Le emozioni: oltre il ‘visibile’

Un’emozione è un processo psicologico articolato in una sequenza di cambiamenti, promossa da un evento scatenante causato a sua volta da modificazioni dell’ambiente esterno o interno. Le emozioni sono il segnale che vi è stato un cambiamento. Si tratta di un processo complesso e multicomponenziale, ovvero articolato in più componenti, in quanto coinvolge l’individuo nella sua totalità, interessando sia aspetti cognitivi, a cui si riferiscono gli effetti che le emozioni possono causare come la diminuzione o miglioramento nella capacità di concentrazione a attenzione, o talvolta confusione, smarrimento, allerta; aspetti fisiologici (quali variazioni nella frequenza cardiaca e respiratoria, sudorazione, pallore, rossore, ecc.) che riguardano l’attivazione del sistema nervoso centrale (SNC), autonomo e del sistema endocrino; aspetti comportamentali che riguardano la postura, le espressioni facciali, i gesti, oltre alle modificazioni dell’eloquio; infine, l’esperienza personale che riguarda la possibilità di riflettere sull’emozione e dare un nome a particolari stati emotivi. Un excursus di teorie… Data la sua complessità, è corretto parlare di “esperienza emotiva”. Sono state formulate diverse teorie delle emozioni e tra queste si annoverano: 1. LA TEORIA PERIFERICA (James-Lange): identifica le emozioni come risposte fisiologiche dell’organismo a stimoli ambientali, individuandone l’origine nel corpo; di conseguenza si prova paura perché si sta tremando e non il contrario. 2. LA TEORIA CENTRALE (Cannon-Bard): La sede delle emozioni è il talamo che, successivamente ad uno stimolo esterno, invia impulsi al SNC (che attiva le reazioni fisiologiche) e alla corteccia cerebrale. 3. LA TEORIA DELLA VALUTAZIONE COGNITIVA o DELL’APPRAISAL (Arnold): è una delle prime teorie cognitiviste dell’emozione, secondo tale teoria, quando ci imbattiamo per la prima volta in una situazione, la valutiamo spontaneamente come buona o cattiva, utile o dannosa. Secondo Arnold queste prime valutazioni sono mediate dal sistema limbico. Le valutazioni, a loro volta, introducono delle “tendenze ad agire”. Le emozioni emergono sia dalla nostra valutazione della situazione sia dalle nostre azioni. Ad esempio, la gioia compare quando valutiamo qualcosa come buono e siamo spinti nella sua direzione. Si ha, invece, uno stato di rabbia quando giudichiamo cattivo un evento e ne proviamo avversione. 4. LA TEORIA DEI DUE FATTORI (Schachter): l’emozione è caratterizzata da una componente fisiologica e da una componente cognitiva. 5. LA TEORIA DELLA DIFFERENZIAZIONE EMOTIVA (Sroufe): l’individuo alla nascita possiede un corredo emotivo indifferenziato e, nel corso dello sviluppo, le emozioni vanno differenziandosi. 6. LA TEORIA DIFFERENZIALE (Izard): fin dalla nascita un individuo possiede un corredo emotivo costituito da emozioni innate e universali, chiamate emozioni PRIMARIE o di BASE, ciascuna delle quali avente un ruolo adattivo. L’influenza dell’ambiente contribuisce a rendere le emozioni di base più complesse e articolate. Ekman e i suoi contributi Uno dei maggiori studiosi delle emozioni, Paul Ekman, ha affermato che l’esperienza emotiva umana si fonda su famiglie di emozioni di base che permettono di gestire situazioni cruciali per la sopravvivenza della specie: le emozioni primarie e le emozioni secondarie. Le emozioni primarie sono pattern di risposta specifici, innati ed universalmente validi (modificazioni fisiologiche, espressioni facciali, reazioni comportamentali ecc.). Attraverso una serie di studi condotti in diverse culture del mondo Ekman ha identificato sei emozioni fondamentali che sembrano essere innatamente riconoscibili: rabbia, disgusto, paura, tristezza, gioia e sorpresa. Le emozioni secondarie invece, sono risposte emozionali che originano dalle emozioni primarie e sono una combinazione di esse. Ne sono un esempio il rammarico, la delusione, la vergogna, ecc. Altri campi d’applicazione Un filone di ricerche particolarmente proficuo è quello dell’intelligenza emotiva, elaborata da Goleman (1995) a partire dalla teoria delle intelligenze multiple di Gardner. Goleman approfondì il concetto di intelligenza, andando oltre la semplice definizione del quoziente intellettivo (QI) e teorizzando la presenza di molteplici aree, fra cui quella dell’intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva comprende la capacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni, positive e negative, per comprendere le situazioni che le generano e questo si unisce alla capacità di operare un’autovalutazione delle proprie capacità e dei propri limiti. Gli ambiti in cui si applica l’intelligenza emotiva sono cinque e riguardano: la conoscenza delle proprie emozioni, il controllo e la regolazione , la capacità di sapersi motivare (di predisporre un piano, degli scopi), il riconoscimento delle emozioni altrui (empatia), la gestione della relazione fra individui e gruppi (abilità sociali). L’intelligenza emotiva appare non strettamente correlata al QI e, al contrario del quoziente intellettivo che raggiunto il suo massimo tende a diminuire nel tempo, l’intelligenza emotiva, se adeguatamente rinforzata, può migliorare durante tutto l’arco della vita. Parallelamente al contesto familiare, anche la scuola riveste un ruolo centrale, mettendo in pratica la cosiddetta “alfabetizzazione delle emozioni”, che consiste nell’insegnare cosa sono le emozioni, a cosa servono e come si esprimono. È insegnare a capire se stessi e gli altri a livello emotivo. L’alfabetizzazione nelle scuole fa delle emozioni e della vita sociale vere e proprie materie di insegnamento, così facendo, questi aspetti tanto rilevanti della vita quotidiana dell’alunno vengono considerati con rilievo e non in maniera secondaria o marginale. Ciò risulta essere di estrema importanza, in quanto, soprattutto in ambito scolastico, è sempre più presente il fenomeno del disagio giovanile, caratterizzato da un insieme di comportamenti non utili allo sviluppo della persona e delle sue capacità, che non permettono al soggetto di apprendere con successo e di vivere adeguatamente le attività di classe; un fenomeno questo, molto presente nel periodo dell’adolescenza, in cui cominciano ad emergere esigenze di indipendenza ed autonomia. Tale disagio può concretizzarsi, per esempio, in una scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, che non riescono a far emergere il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali. Andrebbe soprattutto insegnato ai giovani che ciò che ci permette di essere “emotivamente intelligenti“, è la capacità di accettare tutte le emozioni che si hanno dentro, e saperle utilizzare per vivere al meglio la propria vita.
