Tocofobia: paura del parto

Nei nove mesi di gestazione avvengono importanti eventi psichici che caratterizzano le diverse fasi della gravidanza, in maniera differente tra i due partner. Nella donna, tra le tante emozioni che una gravidanza suscita, può anche presentarsi la tocofobia, la cui etimologia deriva dal greco tòkos (parto) e fòbos (paura) e definisce quindi la fobia del parto. Cos’è la tocofobia in psicologia? Se da un lato avere paura del parto, lieve e moderata, può esprimere una preoccupazione adattiva, dall’altro può accadere che l’ansia e la paura prima del parto, quando diventa eccessiva: possano portare a strategie di evitamento del parto; e si possano configurare in casi estremi anche come stato fobico. Tale disturbo psicologico che scaturisce dalla paura della gravidanza, viene riconosciuto come tocofobia ed è spesso associato, ad attacchi d’ansia e paure nel pre parto; ed a una depressione reattiva situazionale. Tra le cause della tocofobia rientrano diversi fattori, rintracciabili nell’irripetibile storia di vita di ogni donna. Di solito la tocofobia si presenta in comorbilità con altri disturbi d’ansia, con cui condivide la presenza di uno schema di pensiero fondato sulla vulnerabilità personale. In altre parole la donna rappresenta se stessa come soggetto fragile, priva delle risorse necessarie per mettere al mondo un bambino. Ulteriori cause possono essere la sfiducia nei confronti del personale medico e i racconti di altre persone che hanno vissuto il parto in maniera dolorosa, che potrebbero contribuire a mantenere l’idea che il dolore del parto sia intollerabile. La valutazione della percezione del dolore è un’altra causa scatenante. Essa è soggettiva e influenzata da fattori culturali, cognitivo-emotivi, familiari, da credenze e pensieri individuali. Fra tutti gli aspetti psicologici della gravidanza e della maternità, la tocofobia può diventare un problema invalidante per la vita di una donna. Superare la paura del parto e della gravidanza è possibile, sia in autonomia che con l’aiuto di un professionista Il sentirsi volontariamente nel qui e ora, con accettazione, senza alcun tipo di giudizio o pensiero che interferisca con l’esperienza presente, permette di vivere pienamente ed in maniera consapevole la vita, oltre – nel caso specifico – di raggiungere come effetto secondario una sensazione di calma e controllo sul dolore. Tale capacità può essere sviluppata, ad esempio, attraverso la meditazione o esercizi di mindfulness per l’ansia, che sviluppano un’attitudine psicologica ed un modo di vivere le sensazioni corporee in maniera non giudicante. Molto spesso il timore di soffrire è legato alla paura dell’ignoto. Per superare le paure, la chiave di volta può essere pertanto una maggiore informazione, attraverso corsi preparto ed il confronto con figure esperte e professionali quali ginecologi, ostetriche e psicologi.
TikTok e la relazione con la Generazione Z

Negli ultimi anni, TikTok è diventata una delle piattaforme social più popolari, specialmente tra la Generazione Z. Questo fenomeno ha avuto un impatto significativo sul modo in cui i giovani interagiscono con il mondo, influenzando non solo i comportamenti sociali e le dinamiche relazionali, ma anche gli aspetti psicologici e cognitivi. In questo articolo, esploreremo come TikTok stia plasmando la psicologia della Generazione Z, analizzando sia gli aspetti positivi sia quelli negativi dell’esperienza. Velocità e identità TikTok ha cambiato il modo in cui i giovani interagiscono con il mondo. I video brevi stimolano una gratificazione immediata, riducendo il tempo di attenzione. La Generazione Z esplora se stessa attraverso contenuti veloci e creativi, costruendo la propria identità online. La possibilità di esprimersi in modo creativo attraverso video, dance challenge, lip-sync e altro, rende TikTok un potente strumento per la costruzione dell’identità. Permette, infatti, agli utenti di esplorare vari aspetti della loro personalità e di metterli in mostra a una vasta audience. Ricerca di validazione e ansia Il desiderio di ottenere “like” e commenti può influire sull’autostima. I giovani si sentono spinti a cercare l’approvazione sociale. Questo può generare ansia e stress, specialmente in relazione all’immagine corporea e alla perfezione online. Alcuni studi hanno suggerito che questa ricerca incessante di validazione possa essere correlata a un aumento