Immagine Di Sé E Social Media Pt.2

Exaucee porta una riflessione sull’impatto dei social media sull’immagine che gli adolescenti hanno di sé e sul loro benessere, partendo da un fatto di cronaca recente. Per la Pt.1 clicca qui
Quando l’amore finisce: sostegno psicologico al termine di una relazione

La fine di una relazione d’amore rappresenta per le persone un momento di profonda crisi soprattutto quando la scelta non è propria ma del partner. La fine di una relazione, che sia un fidanzamento, una convivenza, un matrimonio e che ci siano figli o meno richiede una profonda riorganizzazione. Le persone che si costituiscono come coppia in modo naturale perdono o acquistano ‘parti’ che si strutturano e sedimentano nel tempo. Quando una relazione finisce ci si trova a fare i conti con un processo di ‘ristrutturazione e di ridefinizione’ di se stessi in termini di ruoli e funzioni. In alcuni momenti questo processo può diventare particolarmente faticoso e ci può essere la necessità di un contenimento e di una guida, contemporaneamente può diventare un’occasione per conoscersi un più profondamente. La persona che ha un cosiddetto ‘attaccamento insicuro’ può avere maggiori difficoltà. Cosa significa avere un attaccamento insicuro? L’iniziatore e il principale teorico di riferimento in tale ambito è stato John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico. Questi, interessandosi particolarmente alla natura del rapporto madre-figlio e alle possibili conseguenze sulla personalità dei bambini di un’eventuale separazione precoce dalla madre in età infantile, ha elaborato la teoria dell’attaccamento. I bambini con questo stile sono insicuri nell’esplorazione del mondo, hanno la convinzione di non essere amati, tendono ad evitare la relazione per la convinzione del rifiuto e hanno un’apparente esclusiva fiducia in se stessi. Il sé è visto come positivo e affidabile mentre l’altro come negativo e inaffidabile. Solitamente la madre non è riuscita a rispondere alle richieste del bambino in modo affidabile e ciò non ha permesso di sperimentare di nutrire una fiducia piena. Quando poi quel bambino cresce nella relazione di coppia potrebbe ‘ricercare’ in maniera inconsapevole una ‘conferma’ all’inaffidabilità dell’altro ‘scegliendo’ un partner che ne ricordi le caratteristiche. Il fallimento della relazione ‘svela’ talvolta questo tipo di dinamiche. La fine di una relazione può essere il momento per poter ritirare su se stessi i propri investimenti emotivi e conoscersi profondamente per uscire da dinamiche disfunzionali che si ripetono e che portano a sofferenza.
Il conflitto interiore: riconoscerlo per superarlo

Alla base di ogni situazione problematica e di ogni sintomo vi è sempre un conflitto: una lotta più o meno consapevole tra parti interne. Molte persone arrivano in terapia lamentando di non saper cosa fare nella situazione che stanno vivendo. Alcune volte descrivono un vissuto generalizzato ed in figura non c’è un conflitto vero e proprio, ma una sensazione diffusa di smarrimento e impotenza. Altre volte, invece, vi è un blocco che deriva dal prendere una decisione. “Cosa devo fare?” Nella mia pratica clinica, la domanda che più spesso mi viene rivolta e con cui si arrovella la maggior parte delle persone è: “cosa devo fare?”