Aerofobia: Comprendere la Paura di Volare e Come Superarla

Hai mai provato una sensazione di ansia crescente alla sola idea di salire su un aereo? Se sì, non sei solo. L’aerofobia, la paura di volare, è una condizione che colpisce molte persone in tutto il mondo. Nonostante le statistiche ci dicano che l’aereo è uno dei mezzi di trasporto più sicuri, per chi soffre di questa fobia, il volo può sembrare un’impresa insormontabile. Ma cosa c’è dietro questa paura? E soprattutto, come possiamo affrontarla e superarla? Le Radici della Paura Le cause dell’aerofobia sono spesso complesse e multifattoriali, intrecciate con vari aspetti psicologici. Una delle più comuni è l’esperienza traumatica. Secondo la teoria del condizionamento classico di Pavlov, un’esperienza negativa associata a un volo può creare un’associazione duratura tra l’aereo e la paura. Immagina di essere su un volo che improvvisamente entra in una turbolenza intensa. Anche se non succede nulla di grave, l’esperienza può lasciare un’impressione duratura, trasformandosi in una paura persistente di volare. A volte, anche solo vedere notizie di incidenti aerei può innescare questa paura. Poi c’è la paura dell’ignoto. Secondo la psicologia cognitiva, la mancanza di conoscenza e controllo può alimentare l’ansia. Volare implica affidarsi a un macchinario complesso che molti di noi non comprendono appieno. Non poter vedere cosa succede nel cockpit o capire come l’aereo rimane in aria può alimentare l’ansia. E non dimentichiamo la claustrofobia: essere intrappolati in uno spazio ristretto per ore può essere molto stressante per alcuni. Infine, la paura delle altezze (acrofobia) può giocare un ruolo significativo. La consapevolezza di essere a migliaia di metri dal suolo può far venire i brividi. E per chi soffre di ansia generalizzata, il volo può sembrare particolarmente intimidatorio, amplificando le paure esistenti. Sintomi e Manifestazioni I sintomi dell’aerofobia possono variare da lievi a severi e includono sia manifestazioni fisiche che psicologiche. Alcune persone avvertono ansia intensa già settimane prima del volo. Questo fenomeno è legato alla risposta anticipatoria dell’ansia, un concetto ben documentato nella psicologia clinica. La notte prima di partire, potrebbero fare fatica a dormire, preoccupati per quello che li attende. Durante il volo, l’ansia può trasformarsi in veri e propri attacchi di panico, con sudorazione, palpitazioni e una sensazione di soffocamento. Questi episodi possono essere così gravi da far sentire la persona come se stesse per morire o perdere il controllo. Per evitare questi sintomi, molte persone adottano comportamenti di evitamento. Evitano di volare a tutti i costi, trovando scuse per non prendere l’aereo o scegliendo altri mezzi di trasporto, anche se meno convenienti. Questo comportamento, però, può limitare significativamente la loro vita personale e professionale. L’Impatto sulla Vita Quotidiana L’aerofobia può influenzare profondamente la vita quotidiana, limitando le possibilità di viaggio e causando stress e disagio. La teoria dell’evitamento dell’ansia spiega come l’evitamento di situazioni ansiogene, come il volo, possa inizialmente ridurre l’ansia, ma a lungo termine mantiene e rafforza la paura. Immagina di essere invitato al matrimonio di un caro amico che vive all’estero, ma di non poter andare perché la paura di volare è troppo forte. O pensa a un’opportunità di lavoro che richiede viaggi frequenti, che sei costretto a rifiutare. L’aerofobia può isolarti, privandoti di esperienze arricchenti e opportunità di crescita. Le relazioni personali possono soffrire. Amici e familiari potrebbero non capire la tua paura, causando tensioni e sentimenti di isolamento. “Perché non puoi semplicemente superarla?” potrebbero chiederti. Ma come ben sai, non è così semplice. Strategie per Superare la Paura Fortunatamente, esistono diverse strategie per affrontare e superare l’aerofobia, molte delle quali sono ben supportate dalla ricerca psicologica. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno degli approcci più efficaci. Questa terapia ti aiuta a identificare e modificare i pensieri negativi che alimentano la tua paura. Attraverso esercizi di esposizione graduale e tecniche di rilassamento, la CBT può ridurre significativamente l’ansia legata al volo. Parlando di esposizione graduale, iniziare con piccoli passi può fare una grande differenza. Potresti iniziare guardando video di voli, poi visitando un aeroporto, e infine salendo su un aereo parcheggiato. Ogni passo ti avvicina un po’ di più a sentirti a tuo agio con l’idea di volare. Questo metodo è basato sulla desensibilizzazione sistematica, una tecnica comportamentale che mira a ridurre gradualmente la risposta fobica. Le tecniche di rilassamento come la respirazione profonda, la meditazione e la mindfulness sono strumenti potenti per gestire l’ansia. Queste tecniche aiutano a calmare la mente e il corpo, riducendo la tensione e promuovendo uno stato di rilassamento. La mindfulness, in particolare, insegna a focalizzarsi sul momento presente, riducendo il rimuginare ansioso. Conoscere meglio il funzionamento degli aerei può anche aiutarti. Comprendere come un aereo rimane in aria e sapere che i piloti sono altamente addestrati può ridurre la sensazione di impotenza. Questa conoscenza può agire come un “cuscinetto” contro l’ansia, fornendo una base razionale per contrastare i pensieri catastrofici. In alcuni casi, i medici possono prescrivere farmaci ansiolitici