STRESS “BUONO” E “CATTIVO”

Spesso si tende a pensare allo stress come a un fenomeno unicamente negativo, associato ad ansia, frustrazione e malessere. Tuttavia, esiste una forma di stress che può essere un potente alleato per raggiungere i nostri obiettivi e migliorare la nostra vita. Esso può assumere due forme distinte, con effetti diametralmente opposti sul nostro benessere psicofisico: eustress (o stress positivo) distress (o stress negativo). L’eustress è lo stress positivo, quello che ci motiva, ci stimola e ci spinge a superare i nostri limiti. È tutto ciò che sentiamo prima di una presentazione importante, l’eccitazione di un nuovo progetto o la gioia di una sfida. Esso ci aiuta ad aumentare la concentrazione, migliorare le prestazioni e a sviluppare nuove abilità. Ci spinge a uscire dalla nostra comfort zone e a rafforzare la nostra autostima. Il distress, invece, è quello negativo, quello che ci sovrasta, ci crea ansia e ci fa sentire sopraffatti. Il distress può avere conseguenze negative sulla nostra fisica e mentale, causando disturbi del sonno, depressione e ansia, mal di testa, problemi digestivi… È importante imparare a riconoscere i segnali del nostro corpo e della nostra mente per capire se stiamo sperimentando eustress o distress. Come abbia visto sopra, non tutto lo stress è negativo. Molte volte, è il modo in cui interpretiamo una situazione a determinare se proveremo distress o eustress. Come possiamo trasformare il distress in eustress? Cambiare prospettiva, considerando una sfida come un’opportunità di crescita e non una minaccia Impostare obiettivi realistici, celebrando ogni piccolo successo Imparare a praticare tecniche di rilassamento (come yoga, meditazione, mindfulness) Chiedere aiuto, rivolgendosi a un professionista quando lo stress diventa eccessiva e inizia a compromettere la propria qualità della vita Vivere uno stile di vita sano, facendo attività sportiva, seguendo una dieta equilibrata e dormendo a sufficienza In conclusione, lo stress è una parte normale della vita di tutti noi, ma è importante imparare a gestirlo in modo sano. Comprendendo la differenza tra eustress e distress, possiamo sfruttare al meglio le potenzialità del primo e ridurre gli effetti negativi del secondo.
Strategie di trattamento per i disturbi specifici dell’apprendimento scolastico

di Chiara Viganò scientific sett ott 22 I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono problematiche di natura neurobiologica che comporta una compromissione significativa nell’acquisizione di abilità scolastiche, quali la lettura, la scrittura ed il calcolo. Il focus di tale articolo verterà sul fornire indicazioni circa strategie e metodologie che possono essere attuate per il trattamento di tali DSA. Innanzitutto, è importante specificare alcuni termini rilevanti nella pratica. La Consensus Conference – Raccomandazioni per la Pratica Clinica – 2007 (CCRPC- 2007) definisce come “presa in carico” il processo continuativo con cui deve essere garantita la coordinazione tra gli interventi affinché venga incentivata la riduzione del disturbo, l’inserimento sociale, scolastico e lavorativo del singolo. All’interno di questa cornice avviene il trattamento, definito quale insieme delle azioni volte ad incrementare l’efficienza di un processo alterato. Esso è guidato da un professionista sanitario che definisce alcune specificità riguardo obiettivi, metodologie e modalità di erogazione del trattamento stesso, il quale deve avvenire il più precocemente possibile e ultimato quando il suo effetto non cambia la prognosi naturale del disturbo. L’efficacia del trattamento dipende principalmente da alcuni fattori, quali: la gravità e la pervasività del disturbo, la motivazione al trattamento, la durata del trattamento e la rete di risorse. È considerato efficace nel momento in cui si evidenziano miglioramenti nell’evoluzione del processo [1]. In questo articolo si pone attenzione ai DSA p i ù comunemente riconosciuti: dislessia, disortografia e discalculia. La dislessia emerge generalmente all’inizio della scolarizzazione e causa una difficoltà nella lettura, e talvolta altresì nella scrittura, che non risulta fluente e corretta. Interventi efficaci devono avere determinate caratteristiche: – le abilità da insegnare devono essere rese esplicite; – devono essere intensivi: 15/30 minuti a sessione quotidiana per 1-2 mesi; – devono comprendere attività per promuovere le abilità metafonologiche e l’associazione tra grafemi e fonemi, esercizi per lo sviluppo del lessico e la lettura di testi [2,3]. Avendo affermato che bisogna tenere in considerazione la rapidità e la correttezza di lettura come elementi principali che caratterizzano tale problematica, è bene elencare le componenti che li determinano ed il relativo trattamento: – la discriminazione visiva e la selezione visuo-spaziale vengono valutate mediante il subtest “Ricerca di simboli” della Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC-III). Per quanto concerne il trattamento per i soggetti al primo ciclo di scuola primaria s i consiglia l’uso delle schede dell’Area DV del Trattamento del le difficoltà di lettura di Cornoldi e gruppo MT (1992); mentre per soggetti più grandi si propongono programmi al computer che richiedono l’individuazione rapida di differenze e somiglianze visive, come Bachi spaziali e il software Occhio alla lettera di Vio e Moresco [1,4]; – il riconoscimento sublessicale o lessicale è esaminato tramite