. L’approccio più comune di fronte ai problemi, ma in generale di fronte alla vita, è quella di dirigere tutta l’attenzione verso la ricerca dell’azione necessaria per uscire fuori dall’impasse. Questa focalizzazione sulla soluzione, in realtà, invece di aiutare, finisce con il rafforzare i meccanismi di evitamento responsabili del malessere. Proviamo ad approfondire questo punto. L’evitamento alla base del malessere Secondo la psicoterapia della Gestalt, il ciclo di contatto o di gratificazione dei bisogni è costituito dalle seguenti fasi: “cosa sento”, “cosa voglio”, “cosa faccio”, “cosa sento dopo averlo fatto”. In ciascuna di queste fasi, può insorgere un conflitto che interrompe il processo naturale ed a volte vi possono essere anche più interruzioni. Il “cosa devo fare”, ad esempio, è spesso l’esito di una interruzione in più fasi. Nella maggior parte dei casi, ciò che accade è che il problema presentato non abbia tanto a che fare con quale sia l’azione più adatta a rispondere alla situazione che si sta vivendo, il “cosa faccio”, ma con qualcosa che viene prima: il “cosa sento” e il “cosa voglio”. Se la persona non è in contatto con ciò che prova e con ciò che vuole, non sarà in grado di riconoscere i propri bisogni e non potrà arrivare nè a scelte nè a comportamenti consapevoli. Nè tantomeno a sentirsi soddisfatta. Con molte probabilità, cercherà all’esterno la risposta che non trova in sè, deresponsabilizzandosi. Il “devo” della domanda, infatti, fa appello ad un genitore che arrivi in soccorso. Portare l’attenzione al corpo, come luogo del sentire, e connettersi ai propri vissuti è l’esperienza principale su cui si fonda la nostra salute. Da cui non possiamo prescindere per vivere in maniera sana e consapevole. Ciò vuol dire riconoscersi in tutti i propri aspetti e, anche, incontrare i propri conflitti. Riconoscere il conflitto Il primo passo per superare qualsiasi conflitto è riconoscerlo. Anche se ovvio, nella realtà molte persone vogliono risolvere senza conoscere. In presenza di un sintomo, ad esempio, si tende a percepire ciò che si manifesta nel corpo come un qualcosa di estraneo di cui doversi sbarazzare in fretta e si può fare molta fatica ad accettare che si tratta invece di parti di sé, da integrare e non da eliminare. Chiarire il conflitto e dargli voce Il secondo passo necessario è chiarire il conflitto e dargli voce. Il lavoro gestaltico accompagna attraverso una modalità esperienziale ad individuare le parti in lotta e poi a metterle in dialogo, esprimendo per ognuna ragioni, emozioni, bisogni. La persona può così esplorare le diverse prospettive e lavorare per la risoluzione. Aumentando la sua presenza, può inoltre accedere ad una consapevolezza piena. Diversamente da ciò che avviene con il solo parlare, lo sperimentare mette in un contatto diretto ed immediato con i propri vissuti. Utilizza insieme ogni livello di funzionamento: cognitivo, emotivo e somatico. Alcune parti sono più difficili da riconoscere e danno molte informazioni sull’origine del blocco. E’ molto comune, ad esempio, il rifiuto a guardare come dentro il “non riesco” si nasconda un “non voglio” e come per una stessa cosa che si desidera fortemente in realtà ci sia anche una volontà contraria. Se guardiamo all’impasse da una prospettiva analitico-transazionale, lo stato dell’Io Genitore invia allo stato dell’Io Bambino messaggi svalutanti. Ad esempio: “Non crescere”, “Non avere successo”, “Non essere intimo”; “Devi essere perfetto”, “Non devi sbagliare”, “Devi essere buono con tutti”, “Non fidarti di nessuno”, “Non puoi farcela”. Tali messaggi ostacolano la gratificazione dei bisogni e l’espressione libera e spontanea di sé con l’esclusione di aspetti propri. L’integrazione tra le parti e l’autonomia Tutto il lavoro in psicoterapia è un lavoro di integrazione che porta a tenere insieme tutte le proprie parti in una totalità armonica. E’ un lavoro di ristrutturazione della personalità, che guarda al dialogo interno e ai contenuti svalutanti interiorizzati. I conflitti si sciolgono quando il Bambino interiore trova all’interno un Genitore capace di sostenerlo e guidarlo nel mondo, in modo che l’Adulto possa compiere scelte congruenti con bisogni e desideri.