per aiutare a gestire i sintomi acuti dell’aerofobia. Questi farmaci possono essere utili per chi deve affrontare un volo imminente e ha bisogno di un sollievo immediato. Tuttavia, è importante utilizzarli sotto stretta supervisione medica e considerare che sono una soluzione a breve termine. L’aerofobia è una paura comune, ma superabile. Con il giusto approccio e il supporto adeguato, è possibile trasformare questa paura in una sfida superata. Se soffri di aerofobia, considera di consultare un professionista della salute mentale per esplorare le opzioni di trattamento disponibili. Volare può aprire nuove porte e offrire esperienze uniche, e superare questa paura può migliorare significativamente la tua qualità della vita. Superare l’aerofobia può sembrare un’impresa ardua, ma con il giusto approccio e il supporto, è possibile trasformare questa paura in una sfida superata. Affrontare e vincere la paura di volare può aprire nuove possibilità e migliorare notevolmente la tua vita.
LA PRESENZA DI ALTRI CI INFLUENZA?

La mera presenza di un’altra persona ha degli effetti sul nostro comportamento? Prima di rispondere a questa domanda, è necessario fare una puntualizzazione. Con “mera presenza” intendiamo una condizione dove le persone presenti non fanno attività con le quali possono competere/remunerare/punire gli altri presenti. Questa domanda è sorta per la prima volta molti anni fa a Triplett, uno psicologo appassionato di gare ciclistiche. Egli ha notato che i ciclisti registravano tempi migliori quando si trovavano in gruppo rispetto a quando correvano da soli. Il fatto che la presenza di altre persone migliori le nostre prestazioni in molte attività può essere considerata oggi come una banalità. Ma è anche vero che altre volte avere altri intorno non ci ha aiutato, ma anzi può averci fatto peggiorare nella prestazione. Questo duplice effetto oggi prende il nome di facilitazione sociale. La facilitazione sociale può influenzare in maniera opposta due persone che stanno eseguendo lo stesso compito. Come mai? Cosa succede? La presenza di altre persone aumenta l’attivazione fisiologica (detta arousal) di un individuo, che ha un effetto diverso su attività semplici e già apprese rispetto a compiti nuovi e complessi. In caso di compiti semplici (come l’effetto notato tra i ciclisti), la presenza di altre persone migliora la performance. Questo perché l’aumento di arousal tende a potenziare le risposte dominanti, ovvero le risposte che sono più naturali e automatiche per l’individuo. Se il compito è semplice o ben appreso, la risposta dominante è solitamente corretta, quindi la performance migliora. In caso di compiti complessi o nuovi, la presenza di altre persone peggiora la performance. In questo caso, l’aumento di arousal può aumentare la probabilità di errori perché la risposta dominante in compiti nuovi o complessi potrebbe non essere la più efficace o corretta. Pertanto, la maggiore attivazione fisiologica può causare una diminuzione della qualità della performance. Resta, però, da capire perché gli esseri umani si attivano fisiologicamente in presenza di altri loro simili. Alcune delle principali cause individuate sono il timore della valutazione e la distrazione. In primo luogo, ben sappiamo che la nostra autostima è fortemente condizionata da quello che gli altri pensano di noi e questo ha degli effetti sul nostro comportamento quotidiano. La presenza di altri che possono giudicarci produce il timore della valutazione. E’ proprio per questo motivo che magari aumentiamo la falcata quando incrociamo gli altri durante la nostra solita corsetta serale! Un secondo motivo è che gli altri ci distraggono. La loro presenza ci distrae dal nostro compito perché siamo portati a osservarli e a controllare quanto stanno facendo. In conclusione, comprendere questi meccanismi può essere fondamentale in vari ambiti, dall’educazione allo sport, fino all’ambiente lavorativo, permettendo di creare contesti che massimizzino il rendimento e riducano lo stress BIBLIOGRAFIA Marta, E., & Lanz, M. (2013). Psicologia sociale. New York: McGraw-Hill Education
Complesso di Inferiorità
Quando si parla di complesso di inferiorità, si fa riferimento a un individuo che presenta una bassa autostima, vissuti di inadeguatezza, ed è pervaso da un costante sentimento di vergogna di sé. Con il concetto di complesso di inferiorità, in psicologia, si fa quindi riferimento a una serie di rappresentazioni di sé che l’individuo ha costruito e che sono, spesso, il concentrato di rappresentazioni inconsce che nascono dalla propria storia relazionale. Il modo in cui ognuno di noi rappresenta il proprio Sé è quindi frutto sia del contesto sociale e culturale in cui siamo inseriti, sia della propria storia familiare e personale. Nel tessuto sociale, il complesso di inferiorità può generare insicurezza e timore di essere giudicati soprattutto in individui che si sentono emarginati o non all’altezza rispetto agli altri. Al contrario, il complesso di superiorità si nutre di un’eccessiva fiducia in sé stessi, spingendo talvolta le persone a comportarsi con arroganza o disprezzo verso chi percepiscono come inferiori. Entrambi i complessi possono essere radici di conflitti interiori ed esterni e influenzare le dinamiche relazionali e il benessere personale. Il complesso di inferiorità può manifestarsi in diversi modi, che influenzano la maniera in cui una persona percepisce se stessa e interagisce con il mondo circostante. Uno dei segnali più evidenti è la costante