prove di lettura di parole e di non parole della DDE-2 (Sartori, Job e Tressoldi, 2007) [7]. Per il trattamento si consigliano programmi informatici in grado di facilitare il recupero delle corrispondenze fonologiche tra unità sublessicali o parole intere (es. software Tachistoscopio e Sillabe, Dislessia Evolutiva, Il trattamento sublessicale, WinABC e Instant Reader); – la denominazione dei grafemi s i verifica attraverso delle relative prove della DDE-2 [7]. Affinchè il trattamento sia maggiormente efficace è utile presentare al soggetto grafemi con una forma che suggerisce il fonema, con l’ausilio di software che presentino i grafemi in associazione alle loro corrispondenze fonemiche (es. Occhio alla lettera); -la fusione fonologica, cioè la capacità di mantenere in memoria fonologica a breve termine dei fonemi o sillabe fino alla completa fusione per estrarne una parola, si valuta tramite prove della batteria di Prove di requisito per la diagnosi di difficoltà di lettura e scrittura (PRCR-2, Cornoldi e Gruppo MT, 1995), prove di sintesi fonemica della Batteria di valutazione delle competenze metafonologiche (CMF, Marotta e Trasciani, 2004) o della Batteria di valutazione neuropsicologica per l’età evolutiva (BVN, 5-11, Bisiacchi et al., 2005) [4,5,6]. Tale componente può essere allenata tramite materiali differenti quali, carte, memory, ecc. oppure software come Il Jolly, Pescatore, Fondiamoleletterine [1]. La disortografia, invece, è un disturbo specifico di scrittura che si manifesta tramite difficoltà nella trascrizione in simboli grafici dei suoni che compongono le parole udite ed è riscontrabile a partire dai 7/8 anni. Generalmente è difficile che la disortografia si presenti senza che vi siano altre difficoltà di lettura e/o ulteriori problemi di apprendimento, essendo un’abilità che richiede l’acquisizione ed il controllo di ulteriori competenze afferenti diversi domini, come quello prassico, linguistico e cognitivo. Affinché vi sia una correttezza ortografica è necessario prendere in considerazione diverse componenti, per ognuna delle quali è comprensibile la definizione di un trattamento specifico: – per valutare la memoria e la discriminazione fonologica è possibile somministrare prove di discriminazione uditiva della BVN5-11 (Bisiacchi et al., 2005) o la Prova di ripetizione di non parole da ascolto della batteria PRCR-2 (Cornoldi e Gruppo MT, 1995). Per quanto concerne il relativo trattamento è necessario fare riferimento ad esercizi indicati dal logopedista [4,5]; – un ulteriore elemento concerne la segmentazione fonemica, cioè l’individuazione dei fonemiche compongono la parola ascoltata o pensata. La valutazione avviene mediante la somministrazione della prova di analisi fonemica della Batteria PRCR-2 (Cornoldi e Gruppo MT, 1995), della Batteria CMF (Marotta e Trasciani, 2004) o della Batteria BVN 5-11 (Bisiacchi et al., 2005) [6]. Per il relativo trattamento sono consigli abili esercizi presenti nell’area MUSFU (Memoria Uditiva Segmentazione e Fusione Uditiva) del programma per il trattamento della lettura di Cornoldi e Gruppo MT (1985). È possibile altresì creare da sé esercizi, quali “Arriva un treno carico di…”, oppure chiedere di riferire la parte più piccola della parola udita o chiedere i l risultato nel momento in cui si toglie il primo o l’ultimo suono di una parola [1,4,5,6]; – quando invece bisogna valutare la capacità di associare fonemi identificati tramite la relativa analisi con i grafemi corrispondenti, è importante comprendere innanzitutto se si è davanti ad una confusione visiva o visuo-spaziale oppure se la difficoltà è nell’associazione fonema-grafema. Ulteriore considerazione da tenere a mente riguarda il fatto che non sempre la corrispondenza fonema-grafema è biunivoca [1]. L a valutazione di tale
Stimoli in eccesso: come i nuovi cartoni animati possono influire negativamente sullo sviluppo dei bambini

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’animazione. I cartoni animati, da sempre fonte di intrattenimento e immaginazione per i bambini, si sono trasformati in prodotti audiovisivi estremamente dinamici, dai colori accesi, ritmi frenetici e cambi di scena continui. Se da un lato questo cambiamento rispecchia una tecnologia sempre più avanzata e una volontà di attrarre l’attenzione, dall’altro solleva interrogativi fondamentali sugli effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo ed emotivo dei bambini. io stessa, da studentessa di psicologia ed occupandomi talvolta di accudire bambini, mi ritrovo sempre più spesso a discutere con genitori preoccupati per la crescente difficoltà dei loro figli a mantenere l’attenzione, a tollerare la noia o a giocare in modo spontaneo e creativo. Una delle cause principali di queste difficoltà, è proprio il tipo di stimolazione continua e intensa a cui i bambini sono esposti, anche – e soprattutto – tramite l’intrattenimento. I cartoni animati oggi: un bombardamento sensoriale I cartoni moderni sono radicalmente diversi da quelli che le generazioni precedenti ricordano con affetto. Dove un tempo le animazioni si sviluppavano in modo lineare, con scene più lente e dialoghi semplici, oggi il ritmo è vorticoso. I cambi di inquadratura avvengono spesso ogni pochi secondi, i suoni sono intensi e costanti, i colori sempre saturi e brillanti, spesso con effetti visivi lampeggianti o iperrealistici. Studi di neuropsicologia dello sviluppo hanno evidenziato che la mente infantile è