I LIBRI GIALLI E IL LORO FASCINO

Nel vasto panorama della letteratura, l’interesse per i libri gialli è sempre stato presente. E se c’è un’autrice che ha saputo catturare l’immaginazione dei lettori è senza dubbio Agatha Christie. Questo genere letterario non solo intrattiene, ma sollecita anche aspetti fondamentali della psiche umana. In questo articolo verranno approfonditi alcuni dei temi psicologici che spiegano il grande interesse dei lettori nei confronti di questo genere letterario. 1. ELEMENTO DEL CONTROLLO La vita quotidiana è spesso caratterizzata da incertezza e imprevedibilità. Il lettore, però, immergendosi in un romanzo di Agatha Christie, sperimenta un senso di controllo sulla narrazione. La possibilità di raccogliere indizi, formulare ipotesi e tentare di risolvere il mistero prima che venga svelato rappresenta una forma di controllo su un ambiente altrimenti incerto. Questo senso di controllo può essere particolarmente gratificante dal punto di vista psicologico poiché offre una fuga temporanea dalla realtà. Inoltre, è un’opportunità di esercitare le nostre capacità di problem-solving in un contesto sicuro e controllato. 2. GRATIFICAZIONE DELLA RISOLUZIONE La soddisfazione derivante dall’affrontare e superare una sfida è un potente motivatore per il comportamento umano. Nei libri gialli, questa gratificazione è rinforzata dall’accumulo graduale di indizi, che culmina nella rivelazione del colpevole. La sensazione di soddisfazione che segue la risoluzione del mistero non solo compensa i nostri sforzi, ma rafforza anche il legame emotivo con il romanzo e l’autore stesso. Esiste anche una forma di soddisfazione che deriva dalla comprensione delle dinamiche che hanno portato alla sua soluzione. Nelle sue storie Agatha Christie rivela il colpevole dando una spiegazione dettagliata dei suoi motivi e del modus operandi. 3. FASCINO PER L’ANOMARLITA’ I personaggi di Agatha Christie sono spesso complessi e sfaccettati, con motivazioni oscure e segreti nascosti che li rendono affascinanti da un punto di vista psicologico. Per i lettori, esaminare le sfumature dei personaggi dell’autrice offre un’opportunità unica per esplorare la mente umana e comprendere le diverse motivazioni che ne guidano il comportamento. 5. ESPLORAZIONE DELLA DUALITA’ UMANA I libri gialli mostrano come anche le persone apparentemente normali possono nascondere lati oscuri e compiere azioni sorprendenti. Agatha Christie crea personaggi multidimensionali, i cui comportamenti apparentemente innocui nascondono spesso segreti inquietanti. Questo gioca con le aspettative del lettore e contribuisce ad accrescere la suspence. In conclusione, i libri gialli di Agatha Christie offrono molto più di semplici enigmi da risolvere. Consentono di immergersi nella psiche umana, esplorando le sue molteplici sfaccettature e offrendo una finestra sulla complessità del comportamento umano.
15 Marzo: Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla

La Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla è dedicata alla bulimia, all’anoressia e agli altri disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Già da più di trent’anni, in America, il simbolo del Fiocchetto Lilla rappresenta la lotta contro i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). In Italia invece la Giornata Nazionale è stata promossa per la prima volta nel 2012, dall’Associazione “Mi Nutro di Vita” ed è nata grazie a Stefano Tavilla, in ricordo della figlia Giulia, colpita da bulimia nervosa e scomparsa proprio il 15 marzo. I principali DCA sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED); i manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, permettendo spazio ai pazienti che non soddisfano i criteri per una diagnosi conclamata. I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati da un’alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per le forme del proprio corpo e per il proprio peso. Le condotte DCA riguardano nello specifico la riduzione di cibo assunto, il digiuno, le crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), la tendenza al vomito atta a controllare il peso, l’uso di farmaci anoressizzanti, lassativi o diuretici nonché un’attività fisica intensa. L’anoressia e la bulimia sono molto più frequenti nelle donne, il binge eating disorder è invece molto più frequente negli uomini. Il sesso maschile rappresenta circa il 40% delle diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata. Le cause e i fattori di rischio principali per lo sviluppo del binge eating disorder riguardano eventi di natura traumatica, insoddisfazione verso il proprio corpo, bassa autostima e difficoltà nella gestione delle emozioni. Inoltre è importante sottolineare la stretta correlazione tra la depressione ed il binge eating disorder, per la quale spesso il trattamento della depressione risulta parallelo al percorso di cura per il disturbo del comportamento alimentare. Molte persone che soffrono di DCA, col tempo, sviluppano un certo grado di consapevolezza legata al cibo senza più provare ansia e preoccupazioni per il peso le quali in passato pervadevano la maggior parte della loro vita ma, al contempo, molti soggetti restano vulnerabili alle difficoltà che caratterizzano il rapporto con l’alimentazione ed alle preoccupazioni ad essa correlate. In ogni caso, seppur rimanga probabile la possibilità di ricadute, essa non è un fattore indicativo ed inequivocabile dell’insuccesso rispetto alla guarigione della persona, la quale potrà definirsi guarita anche se occasionalmente avrà difficoltà ad alimentarsi in modo corretto.
Il versante positivo dell’adolescenza

Gli adolescenti si battono per i diritti, la giustizia di genere e la diversità in tutte le sue forme, portando avanti un costante impegno, per una società più equa e inclusiva. Gli adolescenti sono una risorsa preziosa e potente nella nostra società. La loro creatività, passione, impegno e prospettiva unica stanno plasmando il nostro mondo in modi significativi.