sensazione di inadeguatezza, di non essere abbastanza o di essere inferiori agli altri, anche quando non ci sono ragioni concrete per tale percezione. Il complesso di inferiorità può essere riconosciuto anche dalla presenza di bassa autostima e di una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, che limitano le opportunità di crescita personale e professionale. Può capitare che complesso di inferiorità e aggressività si manifestino insieme: l’aggressività è infatti un meccanismo di difesa dietro cui l’Io ferito può nascondere le proprie insicurezze. Inoltre, è possibile che quando si soffre di complessi d’inferiorità, si tenda a essere ipersensibili alle critiche e alle opinioni degli altri, interpretando ogni situazione come conferma della propria mancanza di valore. Le cause del complesso di inferiorità, possono essere molteplici e complesse. Spesso, possono radicarsi nelle esperienze infantili, come critiche eccessive, abusi emotivi o fisici, o un ambiente familiare che non fornisce un sostegno emotivo adeguato. Anche le comparazioni costanti con gli altri, specialmente in ambito sociale o lavorativo, possono alimentare sentimenti di inferiorità. Allo stesso modo, il fallimento ripetuto o l’impossibilità di raggiungere gli standard imposti da sé stessi o dagli altri possono contribuire alla formazione del complesso di inferiorità. Alcune persone possono sviluppare questo complesso anche a causa di traumi o eventi stressanti nella vita adulta, come una rottura sentimentale, una malattia fisica, problemi sul lavoro o la perdita di questo, che possono portare a sperimentare la sindrome dell’impostore. Inoltre, i messaggi sociali e culturali che promuovono ideali irrealistici di bellezza, successo e prestigio possono aggravare ulteriormente il complesso di inferiorità verso una persona o un gruppo sociale negli individui più vulnerabili. Fortunatamente, molte persone che soffrono di tali vissuti di inadeguatezza, arrivati a un certo punto, avvertono un conflitto tra la loro vita psichica e il mondo esterno che li richiama al conseguimento di obiettivi evolutivi. È questo il momento in cui molti si rivolgono a uno psicologo o psicoterapeuta. Durante un percorso di terapia, infatti, il paziente potrà imparare a conoscere le sue potenzialità.
Ansia e depressione: i primi segnali a scuola

I primi segnali di ansia e depressione a scuola possono essere difficili da individuare, ma riconoscerli in anticipo è fondamentale per proteggere la salute mentale dei ragazzi.
In questa analisi, esamineremo da vicino questi segnali iniziali, sottolineando l’importanza di comprendere e affrontare tempestivamente queste sfide per garantire il benessere psicologico.
Ritmi di Salute: L’Impatto Positivo della Musica sul Benessere Mentale

La musica è una componente universale dell’esperienza umana, presente in ogni cultura e epoca storica. Ma perché la musica ha un impatto così potente sul nostro benessere psicologico? La risposta si trova in una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali che insieme spiegano il suo effetto benefico sulla nostra mente. Effetti Biologici A livello biologico, l’ascolto della musica stimola il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, conosciuta come “l’ormone della felicità”. Questo neurotrasmettitore è associato alle sensazioni di piacere e ricompensa, il che spiega perché ascoltare una canzone che amiamo può farci sentire così bene. Oltre alla dopamina, anche l’ossitocina, l’ormone legato ai sentimenti di amore e connessione sociale, può essere rilasciata durante l’ascolto musicale, specialmente se condividiamo questa esperienza con altre persone. Inoltre, la musica può ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, aiutandoci a rilassarci e a ridurre l’ansia. Questo effetto è particolarmente evidente nella musica lenta e melodica, che può avere un effetto calmante sul nostro sistema nervoso. Uno studio pubblicato nel “Journal of Music Therapy” ha dimostrato che i pazienti che ascoltavano musica prima di un intervento chirurgico mostravano livelli di ansia significativamente inferiori rispetto a quelli che non lo facevano. Effetti Psicologici La musica ha anche profondi effetti psicologici. Può influenzare il nostro stato emotivo, aiutandoci a regolare le emozioni. Ad esempio, ascoltare musica allegra può migliorare il nostro umore, mentre la musica triste può offrirci un modo per elaborare emozioni negative. Questo processo di regolazione emotiva può essere terapeutico, fornendoci uno strumento per affrontare momenti difficili o per celebrare momenti di gioia. La musicoterapia è una pratica consolidata che utilizza la musica per aiutare i pazienti a migliorare la loro salute mentale. Questa terapia può trattare una varietà di condizioni, dalla depressione e ansia ai disturbi dello spettro autistico e ai traumi. In una sessione di musicoterapia, i pazienti possono partecipare attivamente creando musica o ascoltandola passivamente, in entrambi i casi beneficiando degli effetti terapeutici della musica. Effetti Cognitivi A livello cognitivo, la musica può migliorare la nostra memoria e concentrazione. Studi hanno dimostrato che ascoltare musica di sottofondo può migliorare la performance in compiti che richiedono attenzione e memoria, come studiare o lavorare. Questo effetto, noto come “effetto Mozart”, suggerisce che l’ascolto di musica può temporaneamente migliorare le capacità di ragionamento spaziale e di problem-solving. Inoltre, la musica può favorire