dell’ansia sociale e dei disturbi legati all’immagine corporea. La pressione di essere sempre “perfetti” o conformi agli standard di bellezza imposti dalla piattaforma può alimentare un ciclo di insoddisfazione e autocrítica, portando alcuni utenti a soffrire di stress psicologico. Eco chamber e polarizzazione L’algoritmo di TikTok crea bolle informative (eco chambers). Gli utenti vedono solo contenuti che rafforzano le loro idee, senza confrontarsi con opinioni diverse. Questo fenomeno può può limitare la varietà delle informazioni e contribuire alla formazione di una visione del mondo più ristretta e distorta. Creatività e benessere TikTok offre anche opportunità positive. Molti giovani usano la piattaforma per esprimere creatività attraverso danza, musica e umorismo. In questo senso, TikTok può fungere da catalizzatore per l’autoconsapevolezza e la crescita personale. Inoltre, alcune community su TikTok supportano temi come la salute mentale, offrendo uno spazio di sostegno dove le persone possano sentirsi meno sole. In conclusione, TikTok ha un impatto ambivalente sulla Generazione Z. Da un lato stimola la creatività, dall’altro può generare ansia e dipendenza da approvazione. È importante educare i giovani a un uso consapevole, per sfruttare i benefici senza cadere nei rischi.
The struggle for Structure

di Ilenia Gregorio “I terapeuti della famiglia hanno una regola: la famiglia cercherà di fare a noi quello che i suoi membri fanno tra loro”. Con queste esemplificative parole di Carl Whitaker possiamo introdurre il concetto di “Battaglia per la struttura”.“La battaglia per la struttura” (o “struggle for structure”) è un assunto della terapia familiare che si riferisce al periodo iniziale di un trattamento psicoterapeutico, e precisamente quando il terapeuta cerca di stabilire il suo ruolo e il suo “potere” all’interno del sistema familiare. Questa fase è caratterizzata da una sorta di “incontro-scontro” tra il terapeuta e la famiglia, dove il terapeuta deve dimostrare la propria competenza e la capacità di guidare il processo trasformativo, mentre la famiglia cerca di mantenere il proprio equilibrio e le proprie dinamiche sotto il silenzioso motto “Siamo qui per cambiare stando fermi”.Durante questa fase, il terapeuta definisce il setting: stabilisce, cioè, le regole della terapia, come la durata delle sedute, il numero di partecipanti, il luogo e il tempo degli incontri. Assume la guida del processo prendendo l’iniziativa e guidando la conversazione, aiutando così la famiglia a identificare i problemi e a formulare obiettivi.Mostra competenza dimostrando la propria conoscenza e capacità di comprendere le dinamiche familiari, offrendo interpretazioni e suggerimenti.La famiglia, d’altra parte, può: Resistere alle regole e alle richieste del terapeuta, mettendo alla prova la sua autorità; del resto, rompere un’omeostasi cristallizzata da anni, anche se disfunzionale, è doloroso e difficile. Può, inoltre, negare la presenza di problemi o minimizzare la loro importanza, e può addirittura tentare di controllare la direzione della terapia e il processo decisionale. Questa “battaglia” non è necessariamente negativa, ma corrisponde ad una fase naturale del processo terapeutico, che aiuta a creare una base solida per il lavoro successivo. Una volta che il terapeuta è stato accettato e la famiglia si sente sicura nel suo ruolo, egli diventa il “catalizzatore del cambiamento”. Il terapeuta deve in effetti essere in grado di tollerare l’ansia della famiglia e rimanere fermo nella tempesta, o meglio resistere alla pressione del sistema che lo vuole “normalizzante”, passivo, neutro. In questo senso, la psicoterapia assume una funzione trasformativa simile alla “genitorialità simbolica”: il terapeuta ha il compito di permettere ai pazienti di crescere in modo sempre più libero e completo, ampliando i propri limiti e le proprie possibilità. Inoltre guida i membri del sistema familiare a vivere una intimità sempre più autentica, raggiungendo così una maggiore consapevolezza di sé. A questo punto la terapia può passare alla fase successiva, nella quale il terapeuta può creare le premesse per un lavoro maggiormente mirato alle dinamiche familiari ed ai problemi specifici. Bibliografia: “Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia”, di Carl Whitaker. “Danzando con la famiglia. Un approccio simbolico-esperienziale”, di Carl Whitaker eWilliam Bumberry.