Le ragazze stanno davvero bene? Adolescenza e violenza di genere

Con l’avvicinarsi dell’8 Marzo Giornata Internazionale della Donna, è necessario mantenere il focus, ora più che mai, su tematiche relative all’attuale situazione e al benessere globale delle donne, delle adolescenti e delle bambine. A tal fine, diventa fondamentale ascoltare e confrontarsi con le nuove generazioni, vedere come percepiscono le questioni di genere, come vivono nei ruoli a loro assegnati, come si interrogano su tali tematiche e come le trasformano e le adattano alla loro realtà. Questo tema, insieme a molti altri, è stato affrontato nel report “Le ragazze stanno bene?” pubblicato da Save The Children, che raccoglie i risultati di un’indagine svolta sulla violenza di genere in adolescenza. Stereotipi di genere: a che punto siamo? Per indagare le radici dei comportamenti violenti è necessario interrogarsi sulla pervasività degli stereotipi di genere tra le giovani generazioni.Secondo l’indagine ISTAT 2023 sugli stereotipi di genere, se da un lato iniziano a vedersi alcuni cambiamenticulturali, validi soprattutto per le donne, dall’altro lato è confermata la loro persistenza. Emerge una crescente consapevolezza delle donne sull’esistenza di stereotipi di genere riguardo alla cura della casa (chi è più predisposto a curare la casa tra uomo e donna) e nella valutazione delle capacità accademiche (come chi è più portato per materie scientifiche). Allo stesso tempo, però, i risultati evidenziano alcuni stereotipi ancora molto presenti, legati soprattutto alla cura dei figli e al successo nel lavoro. Se dai dati emerge una maggiore consapevolezza delle donne, tra il 2018 e il 2023 si allarga la distanza con le opinioni degli uomini. Le donne hanno dunque meno stereotipi, ma questo cambiamento non si registra per gli uomini, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità genitoriali e il lavoro. Le ragazze stanno bene? Il report di Save The Children Il 13 Febbraio 2024 Save The Children ha pubblicato un report intitolato “Le ragazze stanno bene? Indagine sulla Violenza di Genere Onlife in Adolescenza“, un lavoro di ricerca “volto ad esplorare il tema degli stereotipi e della violenza di genere interpellando direttamente gli adolescenti, un’indagine inedita sulla violenza di genere in adolescenza realizzata in collaborazione con IPSOS“. L’indagine analizza il tema degli stereotipi e del divario di genere nella vita affettiva e relazionale di un campione di adolescenti, nello specifico 800 tra ragazze e ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Inoltre, il report ha avuto anche l’obiettivo di “approfondire il tema della violenza di genere nella dimensione propria di vita degli adolescenti che intreccia la dimensione digitale con l’ambiente di vita quotidiano, in una dimensione che viene oggi definita “onlife””. Quello che emerge dal report è un quadro ancora critico: i risultati mostrano “una sensibilità e un interesse marcato rispetto ai temi affrontati – stereotipi di genere, emotività ed espressione emotiva, ruoli nelle relazioni intime e sessuali, violenza onlife, dinamiche di controllo e possesso nelle relazioni – nella maggioranza delle ragazze e dei ragazzi interpellati e una apertura al confronto sui temi della violenza tra pari, allo stesso tempo mettono in luce l’esistenza di una considerevole percentuale di adolescenti che tende a “normalizzare” stereotipi di genere e comportamenti abusivi nelle relazioni tra pari”. Dati e risultati del report Emergono diversi risultati molto interessanti. Ad esempio, quasi il 70% degli adolescenti interpellati ritiene che le ragazze siano più predisposte a piangere dei maschi, maggiormente in grado di esprimere le proprie emozioni (64%), così come a prendersi cura delle persone in modo più attento (50%). Tra gli adolescenti prevale dunque una immagine della ragazza, e forse della donna, più competente da un punto di vista affettivo e relazionale. Interessanti sono i risultati rispetto all’avvicinamento dei ragazzi e delle ragazze alle questioni di genere: l’82% degli adolescenti, infatti, riporta di essere molto o abbastanza interessato alle tematiche di genere (ossia a quegli argomenti che trattano di stereotipi, comportamenti -compresa la violenza- e aspettative sociali associati a ragazzi e ragazze). Tra questi la maggior parte sono le ragazze (85%). L’attenzione quindi per le questioni di genere e la sensibilizzazione su questi temi è cresciuta, anche