la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di formare nuove connessioni neurali, il che è essenziale per l’apprendimento e l’adattamento. La pratica musicale, in particolare, può migliorare le capacità cognitive in modo duraturo. I musicisti mostrano spesso una maggiore densità di materia grigia in aree del cervello legate alla memoria, all’udito e al controllo motorio, indicando che l’allenamento musicale può avere effetti benefici a lungo termine sulla struttura cerebrale. Effetti Sociali La musica ha un potente ruolo sociale. Può creare connessioni tra le persone, favorendo il senso di appartenenza e comunità. Partecipare a eventi musicali, come concerti o cori, può rafforzare i legami sociali e migliorare il nostro senso di identità collettiva. La musica è spesso utilizzata nei rituali e nelle celebrazioni, evidenziando il suo ruolo nel consolidare le relazioni sociali. La musica può anche essere un linguaggio universale che trascende le barriere linguistiche e culturali. Può unire persone di diverse provenienze e creare un senso di comunità e comprensione reciproca. In situazioni di conflitto o tensione, la musica può servire come ponte, facilitando il dialogo e la riconciliazione. Riduzione dello Stress e del Dolore La musica è stata utilizzata come strumento per ridurre lo stress e il dolore. Nella terapia del dolore, la musica può distrarre i pazienti, riducendo la percezione del dolore e migliorando il loro comfort generale. Questo è particolarmente utile in contesti clinici, come durante interventi chirurgici o trattamenti oncologici, dove la musica può abbassare l’ansia e migliorare l’esperienza del paziente. Uno studio pubblicato nel “Journal of Advanced Nursing” ha rilevato che i pazienti che ascoltavano musica durante la riabilitazione dopo un intervento chirurgico riportavano meno dolore e un recupero più rapido rispetto a quelli che non ascoltavano musica. Questo effetto analgesico della musica è stato attribuito alla sua capacità di attivare sistemi neurochimici nel cervello che sono coinvolti nella modulazione del dolore. Conclusione In sintesi, la musica ci fa bene psicologicamente per una serie di ragioni biologiche, psicologiche, cognitive e sociali. Stimola il rilascio di neurotrasmettitori benefici, regola le emozioni, migliora la memoria e la concentrazione, e crea legami sociali. Il suo potere di ridurre lo stress e il dolore la rende uno strumento terapeutico prezioso. La prossima volta che ascolti una delle tue canzoni preferite, ricorda che stai facendo un favore alla tua mente e al tuo corpo. Che tu stia cercando di rilassarti, di concentrarti o semplicemente di goderti un momento di gioia, la musica è un alleato potente nel promuovere il tuo benessere psicologico.
Il soggetto Psicopatico: psicomicrotraumi e psicotraumi nella sequenza delle dinamiche interne.

di Elisabetta Forte L’autrice intende presentare un’ipotesi progettuale basata sull’individuazione delle sequenze di fenomeni e di eventi psicomicrotraumatici e delle sequenze di fenomeni ed eventi psicotraumatici riscontrabili nel vissuto soggettivo dell’individuo psicopatico e su come queste sequenze si associno e s’intersechino, dando vita ad un terreno fertile in cui si sviluppa l’eziopsicopatogenesi del disturbo. La visuale teorico-metodologica ha una caratterizzazione psicodinamica psicoevoluzionista, che si riflette nell’individuazione di fenomeni ed eventi specifici, quali quelli psicotraumatici e quelli psicomicrotraumatici (Frateschi M., 2021). Interesse particolare tematico è dato dal riconoscere la dinamica, gli stadi e i processi evolutivi per comporre una valutazione del vissuto e delle esperienze soggettive. Gli strumenti utilizzati nella definizione del quadro metodologico comprendono il DSM-5, il PDM-2, la PCL-R, il test proiettivi del carta e matita e infine i criteri di valutazione con i parametri della sequenza dei fenomeni e degli eventi psicomicrotraumatici e psicotraumatici. Nella presente ipotesi progettuale, che si colloca all’interno dell’ambito della prevenzione primaria, si utilizzano come strumenti conoscitivi-informativi e di intervento per la formazione, lezioni frontali di stampo teorico, unite a dinamiche di gruppo nelle quali verranno effettuate esercitazioni, come il role-playing, il role-taking, e le simulazioni. La finalità dell’ipotesi è di produrre un contributo tematico scientifico e tecnico che possa fornire conoscenze sulla natura di alcuni disturbi, nello specifico sui disturbi di personalità che causano devianza comportamentale e conducono all’ acting out criminoso e anche riconoscere tratti clinicamente significativi in soggetti che potrebbero essere affetti da tale disturbo della personalità. Inoltre, quanto posto come ipotesi ha carattere preventivo, anche nell’ottica di delineare le dinamiche e i processi interni del soggetto psicopatico attraverso un metodo psicodinamico psicoevoluzionista (Frateschi M., 1988-2021). Parole chiave Psicomicrotrauma, psicotrauma, psicoevoluzione, psicopatia, psicodinamica psicoevoluzionista. Un particolare tema sulla prevenzione primaria psicologica riguarda il riconoscimento della dinamica, degli stadi e dei processi evolutivi normali differentemente da quelli patologici per gli individui e per le comunità. Un quadro di riferimento psicodinamico iniziale è fornito da quanto sostenuto da Gabbard (2015) che, in Psichiatria Psicodinamica, afferma: «I pazienti antisociali sono forse i più studiati tra gli individui con disturbi di personalità, ma sono