Sunny De Vita

Gestalt e approccio integrato
Sull’importanza del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza sulle donne è un problema di salute di proporzioni globali. È un fenomeno in crescita che ha numerose conseguenze non solo sulle donne, a livello psicologico, sociale e relazionale, ma sulla società tutta. È un fenomeno pervasivo, per cui sono necessari interventi decisi ed efficaci a livello sociale e culturale, insieme ad una presa in carico globale delle donne. In questo quadro, gli psicologi possono svolgere un ruolo fondamentale. Il 25 novembre appena trascorso è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ufficializzata dalle Nazioni Unite nel 1999. È una giornata di riflessione, confronto, rabbia, dolore, forza e coraggio. I dati condivisi sono sempre più allarmanti e disegnano una situazione che sottolinea l’importanza di giornate come il 25 novembre. Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Tra il 1° gennaio e il 19 novembre 2023 in Italia sono stati commessi 106 femminicidi. Sono state uccise 106 donne, una ogni tre giorni. 87 donne sono state uccise in ambito familiare o affettivo, di cui 55 per mano del partner o dell’ex. Sono 30.581 le chiamate registrate al numero antiviolenza 1522 nei primi 9 mesi del 2023 (dati Istat). Circa i due terzi delle chiamate viene poi indirizzata ai servizi più idonei, che in oltre 9 casi su 10 sono centri e servizi antiviolenza, case protette e di accoglienza. Nel 2023, il 47,6 per cento dei casi ha chiesto aiuto poiché vittima di violenza fisica, a seguire c’è la violenza psicologica. La maggior parte delle vittime riporta un lungo vissuto di violenze e in quasi 8 casi su 10 si tratta di violenza in ambito domestico. In oltre la metà dei casi i figli hanno assistito alla violenza. Le vittime hanno dichiarato di aver paura di morire, di temere per la propria incolumità e dei propri cari, di provare ansia e di essere in grave stato di soggezione. Emerge una persistente resistenza a denunciare: solo il 15,8% ha denunciato la violenza subita a causa della vittimizzazione secondaria da parte del sistema giudiziario e dei media. Nonostante tutto questo, si investe ancora troppo poco in prevenzione. Se ne parla ancora poco, spesso in modo confuso. Il ruolo degli psicologi, tra i tanti, è proprio quello di aiutare a sensibilizzare sul tema: conoscerne gli aspetti psicologici, ma anche sociali e culturali, imparare a riconoscere i primi segnali di violenza, sviluppare sensibilità ed empatia, aiutare ad assumere un atteggiamento non giudicante ma accogliente del dolore altrui, riflettere su come si parla di violenza e perché spesso si innalzano difese consce o meno nelle discussioni sul tema. Sono tante le modalità di condivisione e prevenzione del problema della violenza contro le donne, ma qualcosa deve muoversi. Deve avvenire un cambiamento radicale a livello sociale e culturale, dobbiamo comprendere che tutti ne facciamo parte e assumerci, come individui e come società, la responsabilità di dover intervenire, adesso.
STUPRI DI GUERRA: QUANDO SONO I CORPI AD ESSERE INVASI E CONQUISTATI

di Carola Battistelli La guerra in Ucraina sta provocando conseguenze drammatiche a livello umanitario. Si contano oltre 3 milioni e mezzo di profughi in fuga dal paese e i numeri sono destinati ad aumentare vertiginosamente con la prosecuzione del conflitto.Tra gli orrori commessi in tempo di guerra, c’è la pratica di stuprare o rapire donne e bambine per sfruttarle sessualmente. Parliamo di una pratica, di atti prevaricanti e de-umanizzanti che vengono sferrati ai danni della popolazione femminile e, simbolicamente, dell’intera nazione.Lo stupro è un atto di violenza carnale fondato su una sostanziale asimmetria di potere, che vede la donna in una posizione di subordinazione e sottomissione di fronte alla volontà dell’uomo. Si tratta di una delle forme di violenza più estreme, della punta di un Iceberg che si regge su una base sommersa, non immediatamente visibile e che contribuisce al prosperare degli stereotipi di genere. Parliamo, pertanto, della violenza di genere come un fenomeno strutturale e sistemico, che si origina dalla diseguaglianza negli aspetti più impliciti e quotidiani (pubblicità e linguaggio sessista, invisibilità, annullamento etc.) fino ad arrivare a manifestazioni emergenti più esplicite (aggressioni fisiche, stupri, omicidi etc.).Quando lo stupro avviene durante una guerra assume delle caratteristiche particolari che meritano ulteriori riflessioni. Innanzitutto, è bene esplicitare che si tratta di una violenza che offusca ogni faziosità, trattandosi di una violazione dei diritti umani che avviene trasversalmente a prescindere dal fronte in cui si combatte. È, inoltre, un atto violento che ha caratterizzato ogni conflitto storico conosciuto, a conferma della radicalizzazione della problematica. Vi sono testimonianze raccapriccianti risalenti alla seconda guerra mondiale, al conflitto tra Bangladesh e Pakistan, ai movimenti di resistenza delle donne curde, al conflitto interno guatemalteco, alla repressione subita ai danni delle donne afghane, alla guerra in ex-Jugoslavia, al genocidio ruandese… L’elenco potrebbe continuare a lungo.In quest’ottica, la guerra avrebbe portato alla luce, in forma assoluta ed estrema, lo schema relazionale diseguale tra uomini e donne, modelli