grazie agli strumenti digitali e ai nuovi canali di comunicazione e media. Per quanto riguarda comportamenti e atteggiamenti nelle relazioni intime e sentimentali, come controllo, possesso e consenso, la situazione sembra ancora abbastanza critica. Il 30% degli adolescenti (sia maschi che femmine) intervistati considera ancora la gelosia una prova d’amore; il 65% dichiara di essersi sentito controllato dal o dalla partner almeno una volta; il 52% degli adolescenti in una relazione di coppia dice di aver subito comportamenti violenti. Dai risultati dell’indagine emerge come i comportamenti di controllo nelle relazioni di coppia siano considerati accettabili e praticati da una rilevante percentuale di adolescenti, senza grandi distinzioni tra ragazzi e ragazze. Per quanto riguarda, invece, la percezione del consenso e gli atteggiamenti di violenza, il 43% degli adolescenti ritiene che una persona possa sottrarsi a un rapporto sessuale se veramente non lo desidera. Sulla stessa linea si muovono le opinioni rispetto ad altre forme di attribuzione di responsabilità della vittima nella violenza sessuale: ben il 29% degli adolescenti è molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire e/o di comportarsi, mentre il 24% pensa che se una ragazza non dice chiaramente “no” vuol dire che è disponibile al rapporto sessuale. “La persistenza di tali opinioni tra un numero significativo di adolescenti rimanda alla persistenza di profondi pregiudizi e stereotipi che vedono nella vittima una partecipazione alla responsabilità di condotte violente alla quale è assoggettata”. Interrogati sulle forme di violenza messe in atto o subite all’interno di una relazione intima, colpisce il dato d’insieme sulla frequenza della violenza di genere agita e subita: il 41% delle e degli adolescenti ha subìto un comportamento violento (il 52% tra chi ha o ha avuto una relazione) e il 30% (il 47% tra chi ha o ha avuto una relazione) lo ha attivato. Conclusioni I dati del report di Save The Children rimandano una fotografia della percezione della violenza, della sua diffusione e della resistenza a determinati stereotipi critica: è grandemente
ATREO E TIESTE: PROLOGO.

di Raffaele Ioannoni Ti ricordi il mito di Tantalo? Non temere, se ti sei perso l’articolo precedente, lo puoi recuperare qui. Dopo il tremendo banchetto, gli dèi, mossi da pietà, riportarono in vita il povero Pelope. Il figlio di Tantalo ebbe due figli: Atreo e Tieste. Un giorno il sovrano di Micene, loro parente, morì senza eredi. Il popolo della città, non sapendo chi eleggere come nuovo re, decise di rivolgersi ad un oracolo che diede il suo responso: “Uno dei figli di Pelope sarà il nuovo re di Micene. Che i due siano lasciti liberi di decidere a chi spetta il trono, gli dèi saranno testimoni.” ATREO E TIESTE: LA LOTTA PER MICENE. Il tempo passò e i due fratelli non si erano ancora messi d’accordo su chi dei due sarebbe diventato il re di Micene: entrambi volevano quella carica prestigiosa e nessuno voleva cedere il passo all’altro. Ma come uscire dall’impasse? Atreo aveva un gregge numeroso, pieno di splendidi animali. Il suo fiore all’occhiello? Un agnello dal vello d’oro. Era molto fiero della sua bestia e aveva paura che qualcuno potesse rubargliela. Così decise di nasconderla. “Nessuno sa dove sia il mio amato animale, nessuno! Eccetto me e mia moglie Erope!” E già, sua moglie Erope… Piccolo imprevisto. Erope era segretamente innamorata di Tieste. Lo amava alla follia. Il cognato l’aveva sempre rifiutata ma Erope non si diede mai per vinta. Un giorno i due si incontrarono nei corridoi del palazzo di Micene. “Tieste, mio amato, se giacerai con me, ti darò una cosa che tutti vogliono ma che nessuno sa dove sia. Il prezioso vello d’oro che tuo fratello tanto ama.” A Tieste scintillarono gli occhi. E i due giacquero quella stessa notte. L’indomani, Tieste si recò dal fratello Atreo con una proposta: chiunque fosse riuscito entro il pomeriggio a procurarsi un vello d’oro, sarebbe diventato il re di Micene. Ignorando il tradimento di Erope ed il furto di Tieste, Atreo accettò, sicuro della sua vittoria. Povero ingenuo. Grazie al suo inganno, Tieste fu nominato re di Micene. Tuttavia, Zeus aveva a cuore Atreo e decise di aiutarlo. Il re dell’Olimpo, elaborò un piano ed inviò Hermes con un messaggio: “Atreo, figlio di Pelope, proponi a tuo fratello questo patto: se domani il sole tramonterà ad est, lui dovrà cederti il trono perché dimostrerai di