anche quelli che i clinici tendono a evitare di più. Nella situazione terapeutica questi pazienti possono mentire, ingannare, rubare, minacciare e mettere in atto qualsiasi altro comportamento irresponsabile. Sono stati definiti come “psicopatici”, “sociopatici” affetti da “disturbi del carattere”, termini che in psichiatria sono associati all’incurabilità. Qualcuno potrebbe persino affermare che tali pazienti dovrebbero essere considerati criminali e non essere inclusi nell’ambito della psichiatria. L’esperienza clinica, tuttavia, suggerisce che l’etichetta asociale è applicata a un ampio spettro di pazienti, da quelli totalmente trattabili a quelli che sono curabili in determinate condizioni. L’esistenza di quest’ultimo gruppo rende necessaria un’approfondita comprensione di questi pazienti, tale da garantire il miglior trattamento possibile agli individui che possono essere aiutati. Nel suo classico lavoro del 1941, The Mask of Sanity, Hervey Cleckley ha fornito la prima descrizione clinica esauriente di questi pazienti. Come suggerisce il titolo, Cleckley considerava lo psicopatico come un individuo non palesemente psicotico, ma con comportamenti così caotici e cosi scarsamente in sintonia con le richieste della realtà e della società, da indicare la presenza di una psicosi sottostante. Anche se gli psicopatici sembravano capaci di stabilire rapporti interpersonali superficiali, erano completamente irresponsabili in tutte le loro relazioni e non avevano nessun rispetto per i sentimenti o le preoccupazioni degli altri. Nei decenni successivi alla pubblicazione del pionieristico lavoro di Cleckley il termine ” psicopatico ” è caduto progressivamente in disuso. Per un certo periodo è stato usato il termine ” sociopatico”, che sottolineava le origini sociali piuttosto che psicologiche di alcune delle difficoltà presentate da questi individui. Dalla pubblicazione, nel 1968, del secondo Manuale diagnostico e statistico dell’American Psychiatric Association (DSM-II), l’espressione “personalità antisociale” è diventata la denominazione preferita. Con la pubblicazione del DSM-III (American Psychiatric Association, 1980) il disturbo antisociale di personalità è stato significativamente modificato rispetto alla descrizione originale di Cleckley. I criteri del DSM –III hanno fornito maggiori particolari diagnostici rispetto a quelli di qualunque altro disturbo di personalità, ma hanno ristretto il punto focale del disturbo a una popolazione criminale verosimilmente connessa con ceti sociali inferiori oppressi ed economicamente svantaggiati. Alcuni ricercatori hanno rilevato che quando i criteri del DSM- III venivano applicati a criminali in carcere, nella maggior parte dei casi (50-80 %) era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità. Risultati nettamente diversi si ottenevano invece utilizzando criteri diagnostici più strettamente in accordo con la descrizione tradizionale di Cleckley, in cui erano enfatizzati gli aspetti psicopatologici . Per esempio, se veniva usata la Psychopathy Checklist-Revised di Hare (PCL – R) , soltanto nel 15-25 % dei casi i detenuti esaminati risultavano classificabili come psicopatici. In uno studio su 137 donne dipendenti da cocaina che avevano richiesto un trattamento era possibile diagnosticare un disturbo antisociale di personalità secondo i criteri del DSM in oltre il 25 % dei casi , ma soltanto nell’1,5 % di queste donne poteva essere diagnosticato un moderato livello di psicopatia secondo la PCL – R . Questo strumento si basa su valutazioni cliniche esperte piuttosto che su informazioni autoriportate, e include aspetti come irresponsabilità, impulsività, mancanza di obiettivi realistici a lungo termine, comportamenti sessuali promiscui, precoci problemi di comportamento, stile di vita parassitico, durezza e mancanza di empatia, affettività superficiale, assenza di rimorso o di colpa, bisogno di stimolazioni e tendenza alla noia, senso grandioso di autostima, spigliatezza associata a un fascino superficiale. Nel corso degli ultimi anni il termine psicopatico è tornato ad avere una certa popolarità come definizione diagnostica che implica particolari caratteristiche psicodinamiche e biologiche, che non trovano riscontro nei criteri del DSM-5 per il disturbo antisociale di personalità. Il termine psicopatia, come definito da Hare, pone enfasi sui tratti elencati in precedenza, che comprendono caratteristiche interpersonali/psicodinamiche da un lato e comportamenti antisociali dall’altro. Sebbene queste due componenti siano ovviamente correlate, in alcuni individui possono presentarsi separatamente. Certi individui possono manifestare mancanza di empatia e grandiosità ed essere duri e manipolatori, ma non avere i problemi comportamentali delineati
10 Errori di Pensiero che sostengono la sofferenza