particolarmente sensibile agli stimoli visivi e uditivi. L’eccessiva esposizione a questo tipo di contenuti, soprattutto nei primi anni di vita, può interferire con la maturazione dei circuiti dell’attenzione sostenuta, una delle funzioni esecutive fondamentali per l’apprendimento scolastico e la regolazione emotiva. Un lavoro pubblicato sul Journal of Pediatrics da Christakis et al. (2004) ha mostrato una correlazione significativa tra la quantità di tempo trascorso dai bambini davanti a programmi televisivi ad alto contenuto di stimoli rapidi prima dei tre anni e un aumento di sintomi di disattenzione e impulsività in età scolare. Sovrastimolazione e autoregolazione Uno dei problemi principali è che il cervello dei bambini in età prescolare non è ancora capace di filtrare in modo efficiente gli stimoli in entrata. Quando la stimolazione sensoriale è eccessiva, il sistema nervoso entra in una condizione simile all’iperattivazione: il bambino può diventare irrequieto, facilmente irritabile, oppure – paradossalmente – mostrare un’apparente dipendenza da questi stimoli. Molti genitori osservano che i propri figli sembrano “incollati” allo schermo, ma diventano nervosi o apatici appena finisce il programma. Questo comportamento è il risultato di una regolazione disfunzionale del sistema dopaminergico: lo stesso meccanismo che si osserva nei circuiti della ricompensa coinvolti nelle dipendenze. La continua esposizione a cartoni “iperstimolanti” crea quindi una tolleranza sempre maggiore: il bambino ha bisogno di contenuti sempre più rapidi e intensi per mantenere lo stesso livello di interesse. Questo rende estremamente difficile per loro accettare attività meno stimolanti ma fondamentali per lo sviluppo, come il gioco simbolico, la lettura o semplicemente l’interazione sociale reale. Effetti sulla creatività e sulla capacità di concentrazione Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda la creatività. L’immaginazione nei bambini si sviluppa attraverso esperienze che richiedono uno spazio di elaborazione interna: il “tempo morto” tra un input e l’altro è cruciale perché consente di pensare, riflettere, inventare. I cartoni animati moderni, al contrario, tendono a riempire ogni secondo con stimoli precostituiti, privando il bambino della possibilità di completare con la propria mente ciò che manca. Anche la velocità delle scene ha un impatto significativo. Un celebre esperimento condotto da Lillard e Peterson (2011) ha dimostrato che solo nove minuti di visione di un cartone animato estremamente rapido, possono avere un impatto negativo temporaneo sulla capacità di problem-solving e sull’autoregolazione nei bambini di 4 anni. Sebbene l’effetto sia momentaneo, l’esposizione quotidiana e ripetuta può produrre un’influenza cronica sullo sviluppo cognitivo. Un confronto con i cartoni “di una volta” Non si tratta di nostalgia, ma di evidenze stilistiche e funzionali. Cartoni come Heidi, Il Mondo di David Gnomo o La Pimpa erano costruiti con una narrativa lineare, tempi lenti, pause tra un evento e l’altro, e una grafica semplice ma espressiva. Questi elementi permettevano al bambino di seguire la storia, immedesimarsi nei personaggi, anticipare le azioni e, soprattutto, riflettere. La semplicità visiva aiutava lo sviluppo del pensiero simbolico, mentre le pause nella narrazione favorivano la comprensione e l’elaborazione emotiva. Oggi, invece, l’estetica ipermoderna rischia di sovrastare il contenuto, privilegiando l’effetto shock alla profondità narrativa. Cosa possiamo fare: consigli per i genitori Non si tratta di demonizzare i cartoni animati in sé, ma di scegliere con consapevolezza. Ecco alcune raccomandazioni basate sulle evidenze scientifiche più recenti: Limitare la durata dell’esposizione: per i bambini sotto i 2 anni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’assenza totale di schermi. Dai 2 ai 5 anni, si consiglia di non superare un’ora al giorno, sempre accompagnata da un adulto. Preferire cartoni a ritmo lento: scegliere contenuti con narrazioni semplici, scene lunghe e poco dinamismo visivo. Ottimi esempi sono Daniel Tiger’s Neighborhood, Peppa Pig o le vecchie puntate de Il Mondo di Elmer. Guardare insieme ai figli: la co-visione permette al genitore di spiegare, commentare e rallentare mentalmente il ritmo, aiutando il bambino a elaborare ciò che vede. Alternare con attività “lente”: incentivare giochi creativi, attività manuali, letture condivise e momenti di noia costruttiva. Osservare le reazioni del bambino: se mostra irritabilità, difficoltà a concentrarsi o richieste ossessive di visione, è importante rivedere l’uso dei media e, se necessario, consultare uno psicologo. Conclusione I cartoni animati non sono tutti uguali. Mentre alcuni possono essere strumenti educativi e fonte di gioia condivisa, altri, troppo veloci e carichi di stimoli, possono contribuire a difficoltà cognitive e comportamentali nei bambini. In un’epoca in cui la tecnologia evolve rapidamente, è fondamentale accompagnare i più piccoli verso un uso sano e consapevole degli strumenti digitali. Solo così potremo preservare il loro diritto a un’infanzia fatta di gioco, scoperta e pensiero libero. Bibliografia Christakis, D. A., Zimmerman, F. J., DiGiuseppe, D. L., & McCarty, C. A. (2004). Early television exposure and subsequent attentional problems in children. Pediatrics, 113(4), 708-713. Lillard, A. S., & Peterson, J. (2011). The
Stereotipie nei bambini: quando preoccuparsi?