avere il favore degli dèi.” Così Atreo fece questa proposta al fratello, il quale accettò. Del resto, era una cosa talmente assurda! Quando mai il sole non è tramontato ad ovest! Ebbene, il prodigio accadde: quello fu l’unico giorno nella storia del mondo in cui il sole tramontò ad est. Tieste fu costretto a cedere il trono al fratello perché aveva mostrato di avere il favore degli dèi. Ed Atreo divenne il nuovo re di Micene. il primo ordine che impartì? Bandire Tieste dalla città. Fine della storia? Assolutamente no. Questo è solo l’inizio dei terribili intrighi che i due fratelli ordirono l’uno nei confronti dell’altro. Edgar Allan Poe alla fine de “la lettera rubata”, scrive: “Un dessein si funeste, s’il n’est digne d’Atrée, est digne de Thyeste.” E non ha tutti i torti. E presto scoprirai perché. ATREO E TIESTE: L’INGANNO DI ATREO. Non passò molto tempo che Atreo scoprì l’intrigo di Tieste e l’adulterio di Erope. Così decise di vendicarsi. Organizzò un banchetto. Indovinate chi era l’invitato speciale? Proprio il suo amato fratello. Atreo fece chiamare a corte Tieste. “Caro fratello, voglio seppellire l’ascia di guerra e lasciare le nostre divergenze alle spalle, sii ospite nel mio palazzo e godi del sontuoso pasto che ti ho preparato!” E Tieste accettò l’invito. La tavola era imbandita con ogni ben di dio e le portate principali erano tutte a base di carne: spezzatini, costate, salsicce… chi più ne ha più ne metta! Tieste bevve e mangiò a sazietà. “Aspetta caro fratello”, disse Atreo con occhi di fuoco, “manca ancora la portata principale!” Nella sala del banchetto entrarono tre servi e ognuno di loro portava un vassoio coperto da un drappo. Il re di Micene disse, con un ghigno malvagio: “Ecco Tieste, goditi pure la portata principale…” I servi tolsero il drappo dai loro vassoi rivelando ciò che tenevano nascosto: le teste mozzate dei suoi tre ragazzi. La consapevolezza di ciò che era accaduto attraversò gli occhi di Tieste come un freddo lampo: Atreo aveva fatto a pezzi i suoi figli per poi darglieli in pasto con l’inganno. ATREO E TIESTE: L’INTRIGO DIVINO Ebbene sì, Tieste si era nutrito del sangue del suo sangue. Era atterrito. Era sgomento. Si alzò di scatto da quell’orrido banchetto e scappò da Micene. Si rifugiò a Sicione dove viveva un’altra figlia chiamata Pelopia. Il fratello di Atreo era incapace di darsi pace e presto il desiderio di vendetta si impossessò di tutto il suo essere. Ma come compierla? Ormai era impossibile per lui entrare a Micene: lo avrebbero sicuramente ucciso. Ma allora che fare? Tieste decise di rivolgersi all’ oracolo il quale gli rivelò l’unico piano in grado di poter uccidere il proprio fratello. Mentre ascoltava il vaticinio della pizia, mentre ascoltava cosa avrebbe dovuto fare per vendicarsi di Atreo, Tieste si sentì svenire: non poteva credere alle sue orecchie. Ma lasciamo per un momento Tieste alle prese con il suo desiderio di vendetta. Una notte di luna piena, Pelopia decise di recarsi al lago appena fuori città ma la sventurata non si accorse di un uomo mascherato nascosto tra i cespugli. Pelopia si sentì presa per il collo e fu stuprata da quest’uomo che, nella fretta di fuggire, non si accorse che la sua preziosa spada, intarsiata di oro ed argento, era caduta dal fodero. La povera ragazza passò molti giorni a piangere chiusa nella sua stanza giurando che non avrebbe mai raccontato l’accaduto ad anima via. E nel mentre, fissando con occhi carichi d’odio la spada che era appartenuta al suo stupratore, meditava vendetta. Nel frattempo, nel freddo palazzo di Micene, Atreo non dormiva sonni tranquilli. Temeva di aver perso il favore degli dèi
La gestione del comportamento problema nel contesto scolastico

Spesso gli insegnanti richiedono interventi di professionisti ed autorità per far fronte a comportamenti “problema” che possono mettere in pericolo la sicurezza della classe. Cosa sono i comportamenti problema e come affrontarli? Le forme del comportamento problema Per comportamento problema si intende un atteggiamento che può essere rischioso per il soggetto e per gli altri (nello specifico per i compagni), per l’ambiente, che può ostacolare l’apprendimento e le relazioni sociali. Tali comportamenti possono comprendere: gesti inappropriati verso compagni, insegnanti e genitori, aggressività verbale, atteggiamenti oppositivi, comportamenti socialmente inadeguati. I comportamenti problema assumono, talvolta, forme svariate. Ma quando un comportamento