10 Errori di Pensiero che sostengono la sofferenza. Ognuno di noi filtra il mondo attraverso le lenti della propria storia. Attraverso occhiali con i vetri colorati del nostro passato, delle nostre convinzioni sul mondo, della nostra attitudine al futuro. Ci sono 10 errori di pensiero individuati dagli autori dell’approccio DBT (Dialectical Behavior Therapy) che, scurendo i colori delle lenti e aggiungendo paraocchi, sostengono la visione di un mondo sofferente. Quali sono? PENSIERO “TUTTO O NIENTE”, “BIANCO O NERO”: Se non sono perfetto, sono un perdente totale. Se non si ottiene tutto quello che si vuole, ci si sente come se non si avesse nulla. Se si ha una buona giornata, tutto il resto della tua vita è perfetto. Se, al contrario, qualcosa va storto, la mia vita va SEMPRE male. CATASTROFIZZARE: Se si prevede un futuro negativo senza considerare altro, probabilmente si otterrà quel risultato. “Sicuramente sto per fallire la mia prova”, oppure “Se glielo dico mi odierà per sempre”. LETTURA DEL PENSIERO: Si crede di sapere cosa altre persone stanno pensando anche senza chiedere. “Chiaramente pensa che non farò un buon lavoro!” IPER-GENERALIZZAZIONE: Si arriva a conclusioni negative che vanno ben oltre la situazione attuale. “Da quando mi sono sentito a disagio il primo giorno di lezione, so che non sarò in grado di stare bene per il resto dell’anno”. FILTRO MENTALE: Si sviluppa un udito e una visione selettivi e si riesce solo a sentire e a vedere l’unica cosa negativa, ignorando le molte cose positive. “Perché il mio supervisore non mi ha dato il massimo? Vuol dire che sto facendo un lavoro terribile!”. SQUALIFICARE IL POSITIVO: Ci si dice che le esperienze, azioni, o qualità positive non contano, o hanno comunque meno valore delle cose negative. “Ho fatto goal perché ho avuto fortuna”. RAGIONAMENTO EMOTIVO: Si pensa che le proprie emozioni corrispondano alla realtà. “Mi sento… quindi è”; Mi sento come se mi odiasse… quindi mi odia”; “Mi sento stupido, quindi lo sono”; “Ho paura di andare a scuola, quindi è una cattiva idea andarci”. AFFERMAZIONI “DOVREBBE”: Riguarda il come noi stessi o qualcun altro “Dovremmo” comportarci e vengono sopravvalutate le conseguenze negative se non vengono soddisfatte le aspettative. “L’errore che ho commesso è ‘terribile, devo sempre fare del mio meglio.” “Non dovresti essere così sconvolto”. ETICHETTARE: Viene fatta un’ulteriore generalizzazione utilizzando un linguaggio estremo per descrivere le cose. “Ho versato il mio latte. Sono uno sfigato!”, “La mia amica non mi ha chiamato. È l’amica più menefreghista e senza cuore che ci sia”. PERSONALIZZAZIONE: Ci si vede come la causa di qualcosa di assolutamente incontrollabile o il destinatario di qualcosa che non ha niente a che fare con voi. “I miei genitori hanno divorziato a causa mia”; “Alla reception ce l’avevano con me perché ho fatto qualcosa di sbagliato”. Come rendermene conto? Spesso questi errori di pensiero sono compresenti e si rinforzano vicendevolmente. Un modo per rendersene conto è quello di far caso all’uso, nel proprio linguaggio e nel proprio pensiero, a termini quali “sempre, mai, ogni volta, mai una volta”, che esprimono di per sé generalizzazioni ed estremismi che raramente aderiscono alla realtà. Tu quali usi?
La Dolcezza della Morte: Un Viaggio tra Riti Arcaici e Miti di Rigenerazione

ll tempo non si regala né si conserva in banche del tempo, il tempo lo viviamo ogni giorno ed è la cosa più preziosa. Forse questa trattativa è un retaggio genetico di quando di notte, dividevamo talvolta la grotte con l’ Ursus spelaeus e poi di giorno dovevamo vedercela con quel frutto velenoso, con la natura con cui imparavamo a trattare per garantirci la vita e le nostre care riserve di cibo. De Martino nel saggio “Morte e pianto rituale”dedica un densissimo capitolo al legame tra raccolto, passione vegetale e pianto rituale. Mietitura, vendemmia, raccolta dei frutti e dei cereali, sono tutte attività agricole che instaurano un ciclo di morte e rinascita, che legano una specie vegetale ad un destino culturale. Tuttavia, rimane sempre uno scarto tra controllo umano e ambiente naturale, un’area di rischio che mette costantemente in pericolo la comunità umana. In tutte le culture arcaiche la morte è un processo attivo, non passivo. E’ la fine di un ciclo. Attraverso il mito della rigenerazione, i contesti cerealicoli impararono a contenere l’esperienza della morte vegetale, in cui l’ultima mietitura faceva paura perché poteva essere l’ultima in assoluto. Il lamento funebre si configura prima di tutto come rito agrario, ed è solo in seguito trasposto alla morte umana. Così il rituale praticato dalle prefiche, le lamentatrici, di staccare i capelli al defunto, era legato simbolicamente alla mietitura. Il taglio del grano e dei capelli permette il ritorno, così anche i banchetti che in alcune tradizioni funebri avvengono, rappresentano il mito della rinascita e di quanto con la morte si dia inizio alla nuova vita. Mi rifaccio ad una frase rivoluzionaria a mio avviso del dott. Tamino : “Imparare a cogliere la dolcezza della morte”. Ammettere che noi della morte non sappiamo nulla, ma che per poterla pensare, dobbiamo anche attivare una morte immaginativa, dolce, che non nega quella reale, ma la rende “mangiabile”. Come arteterapeuta Poliscreativa condivido il concetto che noi esseri umani oscilliamo costantemente tra l’idea di essere mortali e quella di essere immortali. Bisogna cercare di dialogare tra queste parti, per evitare che si crei un’unica polarità che ingolfi i pensieri e il vivere, imparando a contattare la dolcezza della morte, per apprezzare anche la vita. Ne “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman immagina una partita a scacchi con la morte. Imparare a pensare dolcemente ai nostri morti e alla morte, così facendo depotenziamo il perturbante che questi argomentoni portano con sé. Come abbiamo sottolineato inizialmente, l’essere umano è storicamente legato alla morte e alla resurrezione vegetale che ha colpito l’uomo anche per la sua stretta dipendenza dallo stesso. Se dunque lo “spirito arboreo” doveva morire per poi risorgere, è nella buona, morte che si assicurava la rigenerazione.