The Hero’s Journey

di Sara Sabbioni Sono una psicologa che lavora da circa 16 anni a Dublino (Irlanda) in un centro di riabilitazione per adulti affetti da lesioni cerebrali. La maggior parte dei miei pazienti mi racconta che prima di venire da noi conduceva un vita normale: lavoro, famiglia, amici; alcuni facevano sport e seguivano una sana alimentazione, poi improvvisamente qualcosa e’ successo: un ictus, una emorragia cerebrale o un incidente d’auto.., uno tsunami che ha sconvolto la loro vita per sempre. Oltre a causare ripercussioni disastrose nelle loro vite (perdita del lavoro, delle amicizie, perdita dell’autostima, deficit fisici e/o cognitivi ecc..) questo evento ha sconvolto anche la vita dei loro cari. Spesso i familiari si sentono confusi e incontrano notevoli difficolta’ ad aiutare i loro cari nel loro percorso riabilitativo. Per questo motivo ho deciso di scrivere questo breve articolo con la speranza che possa essere di aiuto a qualcuno che purtroppo si trova in questa sfortunata situazione. Quando incontro per la prima volta un paziente, alla domanda “come ti posso aiutare” la risposta e’ sempre la stessa “vorrei ritornare quello di prima”. Quello che cerco di far capire ai miei pazienti, e ai familiari, durante il loro percorso teraputico è che la persona di prima, dell’incidente, non c’e’ piu’, e bisogna ricostruire un nuovo “io”. Il percorso riabilitativo e’ un processo molto difficile e faticoso, caratterizzato da alti e bassi, numerosi momenti di sconforto alternati a sporadici momenti di speranza. Il diagramma di John Fisher “Process of Trasition, 2012” spiega molto bene, a mio avviso, come alcuni pensieri negativi siano normali quando si affronta un cambiamento cosi’ difficile. Pertanto, un solido supporto sociale e’ cruciale per un esito positivo. Purtroppo alcune conseguenze di una lesione cerebrale, sebbene possano migliorare nel tempo, non scompaiono completamente. E’ importante che chi si relaziona con una persona con danni cerebrali sia consapevole di cio’ così come il paziente. Ricordo di una giovane mamma, che dopo un ictus non riusciva piu’ ad essere multitasking, la figlia le diceva: “ancora con questa scusa dello ictus, mamma? e’ successo tre anni fa’ quando imperarai a voltar pagina”? In alcune casi, i deficit si manifestano solo internamente con problemi emotivi, psicologici e/o cognitivi e pertanto sono invisibili dal mondo esterno, per questo si parla spesso di “Hidden Disability”. A questo proposito, un paziete divenuto inabile alla guida e costretto pertanto a spostarsi con mezzi pubblici, portava con sè un bastone nonostante non ne avesse bisogno perche’ gli altri passeggeri sull’ autobus gli cedessero il loro posto a sedere. Un danno cerebrale puo’ anche portare un disturbo del linguaggio noto come Afasia, caratterizzato dalla difficolta’ di espressione o comprensione della lingua. Nella forma espressiva, la persona spesso ha bisogno di qualche secondo in piu’ per formulare la frase. Mossi da buoni propositi, amici e familiari spesso intervengono in loro soccorso completando la frase per loro, qualche volta dare del tempo alla persona per finire il concetto e’ molto piu’ di aiuto . Una mia paziente si sente molto frustrata quando incontra i famigliari perche’ non riesce mai a copletare una frase con loro. L’ultimo suggerimento che mi sento di dare ai familiari e’ di abbandonare l’atteggiamento iperprotettivo e di permettere alla persona di misurarsi con le proprie difficolta’ e decisioni perchè ciò la aiutera’ a progredire nel suo percorso. Ovviamente questo va fatto gradualmente e bisogna sempre fornire una rete di sicurezza su cui il paziente puo’contare. Bibliografia: “Hero’s Journey: Adult Educational Group Curriculum” Kit Malia, Anne Brannagan John Fisher- Process of Transition, 2012
Tempo di vacanze: via allo scrolling infinito

