: il quiet quitting è un sintomo, non il problema.2. Promuovere ambienti di lavoro sani, in cui il benessere psicologico sia un obiettivo e non un lusso.3. Lavorare sull’identità professionale: aiutare le persone a ritrovare un senso nel lavoro che fanno.4. Favorire la comunicazione interna tra lavoratori e datori di lavoro per prevenire il disimpegno.  Il quiet quitting è un segnale forte: ci dice che molte persone non vogliono più sacrificare la propria salute mentale per il lavoro.Ma ci ricorda anche che serve un nuovo patto tra persone e organizzazioni, fondato su rispetto, ascolto e reciprocità. Se senti che stai vivendo qualcosa di simile, parlarne con uno psicologo può aiutarti a capire se è solo stanchezza passeggera o il segnale di un malessere più profondo da affrontare.

Questo non si dice!Frasi da non dire ai bambini

Quante volte ci scappano frasi di cui ci pentiamo!quali sono le frasi da non dire ai bambini per preservare la loro integrita’? Le parole hanno un peso, sia quando ci confrontiamo tra adulti, sia, ancora di più, quando parliamo ai più piccoli. Il modo in cui si esprimono i genitori,i nonni e chi sta attorno al bambino, influenza la crescita dei bambini. Usare un linguaggio positivo aiuta a stimolare l’interlocutore. I bambini, in particolare, prendono per vero tutto quello che sentono, per questo ora più che mai chi circonda un bambino dovrebbe prendersi un attimo per riflettere su alcune frasi dirette ai bambini. Parlare ai bambini è un atto di responsabilità e va preso sul serio. quali sono le frasi da evitare? 1. “Se fai così non ti voglio più bene” Assolutamente da evitare dal momento che il suo effetto è devastante. Si tratta infatti di un vero ricatto emotivo, il piccolo viene sottoposto a un inutile stress nel timore di perdere l’amore, ritiene inoltre che sia tutta colpa sua. Con questa frase si incentiva il senso di colpa. Il bimbo invece dovrebbe sempre avvertire l’affetto e il bene familiare 2. “Faccio io, tu non sei capace” Dire a un bambino che non è capace a fare qualcosa è un modo sbagliato di definirlo come inetto. Lasciatelo fare e intervenite solo se lui vi chiede aiuto. 3. “Sei cattivo” Mai mettere il bambino in cattiva luce, è necessario invece spiegare che quel comportamento non è educato. Limitate anche gli aggettivi: “buono”, “capriccioso”, “brutto”, se ripetete a un bimbo che è cattivo finirà per crederci e ad esserlo. 4. “Tuo fratello (sorella) si comporta bene, perché tu no?” Ogni bimbo è a sé e a nessuno piace essere oggetto di paragoni con altri, soprattutto se criticato. Il bimbo va valutato nella sua singolarità. Il paragone lo confonde e rende insicuro. L’effetto sarà contrario: protesterà perché risentito e molto probabilmente non farà quello che volete fargli fare. 6. “Vai via!” E’ normale che, ogni tanto, i genitori abbiano bisogno di una pausa. Se però ripetiamo continuamente “Ora ho da fare“, allontanandoli, si convinceranno che non vale la pena parlare con noi. Questo si rifletterà anche nel comportamento in età più adulta. 7. “Piangi per niente!” Mai ridicolizzare i loro dispiaceri, perché così non si sentiranno compresi e, cresciuti, non vi racconteranno i loro problemi più seri. Cercate sempre di consolarli. 8. “Non ci riuscirai mai!” Occorre sempre incoraggiare i bimbi a raggiungere i loro obiettivi, e se non ci riescono li si può aiutare cercando un modo diverso per raggiungerlo o cambiando attività, cercando di non fare pesare la sconfitta. 9. “Sei come tuo padre/madre” Mai sminuire o denigrare un genitore e soprattutto mai paragonare un bambino a un modello negativo. Il piccolo si potrebbe spaventare e chiudere in se stesso. come comportarsi? I bambini, per crescere, devono sentirsi unici, speciali, e avere stima di sé. Se si sentono rifiutati, cresceranno insicuri e timorosi. Cerchiamo di guardare più spesso negli occhi i bambini e comunicargli che sono preziosi anche nelle loro imperfezioni. Solo cosi’ diverranno adulti che sanno amare.