La stereotipia può essere definita come una ripetizione di uno schema comportamentale rigido, apparentemente senza una funzione precisa. Spesso è presente nei disturbi pervasivi dello sviluppo e nelle sindromi, e sposta l’attenzione del bambino su diversi tipi di azioni. Quando preoccuparsi? cosa sono le stereotipie? Le stereotipie si possono distinguere e classificare in varie tipologie: Stereotipie motorie: movimenti delle mani, della testa e del corpo ripetuti; Le stereotipie comportamentali: comportamenti che riguardano qualsiasi aspetto della vita quotidiana che vengono riproposti ripetitivamente; Stereotipie nella comunicazione: suoni, vocalizzi, parole o frasi che non hanno a che fare con il momento presente e che continuano; Le stereotipie dei giochi: il bambino gioca sempre nello stesso identico modo; Stereotipie negli interessi: gli interessi appaiono ristretti e ripetitivi, focalizzati in uno o pochi ambiti specifici. È importante tuttavia tenere sempre in mente che ogni gesto, ogni movimento, ogni comportamento o intonazione della voce, sono il riflesso del nostro stato interiore e delle nostre emozioni. Dietro, spesso, si cela anche il bisogno del bambino di diminuire o contrastare le ansie, le paure, le angosce ed i conflitti presenti in lui. Quando iniziano? Spesso, le stereotipie iniziano prima dei due anni di età. Tra le varie forme, esistono quelle di movimenti semplici, come dondolare il corpo, agitare la testa o dare colpi con le dita, oppure compiere oscillazioni più complesse. In ogni caso, le stereotipie nell’infanzia fanno parte dello sviluppo dei bambini e non devono quindi destare particolare preoccupazione. Possono durare pochi secondi o alcune ore, e possono presentarsi in diverse occasioni nel corso della giornata. I movimenti ripetitivi possono aumentare in presenza di stati d’animo come la noia, lo stress, l’eccitazione o la stanchezza. Alcuni bambini possono trattenere i propri movimenti, se la loro attenzione si rivolge a essi oppure se vengono distratti. Altri, semplicemente, non sono in grado di fermarli. Cause La causa che provoca il disturbo del movimento stereotipato è ignota, ma esistono diversi fattori che sono stati messi in relazione con lo sviluppo di questa condizione. Proprio come accade nel caso di molte patologie che colpiscono i più piccoli, una diagnosi precoce e il conseguente trattamento conducono a miglioramenti, offrendo la possibilità di combattere direttamente questo genere di disturbo. La gran parte dei bambini smettono da soli e non hanno bisogno di trattamenti specifici, dal momento che le stereotipie tendono a ridursi con l’età e il trascorrere del tempo. Come intervenire? È importante trovare una strategia per trasformare quel comportamento in un momento di condivisione, all’interno di una comunicazione empatica in cui lasciare uno spazio al bambino per esprimere le proprie emozioni. Diminuiremo così la frequenza di schemi comportamentali ripetitivi o quanto meno a far si che essi non ostacolino le attività quotidiane. La prima cosa che si può fare, è chiedersi cosa c’è dietro. È importante anche osservare i contesti, ambientali ed emotivi, in cui essa effettivamente compromette le attività svolte e rende la comunicazione difficile. Se non sono comportamenti che creano situazioni di pericolo per il bambino, si può partire riproponendo le stereotipie noi stessi al bambino mentre le fa, quasi in un gioco di imitazione, per fargli sentire che quel suo comportamento risuona anche in noi. Qualora invece destino particolare preoccupazione o mettono a rischio la sicurezza del bambino è bene rivolgersi ad un professionista.