Solitudine e isolamento sociale: anziani e sfide

Nel tessuto sociale contemporaneo, la solitudine e l’isolamento sociale negli anziani sono diventate questioni di crescente rilevanza e complessità. Mentre il processo di invecchiamento inevitabilmente porta a una serie di cambiamenti nella vita di una persona, è cruciale riconoscere e affrontare il fenomeno dell’isolamento sociale che spesso accompagna questa fase della vita. Questo fenomeno ha implicazioni profonde, infatti può avere un impatto significativo sia sulla salute fisica che su quella mentale degli individui anziani. Solitudine e isolamento negli anziani Con l’avanzare dell’età, gli anziani possono trovarsi ad affrontare una serie di sfide che contribuiscono alla loro sensazione di solitudine. La perdita di coniugi, amici e colleghi di lunga data, insieme alla riduzione della mobilità e delle opportunità sociali, possono creare un senso di distacco. Questi cambiamenti, se non adeguatamente affrontati, possono condurre a una spirale discendente di solitudine cronica e isolamento sociale. Si specifica che, nonostante il processo di invecchiamento possa contribuire ad entrambi, in realtà solitudine ed isolamento sociale non sono la medesima cosa. La solitudine è, infatti, un’esperienza soggettiva caratterizzata dalla percezione di essere soli o isolati, anche quando si è circondati da altre persone. L’isolamento sociale, invece, si riferisce alla mancanza di rete e di contatti sociali significativi o alla mancata partecipazione ad attività sociali. Fattori di rischio Ci sono diversi fattori che possono contribuire alla solitudine e all’isolamento sociale negli anziani. Uno di questi può essere il cambiamento nelle dinamiche familiari, con una diminuzione dei legami significativi e un aumento del numero di persone anziane che vivono da sole. Inoltre, eventi traumatici come la perdita del coniuge o degli amici, la pensione e la riduzione della mobilità possono aumentare il rischio di isolamento sociale e solitudine. Meccanismi psicologici ed implicazioni Sotto la superficie della solitudine anziana, si celano complessi meccanismi psicologici che influenzano il benessere emotivo degli anziani. La solitudine può innescare sentimenti di vuoto, tristezza e disconnessione, alimentando una percezione distorta della realtà e delle relazioni interpersonali. Inoltre, l’isolamento sociale può erodere l’autostima e la fiducia degli anziani, portandoli a rinchiudersi ulteriormente in sé stessi e ad evitare contatti sociali significativi. La solitudine e l’isolamento sociale possono avere gravi implicazioni psicologiche sugli anziani. La mancanza di interazioni sociali significative può portare a sentimenti di depressione, ansia e bassa autostima. Gli anziani che si sentono soli possono anche sperimentare un senso di vuoto emotivo e un deterioramento della salute mentale. Inoltre, la solitudine può influenzare negativamente la cognizione, aumentando il rischio di declino cognitivo e demenza. Strategie per una minor solitudine degli anziani Per affrontare efficacemente la solitudine anziana e l’isolamento sociale, è necessario adottare un approccio olistico che coinvolga l’individuo, la famiglia, la comunità e il sistema sanitario. Alcune strategie chiave includono: 1. Promuovere la connessione interpersonale: organizzare attività sociali, gruppi di supporto e incontri comunitari può fornire agli anziani l’opportunità di connettersi con gli altri e di coltivare nuove amicizie; 2. Valorizzare l’indipendenza e l’autonomia: sostenere l’autonomia degli anziani attraverso servizi di trasporto, accesso a strutture ricreative e programmi di assistenza domiciliare può ridurre la loro dipendenza dagli altri e promuovere un senso di autoefficacia; 3. Incentivare uno stile di vita attivo: promuovere l’esercizio fisico regolare, l’attività mentale stimolante e una dieta equilibrata può migliorare il benessere generale degli anziani e ridurre il rischio di solitudine e isolamento sociale; 4. Favorire il supporto emotivo: creare uno spazio sicuro e non giudicante dove gli anziani possano esprimere i propri sentimenti, le preoccupazioni e le paure può favorire un clima di solidarietà e sostegno reciproco; 5. Integrare la tecnologia in modo significativo: utilizzare la tecnologia in modo creativo e inclusivo, offrendo formazione e supporto agli anziani nell’uso di dispositivi digitali, può facilitare le comunicazioni e mantenere i legami con amici e familiari, specialmente in situazioni di distanza fisica. Conclusioni La solitudine anziana e l’isolamento sociale rappresentano sfide complesse che richiedono un impegno collettivo per essere affrontate in modo efficace. Solo attraverso un approccio integrato possiamo creare comunità inclusive e solidali in cui gli anziani possano vivere una vita piena di significato e connessione. Affrontare la solitudine anziana non è solo un imperativo morale, ma anche un investimento nella salute e nel benessere di tutta la società.