asimmetrici già presenti nella società esacerbati dalla brutalità del conflitto e dal diffuso meccanismo del disimpegno morale messo in atto dai combattenti.Per anni lo stupro in guerra è stato considerato un atto deviante del singolo, un’infausta conseguenza dell’astinenza prolungata degli uomini al fronte, interpretazioni che hanno contribuito a ridurre la soggettività della donna a un mero oggetto di gratificazione sessuale in balia dei bisogni biologici dell’uomo. Ad oggi, lo stupro è considerato un’arma di guerra usata per colpire il corpo femminile, che diventa un campo di battaglia (Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018). Lo stupro è un attacco violento alla dignità della persona volto a minarne l’autodeterminazione e il senso di prevedibilità della vita, è un’esperienza soverchiante in cui ci si sente impotenti, senza alcun controllo sul proprio corpo.Parliamo di un corpo invaso, di un’intimità lacerata. Il corpo delle donne diviene simbolo della nazione, territorio che gli uomini sono chiamati a proteggere, pena la perdita del loro onore. Se il nemico passa il confine, invade irreversibilmente un “territorio corporeo” evidenziandone la vulnerabilità, lo conquista come fosse una sua proprietà naturale, lasciando la soggettività che vi abita in balia di un’imprevedibilità traumatica. Lo stupro, così, colpisce la donna e, in misura differente, anche l’uomo, incapace di aver tutelato i “propri” confini e di proteggere lei, donna-nazione, disonorando il suo stesso territorio: una logica patriarcale che calpesta la soggettività, la vita stessa, chiamando in causa dimensioni del potere più ampie e complesse.L’incapacità di dare un senso a questo evento dirompente produce una discontinuità esistenziale, una frattura nel proprio senso identitario che impedisce il riscatto della donna, che rimane paralizzata in un ricordo non verbalizzabile. Molte delle donne che hanno subito uno stupro hanno sviluppato una bassaautostima, una sessualità traumatizzata dall’essere state oggettivate, non si sentono degne e odiano il loro corpo; non di rado presentano ideazioni auto/ etero aggressive e/o tratti impulsivi.Quando da uno stupro si genera una vita le conseguenze psicologiche e sociali sono ancora più drammatiche. In questi casi, spesso le donne sono vittime di un’ulteriore violenza: lo stigma sociale e l’ostracismo da parte della loro comunità. In quest’ottica, partorire un essere umano figlio del nemico vuol dire aver contaminato irreparabilmente la propria etnia, è la manifestazione più tangibile della sconfitta, della distruzione della comunità (Flavia Lattanzi, giudice del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il Ruanda). Questo aspetto è un’ulteriore ragione che spinge le donne a tacere, impedendogli di fatto alternative esistenziali dignitose e contribuendo a rendere il fenomeno di difficile emersione.Gli stupri di guerra rappresentano, pertanto, un crimine contro l’umanità presente fin dai tempi antichi, caratterizzato da una forte dimensione di genere. Tuttavia, è altrettanto vero che la violenza sessuale è un fenomeno che riguarda tutti. Ci sono, infatti, testimonianze di uomini abusati sessualmente dalle truppe nemiche, colpiti nella loro virilità e resi vulnerabili. Anche questi delitti il più delle volte rimangono impuniti per il tabù che caratterizza l’abuso sessuale sugli uomini, aspetto che rende difficile una reale documentazione sul fenomeno.Per quanto la guerra possa essere percepita come lontana a livello psicologico, la situazione in Ucraina ha scosso inevitabilmente l’Europa ricordandole che, al di là dello schermo televisivo e a pochi chilometri dai suoi confini, ci sono corpi lacerati, de-umanizzati. Riconoscere nello stupro un delitto contro i diritti umani è dare voce al dolore di chi lo ha subito, vuol dire assumersi una responsabilità nei confronti delle vittime, in ogni luogo e tempo in cui avvengano simili soprusi. Bibliografia e SitografiaBianchi, B. (2009). Genere, nazione, militarismo. Gli stupri di massa nella storia del Novecento e nella riflessione femminista. Numero monografico della rivista DEP. vol. 10, pp. I-320.Brownmiller, S. (1975). Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale. Milano: Bompiani.Ivekovic, R., Mostov J. (2003). From Gender to Nation. Ravenna: Longo.Licciardello, O.; Cardella M. G. (2017). Alla base dell’iceberg. La rappresentazione della violenza sessuale tra atteggiamenti di superficie e sfondo. Milano: Angeli ED.Osorio, T. (2022). Ucraina, gli stupri di guerra sugli uomini sono un tabù. https://www.globalist.it/world/2022/03/24/ucraina-gli-stupri-di-guerra-sugli-uomini-sono-un-tabu-lesperto-spiega-il-perche/ Consultato il 31/03/2022
Studenti che sfidano gli insegnanti

Durante l’adolescenza, un periodo ricco di cambiamenti e scoperte, è normale che i ragazzi si sentano spaventati o preoccupati. Per sembrare più coraggiosi di fronte agli adulti e ai coetanei, alcuni di loro possono nascondere queste emozioni. Spesso, indossano la ‘maschera del coraggio’ che consente loro di affrontare anche le sfide con i loro insegnanti. Grazie a questa maschera, riescono a mostrarsi audaci, anche se dentro di sé provano paura. Questo comportamento può essere influenzato da diversi fattori, ma avere costantemente questa maschera può portare a un accumulo di stress e tensione emotiva.