di Loredana Luise Tempo di meritate vacanze dallo studio, dagli impegni scolastici e dalle molteplici attivitàpomeridiane che molto spesso scandiscono il tempo di almeno nove mesi l’anno. Estate, sole, maremontagna ma anche giornate intere senza fare nulla o quasi, cercando di far passare il tempo pernon sentire la noia e la frustrazione del non saper cosa fare.Spesso i cellulari sostituiscono le babysitter: alcune famiglie mi confidano che lascianotranquillamente soli i loro figli perché, “sono a casa, si comportano bene, stanno un po’ al telefono enon è necessario che qualcuno sia presente o controlli…….. guardano un po’ il telefono, ma sonotranquilli e stanno lontani da rischi e pericoli” : questo quello che mi sento dire di frequente aconferma di una normale consuetudine in molte famiglie, impegnate ad incastrare mille impegni edattività quotidiane tra le quali anche il tempo libero dei figli.Il telefono, il computer o il tablet sono ormai compagni di vita e come tali sono sempre presenti econnessi per tutti noi. Per i ragazzi è una vera e propria calamita. Rimangono incollati a guardaresenza percezione alcuna dello scorrere del tempo e della loro passività assoluto nell’azione chestanno compiendo. Guardano input diversi che per algoritmo si organizzano per compiacerli:continuano incuriositi e compiaciuti, a seguire ogni novità, considerando questa coincidenza dicontenuti quasi come fosse una magia alla quale non devono dare spiegazione, ma solocuriosamente seguire. A volte l’esperienza è piacevole, altre lo è meno, ed è proprio questaincertezza che attira li ancora di più, perché non sanno precisamente cosa può accadere propriocome spesso accade nel gioco d’azzardo.Se a queste visioni fanno seguito poi le gratificazioni derivanti dall’interazione con altre persone,dall’essere riconosciuti, apprezzati e seguiti, nessun’altra esperienza diventa più molto importante.Le mie emozioni provengono ed escono da quello schermo e tutto il resto è noia. Paradossalmentequella che un tempo era noia ora è solo attesa di ricevere quella gratificazione. Basta muovere i duepollici verso l’alto che ricompare quella strana sensazione di alienante benessere.Se traduciamo questi comportamenti in termini di meccanismo psicologico quello che si trova allabase della necessità di scorrere continuamente lo schermo del telefono è il meccanismo dellaricompensa. Quando andiamo a cercare notizie, informazioni e immagini che in qualche modorichiamano la nostra attenzione attiviamo dei meccanismi di tipo compulsivo perché il nostrocervello ad ogni “like”, riconoscimento o coincidenza di contenuti per noi piacevoli producedopamina che è alla base del nostro senso di gratificazione. Anche se la risposta non èimmediatamente positiva, più frequentemente riusciamo ad esperire gratificazione più andiamocompulsivamente alla ricerca di gratificazione.Questo è il meccanismo che si trova alla base di tutte le dipendenze e quindi, in quanto tale, fa inmodo che un po’ alla volta si diventi totalmente dipendenti dalla continua ricerca di gratificazioneattraverso lo “scrolling”. Ma quanto tempo passano realmente i ragazzi on line? Per loro sempre poco mentre per i genitori questo argomento diventa oggetto di contestazione e dilotta quotidiana con i figli. La maggior parte dei genitori non sa neanche che esista la possibilità di vedere quanto tempo sirimane connessi, accedendo semplicemente alle impostazioni del telefono. Quando durante leconsulenze chiedo ai genitori di farlo assieme, improvvisamente scoprono la quantità di tempo cheloro stessi passano on line. Mi sono capitati mamme e papà che stavano connessi più dei figli!Quindi come fare per far si che l’esperienza on line dei ragazzi non diventi solo una compulsionedettata da una dipendenza?Innanzitutto è necessario acquisire consapevolezza dell’esistenza di questo rischio e renderealtrettanto consapevoli i figli della possibilità che ciò possa accadere. Quando è ancora possibile ènecessario fare una vera e propria prevenzione coinvolgendo i figli nella gestione del tempo, nellacondivisione delle esperienze e nel lasciare sempre una porta aperta per dubbi o confronti. Non sitratta di vigilare o di imporre delle regole ma di condividere assieme una modalità di gestioneadeguata a salvaguardare la loro salute e la loro esperienza di vita.Nelle situazioni in cui si sia creata già una dipendenza è sicuramente molto più complicato, maanche in questo caso diventa indispensabile condividere con i figli la necessità di regolarsi e di farsiaiutare a farlo.L’estate offre mille