può considerarsi problematico? Spesso i CP si manifestano con: prepotenza auto ed eterodiretta; autostimolazioni; proteste verbali e atteggiamenti di sfida; non collaborazione; un’intersecazione o un impedimento all’alunno nell’ apprendere nuove abilità e nel potenziare quelle acquisite; un’interferenza o un impedimento nel processo di apprendimento di altri bambini distruzione di oggetti; fuga; urla; rinuncia alle regole. Quando viene osservato il comportamento problema? Solitamente un comportamento problematico viene spesso osservato dall’insegnante nel momento in cui l’alunno: deve fare un’attività gradita che al momento non può compiere o cambiamento da un’attività gradita ad un compito; deve svuotare la tensione emotiva; vuole raggiungere qualche cosa a cui non ha accesso; quando si ha una dilazione nella consegna di ciò che desidera; sente uno o più bisogni per il quale non riesce ad esprimere la richiesta o a cui non ha ricevuto risposta; vuole richiamare l’attenzione degli altri; vuole evitare dei compiti, dei luoghi e delle situazioni particolari. cosa va rinforzato? il comportamento problema messo in atto: ha un intento comunicativo; si relaziona agli eventi che lo precedono e lo seguono e non si manifesta casualmente; svolge una sua funzione specifica; un solo comportamento problema può avere composte funzioni. Cosa osservare nei comportamenti problema Spesso, i comportamenti-problema sono modificabili, soprattutto in età evolutiva. E’ possibile ridurre l’intensità e la frequenza delle crisi e ,a volte, queste si possono estinguere. Un comportamento non può essere capito se è considerato solamente e semplicemente fine a se stesso. La comprensione necessita di una messa in relazione con il contesto e con le conclusioni che lo consolidano, gli antecedenti o eventi ambientali che lo determinano. Tali indicazioni si ottengono con l’osservazione organizzata che ha lo scopo di individuare ciò che il bambino fa, e non solo questo, contemporaneamente anche quante volte lo fa e in quali contesti opera in tale maniera e modalità. Essa rappresenta, per ciascun insegnante il punto di avvio per qualunque provvedimento volto a cambiare una condotta e/o ad anticipare e perciò smorzare possibili atteggiamenti anche, talvolta, molto pericolosi. Quali comportamenti alternativi socialmente appropriati, insegnare? Potranno essere insegnati comportamenti alternativi socialmente appropriati; a tale scopo si possono utilizzare: il TRAINING per le abilità sociali facendo ricorso al modellamento, al prompting, al role-playing. Tali tecniche hanno lo scopo di insegnare come interagire con gli agli altri e come comportarsi adeguatamente nei diversi contesti di vita. Per far sviluppare abilità comunicative idonee è essenziale individuare il sistema comunicativo con il quale il soggetto si esprime meglio. Le tecniche che favoriranno l’apprendimento di nuove abilità: il rinforzo ed i contratti educativi Il rinforzo può dare una mano anche nella ridefinizione di un’immagine positiva di sé. Quando il comportamento problema diviene molto difficile da gestire, l’insegnate può ricorrere al “blocco fisico” (solo quando lo studente mette a repentaglio la propria e altrui salute o incolumità) al Time-out (il bambino viene condotto fuori dalla classe o espulso dal gioco, al “Time out senza isolamento”, in questo caso il soggetto resterà in aula ma sarà separato dai compagni per certo tempo).In genere il ricorso a “contratti educativi, stipulati tra insegnante e studente, può essere efficace per configurare una relazione basata sulla fiducia ma anche sul rispetto reciproco e delle regole condivise e accettate dalla comunità scolastica. L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici richiede un trattamento educativo multifocale che comprende la famiglia, il soggetto e la scuola. In famiglia molto importante è l’attenzione al bambino, al ragazzo soprattutto quando vengono messi in atto comportamenti adattivi, evitando ti dare eccessiva importanza a quegli atteggiamenti che non si vuole vengano invece proposti. Una seconda regola è quella della coerenza educativa tra i diversi attori coinvolti nell’itinerario educativo. Le regola da far apprendere devono essere semplici, chiare, sintetiche, molto precise, inequivocabili e soprattutto largamente condivise e discusse. Conclusioni I CP possono quindi essere gestiti. Fondamentale è essere formati in maniera adeguata e rivolgersi a professionisti del settore.