Stringere in un abbraccio: un gesto ricco di significato

Uno dei gesti intimi ed affettuosi dall’alto potere comunicativo è stringere un ‘altra persona in un abbraccio. Il contatto fisico tra due persone è uno degli elementi fondanti le relazioni umane. Esso è non solo sinonimo di intimità, ma anche uno stimolo alla costruzione del benessere psicofisico. L’abbraccio rappresenta, quindi, per l’essere umano uno degli strumenti che, sin dalla tenera età, permette di interagire col proprio mondo circostante. Grazie, infatti, all’abbraccio materno, che funge da holding, da contenimento materno, il bambino ha la possibilità di sperimentare un luogo sicuro, che allevia lo stress. Questo semplice gesto, ricevuto quindi fin dall’infanzia, costruisce così un mattone fondamentale per le proprie relazioni future. Il bambino, e poi l’adulto successivamente, attraverso di esso, sperimenta un abbassamento del cortisolo, noto ormone dello stress, e di conseguenza un miglioramento dell’umore e dello stato di salute. Proprio come il bacio sulla fronte, stringere qualcuno in un abbraccio crea intimità e fiducia, migliorando anche l’autostima, l’amore per se stessi e per gli altri. Spesso ciò di cui si ha veramente bisogno è proprio di un abbraccio, del suo fattore rassicurante. Comunica semplicemente “ io ci sono e sono qui per te”. Nella società attuale, digitale e sempre connessa, il contatto fisico tra le persone si è ridotto sensibilmente, alimentando anche i disturbi psicofisici e relazionali interpersonali distorte. Eppure un semplice gesto, del tutto gratuito, può fare davvero la differenza. Un abbraccio è un piccolo contributo personale a tutela della salute fisica e psicologica sia di chi lo da e sia di chi lo riceve. L’universo non ha un centro, ma per abbracciarsi si fa così: ci si avvicina lentamente eppure senza motivo apparente, poi allargando le braccia, si mostra il disarmo delle ali, e infine si svanisce, insieme, nello spazio di carità tra te e l’altro. ( Chandra Livia Candiani)
Stresslaxing: quando il relax diventa fonte di stress

Viviamo in un mondo dove lo stress sembra essere sempre più invasivo. Impegni di lavoro, responsabilità familiari, e la continua pressione sociale ci spingono spesso a cercare momenti di relax. Tuttavia, in molti casi, anche questi momenti di riposo finiscono per diventare fonte di ansia. Questo fenomeno, noto come “stresslaxing”, rappresenta un paradosso moderno: il tentativo di rilassarsi diventa motivo di stress. Cos’è lo stresslaxing? Il termine stresslaxing nasce dalla combinazione delle parole “stress” e “relaxing” (rilassarsi), e descrive la situazione in cui le attività pensate per ridurre la tensione finiscono per crearne ancora di più. Un esempio tipico può essere la sensazione di dover “massimizzare” il tempo libero: pianificare una giornata di relax perfetta, o sentirsi obbligati a svolgere attività rilassanti come la meditazione o lo yoga, per poi scoprire che questi stessi momenti, invece di alleviare l’ansia, diventano fonte di ulteriore stress. Le cause dello stresslaxing Il fenomeno dello stresslaxing deriva principalmente dalle aspettative e dalla pressione sociale di vivere una vita “equilibrata” e “sana”. Vediamo le cause più comuni.1. Pressione di rilassarsi in modo perfetto: nella società contemporanea, esiste una forte enfasi sulla cura del benessere personale. Dai social media ai consigli di esperti, siamo bombardati da suggerimenti su come migliorare la nostra salute mentale e fisica. Spesso, questo porta alla percezione che anche il relax debba essere “ottimizzato” per essere efficace.2. FOMO (Fear of Missing Out): La paura di perdere opportunità può emergere anche in contesti di relax. Durante i momenti liberi, molte persone provano ansia nel vedere amici, colleghi o sconosciuti online che sembrano vivere esperienze incredibili. Anche il tentativo di rilassarsi può diventare un’occasione di confronto, con il timore di non stare “rilassandosi abbastanza” o nel modo “giusto”.3. Routine rigida del benessere: stabilire una routine dedicata al benessere (come fare attività fisica, meditazione, leggere un buon libro) può facilmente trasformarsi in un elenco di compiti da svolgere. Sentirsi obbligati a seguire rigidamente questa routine per non “fallire” nel proprio percorso di benessere può far emergere stress.4. Aspettative elevate e perfezionismo: alcune persone impostano aspettative elevate per il tempo libero, con l’obiettivo di sentirsi rilassate o rigenerate a tutti i costi. Tuttavia, fissare un “obiettivo” di relax o cercare un’esperienza perfettamente rilassante crea una pressione difficile da gestire. Sintomi dello stresslaxing I sintomi dello stresslaxing possono variare, ma spesso includono:• Ansia anticipatoria: la sensazione di preoccupazione per il tempo libero, domandandosi se si riuscirà davvero a rilassarsi.