Stati d’Animo durante le Festività: Tra Gioia, Nostalgia e Ansia

Le festività sono per molti un periodo ricco di emozioni contrastanti. Se da un lato evocano immagini di gioia, calore e celebrazione, dall’altro possono rappresentare un terreno fertile per sentimenti di malinconia, ansia e, talvolta, solitudine. La psicologia delle emozioni ci insegna che le festività agiscono come un potente catalizzatore emotivo, portando alla luce esperienze vissute, aspettative presenti e paure future. In questo articolo, esploreremo i vari stati d’animo che emergono durante le festività e come possono essere affrontati. La Gioia della Connessione e l’Importanza del Rituale In molte culture, le festività sono momenti di condivisione e connessione. La gioia che deriva dalle riunioni con la famiglia e con gli amici, dallo scambio di doni, dai pasti condivisi e dai rituali comuni ha una profonda base psicologica. I rituali, infatti, creano un senso di appartenenza e identità sociale, fattori cruciali per il benessere emotivo. Attraverso i rituali festivi, si rinnova il legame con la propria comunità e si rinforzano i rapporti affettivi. La psicologia sociale ha osservato come la celebrazione collettiva contribuisca a rafforzare i legami affettivi e l’autostima individuale. Inoltre, il valore simbolico dei rituali aumenta la consapevolezza del significato della festa stessa, rendendola un’occasione per riflettere su cosa sia veramente importante per noi. I rituali, come decorare l’albero di Natale, accendere candele o preparare piatti tradizionali, non solo ci avvicinano agli altri, ma ci aiutano anche a sentirci parte di una tradizione più ampia. Questa dimensione temporale, che lega passato, presente e futuro, contribuisce a dare alla vita un senso di continuità e stabilità. Nostalgia e Malinconia: Il Passato che Riaffiora Per molti, le festività portano alla luce ricordi del passato, innescando una forte nostalgia. Ricordi di momenti felici, di persone che non ci sono più, di luoghi e tempi che non possiamo più rivivere, tornano spesso alla mente. Questa “nostalgia delle festività” può generare una profonda malinconia, amplificata dal contrasto tra il desiderio di felicità associato alle feste e il ricordo di ciò che si è perso. La nostalgia, in realtà, può essere interpretata come una risposta adattiva: ci permette di riconnetterci a momenti positivi e può persino aiutare a rafforzare il senso di sé, ma al tempo stesso può far emergere un senso di perdita difficile da elaborare. Alcuni studi suggeriscono che la nostalgia ha una funzione protettiva per la salute mentale, ma che può anche innescare stati depressivi, specialmente quando accompagnata da rimpianti o sentimenti di solitudine. Le persone che hanno perso recentemente una persona cara o che attraversano cambiamenti significativi nella loro vita sono particolarmente suscettibili a questi sentimenti. È importante, quindi, essere consapevoli che la malinconia durante le festività è un’esperienza comune e naturale. Pressione delle Aspettative e Stress Festivo Il carico di aspettative legato alle festività è spesso elevato. Le aspettative personali e sociali riguardano la felicità, l’armonia familiare e la perfezione nella celebrazione. Tutti dovrebbero sentirsi sereni, tutti dovrebbero divertirsi, ogni riunione dovrebbe essere speciale. Questo “imperativo della felicità” può diventare una fonte di pressione e stress, particolarmente per chi si sente incapace di soddisfare queste aspettative. La psicologia del confronto sociale ha dimostrato come l’essere esposti a immagini idealizzate, spesso amplificate dai social media, possa portare a sentimenti di inadeguatezza. Lo stress durante le festività può anche essere aggravato dalla necessità di dover organizzare, gestire spese extra o mantenere relazioni interpersonali in equilibrio. Per alcuni, il carico mentale delle festività è tale da trasformarsi in un periodo stressante anziché in uno di sollievo. Diventa quindi importante adottare delle strategie di gestione dello stress, come il limitare le aspettative e concedersi il permesso di dire “no” alle richieste che risultano eccessive. Ansia e Tensioni nelle Riunioni Familiari Le festività, oltre a portare gioia, rappresentano per molte persone un terreno fertile per ansia e tensioni. Le dinamiche familiari, talvolta complicate e conflittuali, possono riemergere durante le riunioni festive, esacerbando vecchi dissapori o amplificando divergenze mai del tutto risolte. Alcune persone possono sentirsi in dovere di partecipare a riunioni familiari nonostante le tensioni e, in questi contesti, l’ansia può facilmente manifestarsi come reazione a conflitti latenti o a sensazioni di inadeguatezza. Questa ansia è particolarmente comune tra coloro che non si sentono completamente accettati dai propri familiari o che hanno avuto esperienze di conflitto con loro. La psicologia della famiglia ci insegna