Regole e adolescenza: insofferenza o bisogno?

Le regole e l’adolescenza: insofferenza o bisogno? Entro in una classe, una prima di una scuola secondaria con circa 16 alunni di 14 anni. È febbraio, l’anno è cominciato da 6 mesi. Tuttavia, ognuno di loro sembra già essere stato profilato dalla maggior parte degli insegnanti, e il loro destino accademico sembra già esser stato scritto. Entro in classe come psicologa all’interno di un progetto di mentoring e orientamento. È una bella classe di ragazzi vivaci, piccoli e pieni di vita, anche se non passa molto tempo prima di rendermi conto della presenza di due alunni internalizzanti. Se ne stanno in silenzio in ultimo banco, il loro sguardo è assente, la voce flebile dal tono basso. È difficile coinvolgerli nelle attività. Non sembrano incuriositi dalla nuova presenza, o dalle proposte di giochi interattivi di presentazione. Sembrano sfiduciati, diffidenti. La mia attenzione ricade su di loro con non poca angoscia. Quella dei professori con cui mi confronto, invece, ricade su un’altra alunna. B. è descritta come l’unico elemento “difficile” della classe. Non ci sono altri problemi. B mette in difficoltà i professori, con i suoi modi spavaldi e la sua reticenza al rispetto delle regole. È l’unica che si rifiuta di depositare il cellulare, minacciando reazioni di sfida e appellativi dispregiativi agli insegnanti. <<Avanti alla classe, diventa umiliante!>>, afferma un professore in difficoltà. Il prof decide di ridare il telefono a tutti, invece di richiamare B. al rispetto della regola. Durante le mie ore di osservazione in classe, B. decide di addormentarsi al primo banco, il cappotto a coprire la testa dalla luce del sole. I professori decidono di sorvolare, <<almeno non da fastidio>>, mi dicono. I ragazzi comunicano con il comportamento ciò che non sono in grado di articolare in parole. Possiamo provare a chiederci: cosa sta provando a dirci? Accettando che B. si comporti diversamente dai compagni, inviamo il doppio messaggio di inadeguatezza, incapacità, diversità rispetto al resto della classe. Partecipiamo, da figure educative adulte, alla costruzione di un già fragile senso dell’io. <<è solo una ragazza prepotente!>>, mi viene risposto. Sta di fatto che, all’ultima ora, entra la professoressa di inglese. Serena, sicura. Si appoggia sulla cattedra svelta chiedendo ai ragazzi di ripetere per l’interrogazione. Chiama ogni alunno per qualche domanda. Anche B. B. non ha fatto i compiti, ma quello di inglese è l’unico quaderno che le ho visto cacciare dallo zaino in tutto il giorno. L’insegnante le chiede dolcemente di recuperare la traduzione in classe <<tanto non dovresti avere difficoltà a farlo>>. Lo ripete più volte, ma nessun segno di impazienza è rilevabile nella sua voce. La interroga tra un alunno e l’altro. La prof non si scompone quando B. sbaglia, aspetta, rispiega. Qualche domanda che non viene risposta da altri alunni viene rivolta a B., con la fiducia che B. possa conoscere ciò che sfugge ad altri. Non senza fatica, B. riesce a seguire per l’intera ora. Infine si avvicina a far correggere la traduzione all’insegnante. B. ha rispettato le regole per tutto il tempo. Il bisogno delle regole è un bisogno fondamentale in adolescenza, nella misura in cui, oltre ad un limite frustrante, comunica la presenza di un adulto attento, interessato e tutelante. Non esistono ragazzi asetticamente prepotenti, esistono ragazzi che non sanno parlare ad adulti che non sanno ascoltare.