• Sensazione di colpa: provare un senso di colpa se ci si sente “poco produttivi” o “inutili” durante i momenti di relax.• Irritabilità: notare che anche piccole interruzioni o imperfezioni nei piani di relax scatenano fastidio o frustrazione.• Difficoltà a staccare la mente: pensieri intrusivi e preoccupazioni anche quando si cerca di rilassarsi, come pensare costantemente a impegni futuri o problemi personali. Strategie per gestire lo stresslaxing Per evitare che il relax diventi un ulteriore compito gravoso, possiamo adottare alcune strategie.1. Ridurre le aspettative: invece di vedere il relax come un obiettivo da raggiungere, impariamo a viverlo in modo spontaneo e a valorizzare ogni esperienza, anche le piccole pause. Rilassarsi non deve essere “perfetto”, né raggiungere un risultato specifico. Un buon esercizio è ripetersi che non c’è un “modo giusto” per riposarsi.2. Praticare la mindfulness: la mindfulness aiuta a vivere il momento presente senza giudicare le proprie emozioni. Durante i momenti di relax, possiamo allenarci a riconoscere eventuali sensazioni di stress senza reagire a esse. Un approccio mindful permette di accettare e lasciare andare le aspettative e le pressioni, godendo più liberamente del presente.3. Bilanciare il tempo libero tra passivo e attivo: non tutte le attività rilassanti devono essere produttive o attive. Alternare momenti di relax attivo, come fare yoga o leggere, con momenti di relax passivo, come semplicemente riposare o lasciarsi andare a una serie TV, può alleviare il senso di obbligo e rendere il tempo libero più vario.4. Accettare l’inattività: non è necessario riempire ogni minuto del tempo libero con attività. Imparare a tollerare e persino apprezzare momenti di inattività (senza sentirsi in colpa) è cruciale per contrastare lo stresslaxing. Il riposo è prezioso anche senza uno scopo preciso.5. Scollegarsi dai social media: spesso il confronto con gli altri sui social aumenta la pressione e la percezione di “non fare abbastanza”. Staccare temporaneamente dai social può aiutare a concentrarsi sui propri bisogni e a ritrovare un ritmo personale nel relax. Lo stresslaxing è un fenomeno che riflette le contraddizioni della nostra società, dove anche il tempo libero può trasformarsi in una performance da ottimizzare. Tuttavia, comprendere che rilassarsi non è un “dovere” ma una possibilità di rigenerarsi è il primo passo per ritrovare un rapporto più sano con il relax. Adottare un approccio flessibile e accettare che non esiste un “modo giusto” per riposarsi può fare la differenza nel bilanciare vita, lavoro e benessere personale.
STRESS POST TRAUMATICO: I PEAKY BLINDERS

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress. In questo caso illustreremo il Disturbo Post-Traumatico da Stress a partire da uno dei protagonisti chiave di una nota serie tv “Peaky Blinders”: Thomas Shelby. Per chi non lo sapesse, Thomas Shelby è il capo di una band di Birmingham chiamata Peaky Blinders. Questo nome deriva da una particolare forma di paraocchi del berretto all’interno del quale nascondono una lametta che viene usata come arma. Questa serie tv racconta le vicende della famiglia Shelby, che, dopo il ritorno dalla guerra di Thomas e dei suoi fratelli, vuole riprendere gli affari lasciati in sospeso nel mondo della criminalità. Ma cosa succede? Una volta conclusa la Prima Guerra Mondiale, la vita degli Shelby non è più come prima. La guerra, infatti, ha lasciato degli strascichi importanti sulla loro personalità e ha portato allo sviluppo del Disturbo Post-Traumatico da Stress. Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) è una condizione che si sviluppa solitamente dopo essere esposti a eventi traumatici stressanti, come potrebbe essere la guerra. Uno dei sintomi caratteristici è il continuo rivivere l’evento traumatico. Nel nostro caso, Thomas Shelby ha ricorrenti e intrusivi flashback, durante i quali ricorda i combattimenti al fronte. Questa condizione può comportare una perdita di lucidità e, dunque, esporre anche il rischio del suicidio. Può capitare anche che si presentino stati dissociativi, dove la persona agisce e si sente come se l’evento si stesse ripresentando. Inoltre, le persone che soffrono di PTSD sperimentano disagio psicologico e reattività fisiologica nel momento in cui vengono esposti a eventi/stimoli che assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico. Di regola, infatti, la persona si sforza volontariamente per evitare pensieri e conversazioni che possano in qualche modo ricordare il trauma. In questi casi, le persone tendono a presentare sintomi di ansia che portano a difficoltà di addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi, irritabilità e scoppi d’ira. Questo è ben visibile nei fratelli di Thomas: Arthur e John, infatti, sono molto aggressivi e irritabili e provano piacere nel minacciare e uccidere. Proseguendo, solitamente dopo l’evento traumatico queste persone provano un minor interesse nei confronti del mondo esterno, chiamato paralisi psichica o anestesia emozionale. Nel nostro caso, Thomas Shelby manifesta dei sentimenti di distacco nei confronti degli altri, tanto che vuole portare a termine la maggior parte dei suoi affari autonomamente anche di fronte a grandi difficoltà. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicine alla disciplina psicologica. Al di là del loro intento cinematografico, essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione in chi legge. In questo caso emerge quanto sia importante nella vita reale elaborare i traumi del passato per fare in modo che essi non condizionino il proprio presente e futuro. Tutto questo soprattutto senza aver paura di chiedere aiuto esterno! BIBLIOGRAFIA: Sanavio, E., & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica. Terza Edizione aggiornata al DSM-5. Bologna: Il Mulino
Stress lavoro-correlato e genere: un’immagine sulle lavoratrici

di Di Martino Daniela da Psicologinews Scientific Il D.Lgs n. 81/2008 e le successive disposizioni integrative e correttive del D.Lgs . 3 agos t o 2 0 0 9 n. 1 0 6 introducono l’obbligo di attuare la valutazione dello stress lavoro-correlato, ciò per tutte le aziende (pubbliche e private), secondo quanto previsto da due documenti: – l’Accordo Quadro Europeo sullo stress lavoro-correlato (recepito il 9 Giugno 2008) – le indicazioni della Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza sul Luogo di Lavoro (18 Novembre 2010) Il D. LGS n.81/2008 rappresenta una rivoluzione rispetto all’attenzione posta alle differenze di genere nell’esposizione ai rischi professionali e in particolar modo a quelli specificamente connessi allo “stress lavoro-correlato”. L’ articolo 6, comma 8 let. L afferma che la prevenzione di questo rischio non possa esulare dal riconoscimento delle differenze di genere e cito: La Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha il c o m p i t o d i … . p r o m u o v e r e l a considerazione della differenza di genere in relazione alla valutazione dei rischi e alla predisposizione delle misure di prevenzione. Viene dunque superato il paradigma della prevenzione e protezione della salute sui luoghi di lavoro a carattere “neutro” e si valorizza la specificità di genere nell’interazione con l’ambiente di lavoro. Lo stress lavoro-correlato è un rischio professionale che evidenzia differenze significative tra le lavoratrici e i lavoratori rispetto a cause, effetti e conseguenze. Il principale fattore di stress per il g e n e r e f e m m i n i l e r i g u a r d a l a conciliazione lavoro/famiglia e i l cosiddetto fenomeno del “doppio carico”. Le donne sono sempre più presenti nel mercato del lavoro, tuttavia a ciò non è ancora seguita una piena ed equa rimodulazione dei carichi extralavorativi tra i generi. Ancora oggi le donne si occupano dell’accudimento di figli e familiari anziani, in misura maggiore rispetto agli uomini. La conciliazione lavoro/famiglia si configura, pertanto, come la prima e principale fonte di stress lavoro-correlato per le donne. I l “doppio car ico” rappresenta il problema principale d’accesso ad adeguati meccanismi di recupero psico-fisico: basti pensare che secondo un’indagine ISTAT, i lavoratori maschi dedicano in media 2 ore all’assistenza dei familiari, le donne ne dedicano in media 5 e mezza. Ciò implica che in Italia, mediamente, una donna ha meno tempo libero rispetto ad un uomo. Il fenomeno del “doppio carico” ha effetti anche sulla sfera emotiva, in particolare, il timore della donna di penalizzare la carriera in caso di gravidanza o matrimonio, e viceversa, il timore di penalizzare la famiglia a causa del lavoro, sono due dinamiche mentali estremamente presenti e negative per la salute mentale femminile. A ciò si aggiungono le tensioni che spesso insorgono con i datori di lavoro di fronte a richieste di turnistiche agevolate, permessi, aspettative che nascono dalla necessità di meglio conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari. Altro aspetto intorno al quale più spesso nascono tensioni sono le comprensibili resistenze della donna a svolgere trasferte/distacchi in luoghi lontani dal domicilio e quindi dalla propria famiglia. Questi fenomeni sono annoverati tra le principali cause del maggior disagio delle donne lavoratrici rispetto agli uomini. Secondo alcuni studi il “doppio carico” rappresenterebbe anche una delle cause del minor accesso delle donne a posizioni gerarchiche apicali (fenomeno del “Soffitto di cristallo”). Un altro fenomeno che attanaglia il genere femminile sui luoghi di lavoro riguarda le molestie sessuali. Sembra incredibile ma solo di recente le molestie hanno cominciato ad assumere un valore e un significato giuridico. Alcuni atteggiamenti maschili sono stati a lungo considerati