che la vicinanza emotiva prolungata può rendere le interazioni familiari una fonte di stress piuttosto che di supporto, soprattutto se i membri della famiglia presentano diversi sistemi di valori o visioni della vita. Un metodo per affrontare queste situazioni può essere quello di prepararsi mentalmente, imparando a gestire i propri limiti emotivi e fissando confini che possano tutelare il proprio benessere psicologico. Solitudine e Festività: Una Realtà Diffusa Per alcune persone, le festività accentuano la solitudine. La percezione dell’isolamento può essere amplificata dal vedere altri celebrare in compagnia. La solitudine durante le feste può colpire persone di tutte le età e situazioni: individui anziani che hanno perso il loro coniuge, giovani lontani da casa, persone che hanno terminato una relazione o che vivono difficoltà sociali. La solitudine durante le festività è un fenomeno che la psicologia riconosce come diffuso, e spesso ignorato dalle narrative comuni. Le strategie di coping per la solitudine possono includere l’impegno in attività che diano significato al periodo festivo, come il volontariato o l’organizzazione di piccoli momenti di convivialità con amici e conoscenti. Per molti, queste attività possono rappresentare un’opportunità per trasformare la solitudine in un’occasione di connessione e solidarietà. Strategie di Gestione Emotiva durante le Festività Esistono molte strategie di coping che possono aiutare ad affrontare gli stati d’animo legati alle festività. Una delle tecniche più utili è la pratica della mindfulness, che aiuta a rimanere presenti nel momento senza essere travolti da pensieri del passato o ansie sul futuro. La mindfulness è particolarmente efficace nel ridurre l’ansia e migliorare l’umore, aumentando la consapevolezza e l’accettazione delle proprie emozioni. Anche la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può rivelarsi utile, in quanto permette di identificare e correggere i pensieri negativi che influenzano il nostro stato d’animo. Ad esempio,
Stare bene con se stessi: un esercizio pratico da applicare quotidianamente

Stare bene con se stessi? E’ possibile! Imparando a relazionarci con l’altro. Anche a costo di dire qualche no. Essere autentici e pienamente se stessi a volte ci risulta difficile! Così, il più delle volte, ci rinunciamo, rischiando di spegnerci lentamente negando i nostri bisogni. Ma annullare se stessi, il più delle volte, genera negatività. Capita che, poi, un giorno, inevitabilmente, ci si rende conto che si è dato troppo o si è subito tanto. Certo non si può pretendere che il cambiamento avvenga ad un tratto! Per quello è fondamentale determinazione e perseveranza. Quali sono i passi che ci portano ad essere assertivi? Facciamo un bilancio della nostra situazione attuale: quali sono gli ambiti in cui tendo ad annullarmi o ad essere aggressivo? 2. Capiamo quali sono i nostri obiettivi: come vorrei essere nelle relazioni? 3. Quali possono essere i miei bisogni? Se il nostro vissuto è piacevole, vorrà dire che i bisogni sono soddisfatti. 4. Quali sono i pensieri che affollano la mente quando ci mettiamo in relazione con l’altro? Alcuni possono essere giudizi verso noi stessi o verso altri, la paura di conseguenze negative, preconcetti. Ricordiamo che spesso sono proprio questi pensieri che governano le nostre azioni! La cosa importante è che abbiamo la possibilità di cambiare i nostri comportamenti, ma non quelli degli altri! Quindi, anche se abbiamo riconosciuto quali possono essere i nostri limiti (dati da pensieri, paure, credenze), teniamo in mente che solo noi abbiamo davvero il potere di cambiare le cose! Impariamo a trasformare in potenziale d’azione i pensieri che ci bloccano! La prima cosa da fare è riconoscere qual è il proprio modo abituale di funzionare. Possiamo, se vogliamo, prendere nota a posteriori di tutto ciò che accade dentro di noi a seguito di un’interazione. Questo può essere utile per venire a conoscenza dei nostri vissuti più profondi e dei bisogni ad essi legati. Soltanto dopo potrei chiedere a me stesso qual è il più piccolo passo possibile che mi avvicinerebbe a soddisfare un mio bisogno. Soltanto così si passa dall’essere reattivo all’essere proattivo, autoaffermando se stessi.
Stanchi? La strategia del recupero attivo

Ti sei mai sentito come un computer con troppe finestre aperte? Quando la testa scoppia, fai fatica a concentrarti e senti di non farcela più, stai vivendo un sovraccarico cognitivo. Questo succede quando il nostro cervello è pieno di informazioni e compiti da svolgere. In questi momenti, significa che siamo sopraffatti e abbiamo bisogno di riposarci. Secondo la teoria dei sistemi dinamici, ogni essere vivente è parte di un grande insieme interconnesso. Per questo motivo ci sentiamo stanchi. Ecco perché è importante adottare la strategia del recupero attivo, organizzando le attività e procedendo un passo alla volta.