occasioni per fare esperienze all’aria aperta godendo del bel tempo e delle molteore di luce. Offrire esperienze diverse, coinvolgerli in situazioni reali nelle quali sperimentareemozioni e sensazioni, può essere realmente una nuova palestra di vita. E’ un altro ambitoeducativo che richiede energie ed impegno costante da parte dei genitori, ma la posta in gioco èmolto alta, l’equilibrio emotivo dei nostri figli che devono avere l’occasione di provare che leemozioni non vanno in stand by, non hanno bisogno di essere messe in carica, ci sono e ci allenanocontinuamente ad affrontare tutte le sfide della vita. Bibliografia Le dipendenze tecnologiche, valutazione diagnosi e cura G. Lavenia – Giunti Editore 2018Tutto troppo presto A. Pellai DeAgostini 2021Figli di internet M. Lancini Erickson 2022Disconnessi e felici M. Masip Edizioni Il Punto 2019Genitorilità positiva M. Iavarone Città nuova edizione 2023
Tecnologia, salute mentale e giovani: quali opportunità?

L’essere umano è immerso in sistemi e contesti socio-culturali che ne influenzano lo sviluppo e il modo di stare nel mondo. Di conseguenza, i cambiamenti o le trasformazioni socioculturali hanno un forte impatto sulla salute mentale. L’uso di Internet è diventato sempre più pervasivo, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti. Di conseguenza, le problematiche legate all’uso di Internet, dei social media, degli smartphone e dei videogiochi sono diventati motivo di notevole preoccupazione. Ma diverse sono anche le opportunità. Negli ultimi tempi, c’è stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre problematiche relative alla salute mentale nella popolazione dei giovani e giovanissimi. Nel tempo, diversi studi hanno collegato l’aumento osservato dei sintomi con l’onnipresente aumento dell’uso delle tecnologie informatiche personali, inclusi i social media, suggerendo come il tempo trascorso su questi tipi di tecnologie è direttamente correlato alla cattiva salute mentale. Di contro, si è anche osservato come le stesse tecnologie offrono anche una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento della malattia mentale. Non è il mezzo in sé, ma l’uso che se ne fa: le nuove tecnologie portano con loro grandi sfide e grandi opportunità. Tali aspetti sono stati analizzati nello studio condotto da Lattie, Lipson e Eisenberg (2019), nell’articolo “Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities”, dove ci si è concentrati principalmente sulla popolazione dei giovani studenti universitari. Questi riportano come negli ultimi anni, ci sia stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre malattie mentali nella popolazione degli studenti universitari, accompagnati da un costante aumento della domanda di servizi di consulenza. Queste tendenze sono state viste da alcuni studiosi come una crisi di salute mentale. Poiché le tecnologie informatiche personali come gli smartphone, con la loro facile accessibilità ai social media, sono diventate sempre più onnipresenti, sono state sempre più oggetto di esame come potenziale causa di cattiva salute mentale o come fattore scatenante di questa crisi. L’ubiquità degli smartphone ha introdotto un cambiamento nel modo in cui le persone comunicano. Piuttosto che pensare ai social media come causa inevitabile di problematiche relative alla salute mentale, potrebbe essere più utile distinguere tra uso sano e malsano dei social media. È chiaro che l’aumento dell’utilizzo della tecnologia ha cambiato radicalmente il panorama in cui gli studenti universitari si connettono tra loro. Mentre l’uso improprio sembra avere alcuni danni sulla salute mentale, le stesse tecnologie offrono una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento delle problematiche di natura psicologica. Come per quasi tutti i comportamenti, la moderazione è la chiave. Sarebbe quindi irresponsabile concludere che l’uso dello smartphone e dei social media sia intrinsecamente negativo, poiché possono diventare percorsi per connettere le persone con le loro reti di supporto sociale e costruirne di nuove. In effetti, le piattaforme di social media, come Facebook e Instagram, sono sempre più viste come luoghi per divulgazioni personali