dalle stesse donne come parte della comune convivenza con gli uomini sul luogo di lavoro. Dare a quegli stessi comportamenti il valore di u n a i m p r o p r i a e o l t r a g g i o s a prevaricazione e, quindi, di molestia, è una conquista dei nostri tempi. Definire la molestia non è semplice. Su questo tema ci viene in soccorso la raccomandazione dell’Unione Europea sulla tutela delle donne e degli uomini sul lavoro (1991)che introduce, a tale riguardo, in modo esplicito, il concetto di m o l e s t i a , s p e c i fi c a n d o n e l e caratteristiche: – “reiterazione”, ossia di insistenza; – “ intenzional i tà” , ossia volontà soggettiva di offendere; – “ indesiderabi l i tà” di determinat i comportamenti, da parte di chi li subisce. Questi aspetti sono difficilmente obiettivabili e dimostrabili, in quanto spesso diventa rilevante la percezione soggettiva d i chi subisce quei comportamenti. Ciò che fa veramente la differenza sono: la percezione, il vissuto e le reazioni che carat ter izzano l’esperienza di una donna molestata da un uomo .Questo aspetto, rende ad oggi ancora difficile l’applicazione di sanzioni al fenomeno delle molestie. Analizziamo come ultimo elemento di stress lavoro-correlato il mobbing. A tal proposito è utile riportare uno studio condotto dall’Università degli studi di Pavia (Tonin e coll.). In questo studio sono stati elaborati statisticamente i dati d i p a z i e n t i e s a m i n a t i p r e s s o l’ambulatorio di Medicina del Lavoro istituito presso la suddetta l’Università, tra il 2001 e il 2009. Tra i lavoratori con diagnosticata “sindrome da mobbing” o patologie correlabili, si è riscontrata una netta preponderanza del sesso femminile (65%). Del 65% delle donne vessate: 1. la percentuale più alta appartiene alla fascia d’età compresa tra i 34 e i 45 anni; 2. si tratta di soggetti con scolarità medio -elevata; 3. la professione prevalente è quella impiegatizia. Ad un’analisi dettagliata notiamo che, al punto 1, la fascia di età tra i 34 e i 45 anni risulta essere più esposta ad atteggiamenti “mobbizzanti”. Sarebbe a tal proposito interessante uno studio di correlazione tra mobbing e incremento
Stress e Mentalizzazione

di Adelina Detcheva Nel linguaggio corrente, l’utilizzo della parola “stress” ha una duplice polarità. Da una parte, essa vuol indicare una condizione psicofisica ben specifica, in senso fortemente evocativo: pesantezza, tensione, malessere ad accezione fortemente fisica, dovuto a problemi non ben identificati, sebbene spesso collocabili in uno specifico dominio (es. lavoro); dall’altra, rimane una parola vaga, vuota, confusa. Insomma, dal punto di vista clinico, essa vuol dire tutto e non vuol dire niente. Niente di specifico, niente di definibile dal punto di vista del senso. Insomma, spesso prova “stress” chi non sa cosa prova, ma vive una situazione spiacevole dal punto di vista fisico e dell’umore, sebbene non riesca a mettere a fuoco le determinanti di questa condizione. Distress Lo stress è un costrutto al centro dell’indagine interdisciplinare. Tra fisiologia e psicologia, lo stress nel linguaggio corrente è noto soprattutto nella sua accezione negativa, ovvero come il “distress” a livello scientifico, di senso opposto rispetto al concetto di “eustress”, una sorta di eccitazione gioiosa (Selye, 1975). Definibile come una percezione soggettiva di incapacità di gestire la situazione, in quanto questa richiederebbe risorse eccedenti rispetto a quelle di cui ci sentiamo in possesso (Lazarus e Folkman, 1984), il distress ci disorganizza, ci butta a terra, ci lascia incapaci di reagire in modo adattivo. Distress e corpo E’ noto ormai, anche a livello culturale, la modalità con cui il distress consuma il corpo. La ricerca neuroscientifica ha fatto passi importantissimi negli ultimi anni. Pensiamo allo stress acuto: tachicardia, pressione sanguigna alta, ansia, insomma, risposta di allarme che ci carica di adrenalina e mette il corpo in una condizione di “iperarousal”, ovvero di uno stato di attivazione fisico e psicologico abnorme. Se, invece, pensiamo allo stress cronico, ovvero ad una situazione di costante stress che la persona non riesce a gestire, ecco che si viene travolti da risposte ormonali di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) a rilascio costante che abbattono le difese immunitarie, abbassano il tono dell’umore, inducendo sentimenti profondamente avvilenti, come la disperazione e la demoralizzazione (Porcelli, 2009). Stressor Lo stressor è il fattore stressante, la situazione che ci espone ad una condizione di disagio. In letteratura, si parla di eventi psicosociali stressanti, i cosiddetti “life events”, situazioni oggettivamente impegnative che sfidano le persone a reagire. Una buona lista di eventi psicosociali viene esplorata da Paykel et alii (1971) ed include stressors di vario genere, come ad