Stanchi ma senza un perché: comprendere la fatica mentale e il sovraccarico emotivo nella vita quotidiana

Ti è mai capitato di sentirti esausto senza riuscire a spiegartene il motivo?Hai dormito abbastanza, non hai avuto una giornata particolarmente impegnativa dal punto di vista fisico, eppure… ti senti scarico, distratto, magari anche un po’ apatico. È una sensazione diffusa, spesso sottovalutata, ma molto reale. È quella che in psicologia viene chiamata fatica mentale, e spesso si accompagna a un sovraccarico emotivo che agisce in modo silenzioso, ma persistente. Una stanchezza invisibile, ma reale Viviamo immersi in un flusso costante di stimoli: email, notifiche, messaggi, decisioni da prendere, ruoli da ricoprire. Ogni giorno ci muoviamo tra aspettative (spesso troppo alte), richieste, pressioni. Il nostro cervello elabora continuamente informazioni, pianifica, analizza, valuta. Ma raramente si ferma. E, come un muscolo sovraccarico, a un certo punto cede. Questa forma di stanchezza non riguarda solo chi ha “tanto da fare”. Colpisce anche chi, apparentemente, ha giornate tranquille. Perché la vera fatica non nasce solo dalle azioni, ma dal peso mentale ed emotivo che quelle azioni portano con sé. Il sovraccarico emotivo: il dietro le quinte della nostra stanchezza Ogni emozione che proviamo — preoccupazione, frustrazione, ansia, senso di colpa — richiede energia. Quando non abbiamo tempo o spazio per elaborarle, si accumulano come oggetti in una stanza sempre più affollata. Prima o poi, quella stanza diventa invivibile. Molte persone oggi vivono in uno stato di “allerta costante”, anche se non se ne rendono conto. Il corpo è teso, la mente è sempre in funzione, e le emozioni vengono messe “in pausa” per riuscire ad andare avanti. Ma il conto arriva comunque. I segnali a cui prestare attenzione• Hai difficoltà a concentrarti, anche su cose semplici• Ti senti facilmente sopraffatto, anche da piccole situazioni• Hai un costante bisogno di isolarti o di “spegnerti”• Ti mancano la motivazione e l’entusiasmo• Provi irritabilità o apatia, anche senza motivo apparente Questi segnali sono campanelli d’allarme. Sono il modo in cui il tuo corpo e la tua mente ti chiedono una tregua. Come iniziare a prendersi cura di sé Non esistono soluzioni magiche, ma ci sono piccoli gesti quotidiani che possono fare una grande differenza: 1. Smettere di giudicarsi per essere stanchiAccettare la propria stanchezza è il primo passo per ascoltarsi davvero. Non serve “resistere” o “tirare avanti” sempre. La vulnerabilità non è debolezza, è consapevolezza. 2. Imparare a dosare le energie mentaliNon tutto deve essere affrontato subito. Alcune decisioni possono aspettare. Alcune richieste possono ricevere un “non ora” o un “no”. Imparare a dare priorità è un atto di cura verso se stessi. 3. Ritagliarsi momenti di decompressioneNon serve andare in vacanza per recuperare energia mentale. Bastano 10-15 minuti al giorno in cui spegnere lo smartphone, fare respiri profondi, ascoltare musica, scrivere un pensiero, camminare in silenzio. È in quei momenti che il cervello si rigenera. 4. Allenarsi a vivere le emozioniNon ignorare ciò che senti. Ogni emozione ha un messaggio da portare. Trovare un modo per esprimerla — anche solo parlandone con una persona fidata — può alleggerire molto il carico. 5. Considerare un supporto psicologicoChiedere aiuto non è segno di crisi, ma di maturità. La terapia non è solo per chi “sta male”, ma anche per chi desidera capirsi meglio, prendersi cura della propria salute mentale e vivere con più consapevolezza. Viviamo in un mondo che premia chi resiste, chi produce, chi non si ferma mai. Ma la vera forza è riconoscere quando è il momento di rallentare. La fatica mentale non è qualcosa da ignorare, ma un segnale da ascoltare. Perché dentro quella stanchezza, spesso, c’è un bisogno profondo: quello di tornare a sentirsi umani.
SQUID GAME: UN’ANALISI PSICOLOGICA

Squid Game ha catturato l’immaginario collettivo a livello mondiale, diventando un vero e proprio fenomeno culturale. Al di là del puro intrattenimento, la serie sudcoreana si ben presta a un’analisi psicologica approfondita per esplorare gli aspetti oscuri della natura umana e le dinamiche sociali che ci governano. Uno degli elementi centrali di Squid Game è la disperazione economica che spinge i partecipanti a rischiare la vita per una somma di denaro. La serie ci mostra persone che sono molto povere e che vogliono a tutti i costi cambiare la loro vita. Questo ci fa capire che le difficoltà economiche sono un problema per molte persone. Ma allo stesso tempo, la possibilità di vincere una fortuna ci fa sognare e ci fa capire perché queste persone rischiano così tanto. I giochi mortali a cui vengono sottoposti i concorrenti mettono a nudo la natura umana in tutte le sue sfaccettature. Altruismo, egoismo, cooperazione e tradimento si intrecciano tra di loro. La serie ci mostra come, in situazioni estreme, le persone siano disposte a compiere azioni impensabili per sopravvivere o per aiutare gli altri. La violenza presente in Squid Game non è fine a se stessa, ma funge da metafora per le ingiustizie sociali e le difficoltà che molte persone affrontano nella vita quotidiana. La serie ci invita a riflettere sul ruolo della violenza nella nostra società e sulle sue conseguenze psicologiche. La violenza nei giochi di Squid Game non è solo una conseguenza delle dinamiche competitive, ma anche uno strumento per mantenere l’ordine e il controllo sui partecipanti. Inoltre, nella serie, pur essendoci scene molto cruente, ci troviamo di fronte a una normalizzazione della violenza, che viene resa quasi come un elemento di routine. Squid Game va oltre l’intrattenimento, offrendo un’analisi critica della società contemporanea e delle sue contraddizioni. Si tratta di una serie che ci fa pensare e che ci tocca nel profondo. Ci invita a riflettere sul valore della vita e sull’importanza delle relazioni umane.