e per stabilire e mantenere connessioni sociali. Inoltre, l’accesso continuo al computer o allo smartphone porta con sé una serie di opportunità per i programmi digitali di intervento sulla salute mentale. I servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia, compresi quelli forniti online e tramite app, offrono la possibilità di espandere le opzioni di trattamento e ridurre le barriere ai servizi di salute mentale. Tra più sottopopolazioni (dai giovani agli adulti agli anziani) e per molte problematiche che presentano (tra cui depressione e ansia), i servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia hanno dimostrato un’ottima efficacia. È necessario conoscere le piattaforme e gli strumenti digitali ed educare al loro utilizzo e alla loro comprensione, così che possano diventare sempre più strumenti funzionali, utilizzabili per creare conoscenza e sensibilizzare anche su argomenti relativi alla salute mentale. Molto si è fatto in questa direzione e ancora molto si dovrà fare. Ancora molte ricerche devono essere effettuate per comprenderne la correlazione tra tecnologie e salute mentale e la natura della stessa. Questo è un campo ancora in piena esplorazione. Fonti Lattie EG, Lipson SK and Eisenberg D (2019). Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities. Front. Psychiatry 10:246. doi: 10.3389/fpsyt.2019.00246
Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
Sviluppo e apprendimento:aspetti psicologici

Lo sviluppo è dato dell’interazione di fattori genetici e fattori ambientali, che “amalgamandosi” generano l’individuo nella sua essenza e nella sua specificità. Ecco perchè gli aspetti psicologici risiedono nell’interazione tra sviluppo e apprendimento. Lo sviluppo è un processo lungo, lento e graduale, che porta il soggetto a riconoscersi come individuo autonomamente sociale.
Superficie o abisso? La flessibilità cognitiva

di Jonathan Santi Pace La Pegna Quando il Titanic stava per affondare (14 Apr. 1912), Benjamin Guggenheim, figlio di un magnate minerario con una poderosa fortuna finanziaria, accompagnato da servitù e assistente personale, rifiutò il giubbotto di salvataggio, indossò uno smoking bianco e disse: <<Abbiamo indossato i nostri abiti migliori e siamo pronti ad annegare da gentiluomini>>. Benjamin probabilmente non era disposto a svestire i panni di cui fino a quel momento si era sempre rivestito in società, la quale lo avrebbe visto accomodarsi in una barchetta di salvataggio e qualificato come un povero naufrago in balia delle onde del mare gelido. Egli affondò insieme al transatlantico, seduto comodamente su un divanetto, sorseggiando brandy e fumando sigari. Quanto le convinzioni profondamente radicate nel modo di vivere e di rappresentarsi di un individuo, possono determinare una rigidità mentale tale da risultare fatale in tanti ambiti della vita? Per principi spesso si sopravvive e in virtù degli stessi a volte si è disposti a fare tante sofferte rinunce, forse anche a soccombere pur di non abbandonarli. È vero, può essere duro ritornare sui propri passi, modificare abitudini, stili di vita e di pensiero che si susseguono da moltissimo tempo, così come può risultare difficile accettare che qualcosa sia cambiato facendo i conti con sé stessi. La flessibilità mentale è una delle potenzialità più sorprendenti della mente umana; all’estremo opposto, la sua cristallizzazione in forme estremamente rigide di pensiero, può costituirne uno dei limiti più catastrofici. A tal proposito il concetto di flessibilità cognitiva è un elemento molto importante in psicologia, fattore protettivo nelle varie fasi evolutive che ogni individuo si troverà ad attraversare ed elemento catalizzante di cambiamento di fronte ad eventuali momenti critici, normativi e paranormativi. In contrapposizione alla psicorigidità, la flessibilità cognitiva consiste nella capacità di adattarsi all’ambiente, alle nuove circostanze e ai cambiamenti che da esso derivano, consentendo di porsi in una condizione di tolleranza alla frustrazione, di impiego di nuove risorse e di modificazione delle strategie di adattamento necessarie per far fronte a nuove sfide e difficoltà.
Sunny De Vita

Gestalt e approccio integrato