es. lutti di persone care, malattie gravi di persone significative o della persona, matrimoni, relazioni di coppia conflittuali (separazioni, divorzi, tradimenti), difficoltà economiche (licenziamenti, fallimenti, debiti), trasferimenti, gravidanze e aborti, adozioni. Insomma, si tratta di sfide adattive nuove che la persona si trova a fronteggiare con gli strumenti attuali che possiede. Coping Certo, gli eventi psicosociali ci mettono in gioco, ma sono le risposte del soggetto a fare la differenza. Parliamo di coping, ovvero di quelle strategie soggettive che la persona mette in atto per fronteggiare le nuove sfide della propria vita (Taylor, Stanton, 2007). In letteratura vengono solitamente indicate modalità di coping maggiormente funzionali alla situazione o, al contrario, modalità disfunzionali, ovvero che non funzionano, non riducono il distress della persona e/o non l’aiutano ad adattarsi alla nuova condizione. Risorse Le risorse solitamente sono dovunque. Per definire una cornice di lettura di questo utile aiuto, in primis possiamo indicarle come interne ed esterne. Vi sono così caratteristiche personali “forti”, come ad es. il senso di umorismo, la fiducia, la determinazione, la capacità di mentalizzazione, la resilienza, e le risorse esterne, come il sostegno sociale, incluso l’aiuto di familiari, persone significative, professionisti. Insomma, si tratta di fattori che supportano l’adattamento e favoriscono la percezione di benessere. Mentalizzazione La mentalizzazione è un costrutto dotato di uno straordinario potenziale in psicologia clinica e psicoterapia. Sapere cosa proviamo, cosa ci disturba, in poche parole, essere capaci di riflettere sulla nostra esperienza interna ed esterna, è un fattore di protezione trasversale in una serie di situazioni che potrebbero minare il nostro benessere e la nostra salute mentale (Allen e Fonagy, 2006). Essa potenzia il nostro adattamento, media la risposta della persona di fronte agli stressors, modula l’attivazione psicofisica del nostro corpo. In altre parole, la capacità di mentalizzazione può trasformare una situazione aspecifica e generica di disregolazione psicofisica in un aspetto specifico della nostra esperienza suscettibile di essere ristrutturato, risignificato ed, infine, superato. Non si tratta di un costrutto soltanto cognitivo, in quanto le emozioni sono centrali per sua definizione. Tuttavia, esso è anche cognitivo, nel senso che ha la peculiarità “mentalizzante” di dare forma al nostro vissuto emotivo. Certo, la consapevolezza emotiva non è tutto e ci sono, di solito nella vita, molti altri fattori di vario genere in gioco, ma la mentalizzazione, in ogni caso, protegge il corpo e la mente, ponendosi similmente ad un faro che ci guida durante la tempesta. “Nessun problema può resistere all’assalto di una riflessione approfondita”. (Voltaire) Bibliografia Allen J.G., Fonagy P. (2006). La mentalizzazione. Il Mulino: Bologna, 2008. Folkman S., Lazarus R.S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer: New York. Paykel E.S., Prusoff B.A., Uhlenhut E.H. (1971). Scaling of life events. Archives of General Psychiatry,25,340-7. Porcelli P. (2009). Medicina psicosomatica e psicologia clinica. Raffaello Cortina: Milano. Selye H. (1975). Implications of stress concept. New York State Journal of Medicine, 75(12), 2139–2145. Taylor S.E., Stanton A.L. (2007). Coping resources, coping processes, and mental health. Annual Review Clinical Psychology, 3, 377-401.
Stress e Fattori di Rischio Psicosociali

di Martino Daniela scientific 3 2022 Lo stress è una reazione relativamente aspecifica alle sollecitazioni ( stressors o stimoli) dell’ambiente esterno e/o interno. E’ dunque un meccanismo di risposta alle richieste ambientali che ha natura del tutto fisiologica e non patologica(eustress): Senza stress c’è la morte(Hans Selye) Tuttavia, gli studi, l’esperienza clinica e la ricerca, dimostrano che in alcune condizioni la risposta di stress può divenire disfunzionale, ovvero, nei seguenti casi specifici: 1 – per inadeguata intensità degli stimoli (sovra o sottostimolazione) 2 – per eccessiva durata degli stessi 3 – per caratteristiche di personalità del soggetto. In questi casi la reazione di stress può diventare patologica e trasformarsi in una sindrome da stress negativo (distress), che è caratterizzato da: a – disturbi cogni t ivi (perdi ta di concentrazione, difficoltà ad assumere decisioni, persistenti pensieri negativi, diminuita abilità dei managers, ecc.) b – disturbi emozionali (perdita di entusiasmo, i r r i t a b i l i t à , a n s i a , depressione, ecc.) c – disturbi fisici (palpitazioni, mal di schiena, mal d i t e s t a , d i s t u r b i gastrici,ecc.) d – disturbi comportamentali (decremento d e l l a p e r f o r m a n c e , d i s t u r b i dell’alimentazione, aumento di errori e infortuni, abuso di alcool e tabacco, stato