Sperimentazione di uno sportello di assistenza psicologica in un centro-trapianti

di Daniela Di Martino L’iter da affrontare per un trapianto d’organo solido è un’esperienza che può d e t e r m i n a r e d i f fi c o l t à psicologiche o psicosociali notevoli nei pazienti.S e p e r a l c u n i r e p a r t i o s p e d a l i e r i è o r m a i consolidata la presenza di una figura dedicata alla salute mentale (ad es. nei reparti di oncologia o maternità); per contro, l’inserimento stabile di psicologi nei centri-trapianto è ancora diffuso a macchia di l e o p a r d o s u l t e r r i t o r i o nazionale.Sono molte le aree di rischio e di potenziale necessità di intervento psicologico in un evento come il trapianto: la fase pre-intervento e postintervento (molto differenti anche in base al tipo di organo da trapiantare) aderenza terapeutica assistenza ai familiari e in particolar modo a quelli che donano organi ai propri congiunti a c c omp a g n ame n t o e sostegno per suppor tare un’adeguata qualità della vita nel pre e post-trapianto c o n t e n i m e n t o e d elaborazione di fattori emotivi fortemente impattanti a causa della drammaticità esistenziale di un evento di questo tipo. Va da sé che è fondamentale considerare in questi pazienti la necessità di un approccio multidisciplinare che guardi al paziente nella sua totalità. Scindere corpo e mente nel trattamento di questi pazienti non solo non conduce ad un’adeguata presa in carico dei bisogni di cura, ma potrebbe essere quanto mai pericoloso in considerazione del fatto che buona parte del successo terapeutico è determinato dalla gestione comportamentale nel posttrapianto: a partire dalla compliance terapeutica, per arrivare al monitoraggio delle proprie condizioni di salute nel tempo. Il riconoscimento e la presa in carico del paziente n e g l i a s p e t t i umani ed esistenziali sono aspetti funzionali a garantire la riuscita del processo di cura, p e r c o n s e n t i r e c i ò è indispensabile inglobare nell’intervento terapeutico gli aspetti psicologici,etici e psicosociali. Sul territorio campano si è m o s s a i n t a l s e n s o l ’ e s p e r i e n z a d i un’associazione volontaristica nata in seno al Reparto di Medicina Interna, Epatologia ed Ecografia Interventistica dell’ U.O. di Gragnano (Na). L’associazione, denominata A s t r a O n l u s , o v v e r o , “Associazione Trapiantati di Fegato e cura delle malattie epatiche”, è un’ associazione nata con l’obiettivo di tutelare gli interessi morali e materiali dei trapiantati di fegato. Tra le tante attività svolte, si occupa anche di sostenere il reparto offrendo ai pazienti servizi di natura specialistica e socioassistenziale. Tra le attività di natura specialistica è stata offerta, per un certo periodo di t e m p o , l a c o n s u l e n z a psicologica ai pazienti afferenti al reparto.L’esperienza può essere così sintetizzata: il paziente in a t t e s a d i t r a p i a n t o o trapiantato è un paziente complesso, il cui trattamento in termini psicologici varia a seconda del momento storicoclinico del percorso e a seconda della patologia che porta a l l a necessità d i trapianto d’organo. Nel periodo pre-trapianto è importante la gestione dello stress derivante dalla mutata condizione di salute; i l paziente va sostenuto e a c c o m p a g n a t o nell’adattamento alle nuove c o n d i z i o n i d i v i t a che impattano su molteplici livelli: individuale,familiare,sociale e lavorativo. L’alterazione dell’immagine corporea, la perdita della propria routine e capacità lavorativa, la modifica delle relazioni f a m i l i a r i possono essere esperienze fortemente penose a livello psichico, tali da ingenerare forme depressive,ansiose o atteggiamenti evitanti. Il posttrapianto è caratterizzato dalla consapevolezza di dover convivere per tutta la vita con una condizione diversa rispetto alla precedente; indurre il paziente a ritrovare una nuova normalità non è un’operazione semplice e richiede che il trapiantato v e n g a s o s t e n u t o nell’individuazione delle i s o r s e p r e s e n t i p e r ricominciare a riappropriarsi progressivamente della sua vita.Il ritorno alla vita quotidiana n e l p o s t – t r a p i a n t o è un’esperienza lenta e talvolta difficoltosa, pertanto un paziente andrebbe seguito nell’immediato post-intervento, ma anche nel medio e lungo periodo. E’ stato osservato che nell’immediato posttr a p i a n t o v i una f o r t e percezione di un’esperienza di “rinascita”, trasversale in quasi tutti i pazienti, tuttavia nel tempo possono emergere con forza vissuti depressivi o ansiosi correlati alla propria condizione; essi vanno a s s o l u t a m e n t e g e s t i t i , soprattutto con l’obiettivo di sostenere un’adeguata qualità della vita nel tempo. E’ chiaro che seguire un paziente da trapiantare o t rapiantat o r ichiede una g r a n d e p r e p a r a z i o n e psicologica in tutti i curanti, la presenza di una figura esperta in salute mentale nei centritrapianto si integra nel processo di cura con la sua competenza specifica. I l trattamento di simili pazienti è infatti di tipo multidisciplinare e richiede equipe ben formate sia sugli aspetti squisitamente clinici e fisiologici del pre e post-trapianto, oltreché sugli a s p e t t i p s i c o