di sovra o sotto eccitazione, ecc.). Uno dei maggiori fattori di stress sul lavoro è rappresentato dalle relazioni interpersonali. A tal proposito L. Levi ha messo a punto il modello dello stress cosiddetto “psicosociale”,secondo cui le i n t e r a z i o n i s o c i a l i e i r a p p o r t i interpersonali possono rappresentare per le persone una fonte stressogena, in grado di produrre tutti i disturbi psicosomatici alla pari dei altri stimoli ambientali, fisici o organici. Le interazioni lavorative, se non gestite correttamente possono esporre a danni alla salute fisica e psicologica, insieme ad a l t r i f a t t o r i . Proprio questa consapevolezza ha spinto molti ricercatori a circoscrivere e definire il campo dei f a t t o r i che incidono maggiormente sullo stress da lavoro. I fattori meglio individuati dalle ricerche sono i seguenti: -il carico di lavoro, -i ritmi, – i turni lunghi o mal pianificati in successione -rumore Secondo un’ indagine (1999/2000) dell’European Agency for Safety and Health at work nei paesi industrializzati e post industriali le malattie professionali di carattere fisico, organico o con forte correlazione causa/effetto, sono in continua diminuzione, di contro, sono invece in aumento le patologie stress correlate, aspecifiche e multifattoriali. E’ probabile che in larga parte ciò sia dovuto alla forte precarizzazione del mercato del lavoro, alle difficoltà di ricollocazione,agli obiettivi organizzativi sempre più pretenziosi, alla scarsa valorizzazione delle risorse umane, alla mancanza di una visone etica del lavoro; fattori questi che impattano in maniera pesante sul senso di autoefficacia dell’individuo, oltre a determinare tutti quei disturbi connessi alla sfera ansiosa e depressiva. Quanto non appena accennato ci dà il senso del perché nel mondo del lavoro si consumino tanti drammi di umana sof ferenza. Uno studio di Hans Leymann, stima che l’8% dei suicidi avvenuti in Svezia in un anno, trovi nel lavoro un rapporto diretto di causa-effetto. Un malessere con cui gli operatori della prevenzione dovranno confrontarsi nel tempo a venire,sia lavorando a livello individuale, sia a livello organizzativo, spingendo i contesti di lavoro a occuparsi sempre di più dei fattori che ormai notoriamente possono intervenire sul miglioramento del benessere lavorativo, ovvero : -Funzione e Cultura organizzativa Comunicazione, sostegno nella risoluzione di problemi e sviluppo personale; definizione degli obiettivi organizzativi -Ruolo nell’organizzazione Coerenza di ruolo, ripartizione equa delle responsabilità per i dipendenti —-Evoluzione della carriera Evoluzione di carriera, promozione del capitale umano, retribuzione, sicurezza dell’impiego, sensibilizzazione rispetto al valore sociale attribuito al lavoro –Autonomia decisionale/Controllo P a r t e c i p a z i o n e a l p r o c e s s o decisionale,controllo sul lavoro -Rapporti interpersonali sul lavoro Riduzione dell’ isolamento fisico o sociale, rapporti funzionali con i s u p e r i o r i , cura d e l l e r e l a z i o n i interpersonali, supporto sociale. –Interfaccia famiglia-lavoro Conciliazione tra casa e lavoro. Riepilogando lo stress non è una malattia, ma piuttosto una disfunzione di sistema che può arrecare danni se non adeguatamente controllato nei contesti lavorativi. In questo senso, non vi è una ricetta magica per la gestione dei fattori stress lavoro-correlato, tuttavia vi sono diverse indicazioni di ricerca che indicano come il clima organizzativo in un’azienda/realtà lavorativa possa essere migliorato, anche in modo significativo, con interventi tempestivi e mirati che coinvolgono in modo coordinato l’ambito relazionale, organizzativo, gestionale e sanitario. Bibliografia -Eu-Osha. Calculating the costs of work-related stress and psychosocial risks – A literature review. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2014. -Eu-Osha. ESEnER – European Survey of Enterprises on new and Emerging Risks 2- preliminary findings. Bilbao: European agency for Safety and Health at Work; 2015. -Inail. Indagine nazionale sulla salute e sicurezza sul Lavoro. Milano: Inail; 2014. -Cox T. Stress. London: Macmillan; 1978. -Cox T, Griffiths AJ. The assessment of psychosocial hazards at work. In: Shabracq MJ, Winnubst JAM, Cooper CL. Handbook of Work and Health Psychology. Clichester: Wiley & Sons; 1995. -Coordinamento Tecnico Interregionale della Prevenzione nei Luoghi di Lavoro. Valutazione e gestione del rischio da stress lavoro-correlato: guida operativa; 2010. -Leka S, Cox T. The European Framework for Psychosocial Risk Management: PRIMA-EF. UK: I-WHO; 2 0 0 8 . p p 8 0 – 9 5 ( I S B n 978-0-9554365-2-9). -PRIMA-EF network. PRIMA-EF. Guida al contesto europeo per la gestione del rischio psicosociale. Una risorsa per i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori. Protecting Workers’ Health